Blu

Ma nel blu galleggia la casa. In bagno una muffa barbica di orme grigie e poi nere, intanto che il vapore s’è inchiostrato in un cammino di scuro, spore che si propagginano di doccia in doccia sulle pareti. Sul finto cotto svolazzano fiocchi di polvere. La terrazza ha i graffi sul klinker scheggiato; dove sgronda l’acqua piovana sbrodola un’ombra di zacchere. L’edera è secca, è morto il bambù (i suoi lunghi fusti paiono flauti senza tasti né becchi), c’è il cadavere di un gelsomino (e della vite, e del nespolo). La buganvillea resiste sotto il sole e nel tempo. Il limone resiste sotto il sole e nel tempo. La voce che prometteva «resto qui ad aspettarti» è annegata nel blu, nel sole, nel tempo. Celeste batte i quattro quarti di un ritmo («de – cu – bi – to!») percosso da voci straniere. Una ragazza scalcia nel sonno, nel blu, nella casa con una rabbia che è storicità, autobiografia. L’intonaco inciampa spellato dal sole, dal tempo. L’acqua non scorre, balbetta nei rubinetti per il calcare azzurro. La moquette ora è blu di polvere glauca; oggi, domani, per sempre. Nella cucina dei pensili tristi si conservano caraffe d’olio navy e aceto cerulo. La paura naviga bene invece nel sonno, nel blu, nel sole e nel tempo dove (quando) incontra (antivede) la morte (dell’avvenire). Sugli scaffali incartapecoriscono i libri. Su fari e piantane attecchiscono fecce. Nel fondo dei vasi che schermano applique sedimenta il concime di insetti bruciati. Spettri di terra, di pioggia, di tempo sgorbiano i vetri delle finestre. Laschi, i cilindri delle serrature scivolano dalle guide lasche e le porte tentennano, lasche; il mezzo centimetro di filo di spazio che rompe pannelli e stipiti, dov’è l’apertura, ingurgita blu. Le stanze si gonfiano di quel colore al modo di un pollo per la farcitura. La casa s’apre tutta nel ventre alla lardellatura: del blu.

Zuppa di pesce all’Hawaiana (Kipling, «Capitani coraggiosi»)

Il giovane Harvey, ragazzo americano miliardario, cade in acqua scivolando sul ponte del transatlantico che deve portarlo in Europa. Viene acciuffato e salvato da Manuel, comandante della goletta We’re here (Siam qui) che gira per i mari del nord dietro ai grandi banchi di pesce. Come si sa, Capitani coraggiosi è la storia un po’ fiabesco-colorata e un po’ realistica di un apprendistato, di un passaggio dall’infanzia alla giovinezza, sperimentando i naufragi e i marosi degli oceani (e della vita).

In pochi mesi, aiutato da Manuel e soprattutto dal giovane Dan, Harvey cessa di essere «un oggetto di gran lusso con la marca di fabbrica ben visibile» e diventa uomo. Il passaggio di status è segnato da subito. Dopo essere stato ripescato in mare, Harvey si sveglia su un pagliericcio e divora un rusticissimo piatto di pezzetti di maiale arrostiti. Poi, all’ora di cena, «Harvey seguì Penn e sedette a tavola davanti a una gamella di stagno piena di lingua e interiora di merluzzo insieme a pezzetti di lardo e a patate fritte. Vicino alla gamella trovò una pagnotta di pane ancora caldo e una tazza di caffè nero molto forte. Affamati com’erano, attesero tuttavia che Pennsylvania recitasse solennemente la benedizione. Poi, si ingozzarono in silenzio, finché Dan, riprendendo fiato sopra la sua gamella, chiese ad Harvey come si sentisse, “Sono sazio, però c’è posto per un’altra gamella”».

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Continuità del copia e incolla

Amos Oz, in un brano tratto da Una storia di amore e tenebra (traduz. di Elena Loewenthal), racconta un episodio che riguarda suo padre, il quale…

«a quel tempo era tutto preso dalle letterature dell’Antico Oriente, accadi e sumeri, Babele e Assiria, gli antichi reperti di Tel Amarna e Ahtushash, la mitica biblioteca del re Assurbanipal che i greci chiamavano Sardanapalos, l’epopea di Gilgamesh e il breve mito di Adapa. Pile di libri e lessici s’accumulavano sulla sua scrivania, circondati da una schiera di schede e foglietti. Ora di nuovo cercava di divertire mamma e me con una delle sue solite storielle:

se rubi la tua sapienza da un libro solo sei un ladro letterario. Un plagiatore. Ma se rubi a piene mani da cinque libri, non sei più un ladro bensì uno studioso, e se poi ti industri a saccheggiare da ben cinquanta libri, allora assurgi al grado di luminare».

Accadeva più di mezzo secolo fa. Questa pagina di Oz m’è tornata in mente leggendo Il sapere nella rete, una conversazione tra Stefano Moriggi e Raffaele Simone trascritta sul numero 361 di Aut Aut, ma avvenuta a Udine il 12 maggio 2013 nell’ambito degli incontri di “Vicino/lontano”.

Riporto qui sotto un passaggio (pp. 330-332) dove Simone torna su un tema già esposto in Presi nella rete (Garzanti 2012), saggio nel quale il linguista ha denunciato la trasformazione della lettura, della scrittura e della stessa intelligenza con l’avvento della mediasfera Continua a leggere “Continuità del copia e incolla”