Una grande vita americana

QUI SU NAZIONE INDIANA LA VERSIONE INTEGRALE del racconto uscito ad agosto sul Manifesto. “Un ebreo americano nella Berlino di Hitler. Il diario di Abraham Plotkin (1932-1933)”. Col doppio di storie, episodi, illusioni e violenze berlinesi.

Ma la saga di Plotkin non si chiude né apre a Berlino. Dall’Internet 1.0, dall’archivio di uomini e fatti emerge la voce in audio di Plotkin che racconta il sé stesso fanciullo, quindicenne minore al lavoro in uno sweatshop di New York.

«Imparai a odiare il mio quartiere. Odiavo il negozio dove lavoravo e odiavo le bande e i borseggiatori di Rivington Street».

LA VOCE DI PLOTKIN
UN ESTRATTO TESTUALE
FONTEChild Labor Resources at the Catherwood Library and the Kheel Center 

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Dall’archivio di Ellis Island affiora l’immagine di una nave, la Barbarossa che arriva da Brema nel 1901 e sbarca un Abraham Plotkin di anni otto in viaggio dall’Ucraina. È lui? Io credo di sì. Lo portò Barbarossa.

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FONTE : www.ellisisland.org Continua a leggere “Una grande vita americana”

Le mie vacanze

Quest’estate il mio papà mi ha portato a vedere la natura e mi è piaciuta molto. Abbiamo incontrato i maiali selvatici. Il signore del parco diceva che sono pericolosi e di stare lontani. Ma il mio papà non ha mica paura e mi ha portato vicino ai maiali selvatici e me ne ha fatto accarezzare uno. Poi siamo andati sulla roccia sul mare. La roccia era alta e finiva su altre rocce e sul mare. Il signore del parco ha detto di non sporgersi troppo e di non arrivare fino alla fine perché la roccia è pericolosa e si può cadere. Ma il mio papà ha coraggio e mi ha portato fino alla fine della roccia e mi ha fatto una foto. Stavo proprio in punta e tirava tanto vento e mi sono dovuto aggrappare alla roccia.

Poi sono andato in vacanza con mamma e le ho raccontato cosa ho fatto con papà e non era contenta e storceva la bocca. Ha detto mamma che devo stare tranquillo così siamo andati in pensione con le cugine. La cosa bella è che mamma ha disobbedito al medico che dice che ho le cosce grasse e la pancia e devo stare a dieta anche in vacanza. Grazie mamma però che mi hai fatto mangiare. Ho mangiato tanto in questa vacanza. Le melanzane fritte, il timballo al gratin, la cotoletta e le patate fritte. A colazione mamma mi portava il cornetto col cioccolato. A pranzo ci teneva che mangiavo il primo, il secondo e doppia razione di torta. A cena ordinava apposta per me altra pasta, la carne e il gelato. E mi guardava mangiare e le luccicavano gli occhi.

Una notte ho sognato il medico che scuoteva la testa e faceva segno di no. Poi mi sono svegliato e ho pensato che a settembre dovrò tornare dal medico che mi peserà e farà no con la testa. Ma ho pensato anche chi se ne importa, la vacanza è vacanza, soprattutto se la passi felice con due genitori fantastici come il mio papà e la mia mamma. Adesso però sono tanto triste perché è tutto finito.

Primo settembre 1915

Il primo settembre del mille novecento quindici, novantotto anni fa, nella casa del capostazione di Enna nasceva il decimo figlio del capostazione; nasceva mio padre. Qui, da Città distrutte, la pagina che racconta la nascita di Pietro Migliorisi con parole mie e parole di mio padre, con parole (forse) del mondo:

Estratto dalla mammana l’ultimo giorno di agosto e in coda a nove tra fratelli e sorelle strilla nel fischio dei treni ma nessuno lo sente a seicento metri sul mare in un posto che è Sicilia senza sembrare, terra di nebbie e cucuzzi, di geli notturni, dove l’inverno è inverno – Castrogiovanni (oggi invece si chiama Enna). Ha l’aspetto di un ragno perché si contorce nel nero dell’amniotico. Sul piede destro indice e medio sono appiccicati. Sul pene il prepuzio è otturato. Per «togliere il tappo» la comare usa «uno spillo» e le orina sul viso un bambino che «solo a vederlo fa cilecca», «misero e rincagnato», «sghembo di collo, camuso il naso». Il padre capostazione lo «scruta acidamente» e dice: «Ecco, è difetto di spacchio», «ma è colpa mia, l’ho fatto vecchio».