Trovare un lavoro

Qualche giorno fa sono tornato nel mio ex liceo, dove c’era da spiegare il “mestiere di scrivere” agli studenti del penultimo anno, quelli che devono orientarsi al “dopo di qui”, per l’università. Un’intera mattinata nell’aula magna. Ha parlato una giornalista molto brava, e ha spiegato il suo mestiere di scrivere. Ha parlato uno sceneggiatore molto bravo e famoso, e ha spiegato il suo mestiere di scrivere.
Quand’è toccato a me, io non sono stato bravo. Cioè, io lo sapevo che non potevo essere bravo. Cioè, io non volevo neppure essere bravo. Insomma, quale mestiere? Le attività degli altri due “docenti” hanno una dimensione economica; la mia no (non abbastanza). Scrivo questo e quest’altro, ho fatto questo e quest’altro, ma alla fin fine, cari ragazzi, se proprio v’interessa il sentiero, la prima cosa da fare è:
TROVARE UN LAVORO
CERCARE UN LAVORO
trovare un Lavoro
sì, Cercare, e troVare, un LaVoRo.
[e se vi dicono che il lavoro non c’è, sputategli nell’occhio]
Mentre parlavo mi deprimevo perché li deprimevo, e scoraggiandoli mi scoraggiavo. Ma vacci tu a raccontare cazzate ai ragazzi di 16 anni. Come fai a raccontare cazzate a uno studente? Bisogna essere proprio cinici, no?
Dunque non ero positivo, non ero ottimista. A un certo punto (il più basso) gli ho anche detto che Carver faceva il taglialegna in un posto che si chiama Eureka.
Allora uno studente s’è alzato e m’ha rimproverato: “Io non capisco. Lei non è stato incoraggiante. Noi abbiamo bisogno di fiducia. Dobbiamo scegliere. Lei non ci dà fiducia”.
Aveva individuato l’anello debole. Questo era OK. Questo vuol dire che io ero stato OK. Perché il mio compito era proprio mostrare l’anello debole, cioè io [sic], che ero lì per non diseducare, per non illudere. Lo studente del rimprovero non sapeva che, solo per vigliaccheria, avevo rinunciato a essere OK con un Seppuku.
A casa mi chiesero: beh, com’è andata?
E io: ho fatto schifo.
Poi il tempo è passato; e si dimentica.
Fino a oggi.
Oggi m’è arrivata questa notizia: il figlio di una conoscente frequenta il mio ex liceo, e ha raccontato alla madre di aver partecipato con la sua classe a un incontro sul mestiere di scrivere, qualche giorno fa. C’erano uno sceneggiatore, una giornalista e uno scrittore.
Sostiene il ragazzo che lo scrittore gli è molto piaciuto: “E’ stato bravissimo, ci ha detto che dobbiamo trovare un lavoro”.

Una storia difficile

Su Il lavoro culturale è uscito il testo del mio intervento al CaLibro Festival 2015, accompagnato e commentato dai disegni di Silvia Checconi. Ho provato a raccontare le ragioni che mi hanno spinto a scrivere Stati di grazia; o parte di queste ragioni. Ho descritto una fotografia, una ragazza, un viaggio, un paese del nord, una fabbrica, un documentario, il mio rapporto con la storia, e altri due o tre temi. Ho provato, ho provato, ho provato…

Argentina. Canne da zucchero
Argentina. Canne da zucchero

Una conversazione su letteratura e storia

Alcuni mesi fa (30.11.2014) il Domenicale pubblicava un articolo di Sergio Luzzatto (“La storia è una maionese impazzita”). Era un’invettiva. Lo storico accusava tutti. Scrittori, registi di film, documentari e serie tv, persino i musei: costoro – argomentava Luzzatto – hanno ridotto la storia a una “maionese impazzita” dove gli elementi didattici e conoscitivi della disciplina sono “mischiati e rimischiati senza criterio, come in un cocktail dell’assurdo”. La scienza cede il passo alla testimonianza, la storia alla memoria, il sapere alla rappresentazione, alla sceneggiatura, allo storytelling. Scriveva Luzzatto:

“Non c’è oggi testimonianza che non venga contrabbandata come verità; non c’è messaggio che non venga spacciato per magistero; non c’è memoria che non venga confusa con la storia”.

Negli stessi giorni leggevo i contributi ospitati dalla rivista Lo Straniero su scrittori e storia, un’inchiesta sui “nostri ieri” che ora diventerà un libro. Contributi che raccontano un rapporto serio, responsabile, onesto (a me sembra) col nostro passato prossimo. Allora mi chiedevo: ha ragione Luzzatto? È venuto il momento di smetterla? Dobbiamo lasciare in pace la storia? Non dobbiamo “torturare” la storia con marchingegni diseducativi? Oppure il fatto che molti scrittori si volgano alla storia è “sintomo” da prendere sul serio, oltre che un lavoro che dà frutti non avvelenati ma, appunto, quantomeno onesti?

Le questioni sono divenute oggetto di un dialogo via mail con Daniele Giglioli, che si è svolto tra il 20 dicembre 2014 e il 14 gennaio 2015. Tra le vacanze di Natale e i morti di Charlie Hebdo. Ho chiesto all’autore di Senza trauma e Critica della vittima di ragionare sui due elementi (l’invettiva di Luzzatto, l’inchiesta de Lo Straniero) tenendo sempre presenti, sullo sfondo, le sue pagine di critica letteraria e “sintomatica”. La conversazione, infine, è stata pubblicata sull’ultimo numero di Nuovi Argomenti (69). S’intitola “Gli altri non sono noi”. Credo che un po’ di carne al fuoco l’abbiamo messa. Segnalo questa conversazione a chi possa interessare. E qui cito giusto un passaggio di Giglioli: Continua a leggere “Una conversazione su letteratura e storia”