DeLillo, Antonioni

Ha una voce gutturale, liquida, roca. Racconta Deserto rosso di Antonioni. Dice i colori del film. Rosso, amaranto, rosa, viola, nero, grigio. Descrive persone, paesaggi. Le parole s’impastano nel catarro, sembrano fragili quando scorrono su per la fiala del collo. Nel crogiolo c’è un’ebollizione. I due antipodi sono il coagularsi e lo squagliarsi: delle parole. Ma riesce sempre. S’inceppa solo due volte. Prosegue. Il testo è una chimica. A volte dimentica la necessità del microfono. Ora siede, risponde alla domanda, scorda il microfono sulla coscia, tira su il microfono con un gesto geometrico, per parlare ti serve il microfono, lo tira su come una stampella o una protesi inutile dopo la guarigione del corpo, il corpo del più grande scrittore vivente pensa che non gli occorra un microfono, forse neppure una voce, la voce prova a nascondersi dentro l’acustica non amplificata, il corpo trascura il microfono, ma per parlare oggi ti serve un microfono, ma per scrivere no. «Antonioni, Antonioni, Antonioni…»

Roma, 22 ottobre 2016, Auditorium, tra pomeriggio e sera.

delillo

Perciò i morti ci appaiono solo in sogno

«Ma proprio in questo sta il vero e irrimediabile senso della morte: toglie ogni significato a quella domanda che sempre, d’istinto, ci facciamo di fronte a un evento che ci colpisce: “Che ne penserebbe lui, o lei? Come reagirebbe?” In realtà, lui, o lei, non soltanto non c’è più, ma non ha vissuto, visto e sperimentato tutto il tempo e la storia che separano la sua morte da noi, dall’oggi. I morti ignorano il loro futuro, che è il nostro passato e il nostro presente, non possono avere alcun pensiero e opinione su ciò che noi vediamo e sentiamo. Sono morti: non hanno più avuto storia, si sono irrimediabilmente fermati, non hanno mai più, da quel momento, sentito e pensato, non sanno che il mondo dopo di loro è cambiato, e quanto. Perciò non possono dirci nulla del nostro presente, non hanno più alcun giudizio da esprimere – solo sul loro “presente” e “passato” sanno parlare e su questo, infatti, li interroghiamo, se hanno lasciato tangibile e leggibile memoria di sé. Perciò i morti ci appaiono solo in sogno».

Giovanni Ferrara, Il fratello comunista, Garzanti 2007, p. 89.

Cimitero militare britannico di Bayeux
Cimitero militare britannico di Bayeux

Essere liberi

«Essere liberi è più importante che acquistare potere, le ricchezze materiali non danno libertà, così come non favoriscono l’autonomia personale le buone relazioni con i poteri costituiti. Se si riesce a conservarsi liberi anche dopo i cinquant’anni, si può cominciare a contare su una certa quantità di fortuna come su un diritto garantito dalle proprie scelte».

Saverio Tutino, L’occhio del barracuda, Feltrinelli 1995, p. 275.

fossile
Fossile (MUSE Trento)

Quindi buon compleanno, U2

Non vi frequento da un po’, eppure siete famiglia. Se entro in un disco nuovo vostro riconosco le fattezze delle voci, delle chitarre nell’anamorfosi dei rumori moltiplicati, nel frastuono, nel beat ossessivo vostro contro la vecchiaia, contro la morte.

Spunta una melodia stupenda, una voce nuda, come quel fiore tra la cenere e la lava. Poi di nuovo il frastuono. Poi mi perdo e torno nei vostri dischi di allora, a colui che io ero.

Io ero vostro fratello minore.

Versione 2

Posso dire che mi salvaste da un decennio di musica che pareva orribile e invece, anche grazie a voi, sarà meraviglioso. Voi mi eravate fratelli maggiori – dalle cassette, dagli lp, dai bootleg, dagli spartiti, dai cd.

Voi mi eravate ventriloqui – vi riproducevo coi polpastrelli sulle corde, mediocremente nelle corde vocali.

Fu un buon periodo. Si ascoltava il nuovo disco come una messa. Il nuovo disco si faceva aspettare. Si ascoltava e piangeva, con le gambe intrecciate sulla moquette, lo sguardo sulle liriche, le serrande abbassate.

Si imparava l’inglese, grazie a voialtri irlandesi.

Aveste il periodo della passione, urlavate, vi arrampicavate, picchiavate sul tamburo, nel riff. Appresi da voi che senza passione non si può nulla, senza coraggio.

Quando entraste nel tempo dell’ironia campionata, e che gemmava una superstruttura di tracce, per me era un po’ tardi, non potevo seguirvi, non avevo più fratelli, né padri, né madri. Ma cosa importa? Viene per tutti il momento in cui si resta senza fratelli, senza padri né madri.

Forse oggi ringrazio la vostra passione, il tempo senza risparmio delle corde vocali squarciate – in nome dell’amore che non ho ancora trovato, dove le strade non hanno nome, per quanto ancora dovrò cantare questa canzone? –, ringrazio il tempo che vi elessi fratelli maggiori. Ossia: grazie a voi, gruppo rock che prese il nome di U2.