Tutte le tue guerre

Tu sei infelice? Hai archiviato le giacche, le cravatte, le camicie della professione, i taccuini, i nastri d’inchiostro, il registratore. Tu sei molto triste? A sessant’anni. Hai usato le tue guerre per andare in ritiro. Le hai raccolte nella somma degli anni che ti fanno vecchio. Hai deciso di essere vecchio prima di essere vecchio. Hai scritto su una lettera “io sono vecchio” e lo sei diventato, come se l’inchiostro rendesse la parola una cosa. Hai chiesto all’esercito lo stato del tuo servizio “per uso pensione”. L’esercito ti ha inviato il fascicolo che è un elenco del tempo, dal primo foglio inchiostrato di nero e firmato al trentasette, all’ultimo spillato e col timbro blu dell’anno presente. Il regio esercito. La tua matricola. Di chi sei figlio. Il giuramento di fedeltà. Quando ti sei arruolato. Il sommario delle tue guerre. Nove anni di guerre. Quattordici dicembre del trentacinque: imbarcato a Napoli. Trentuno dicembre del trentacinque: sbarcato a Mogadiscio. Quattordici giugno del trentasei: imbarcato a Mogadiscio. Primo luglio del trentasei: sbarcato a Napoli. Trenta settembre quaranta: imbarcato a Bari. Due ottobre quaranta: sbarcato a Durazzo. Ventidue maggio del quarantuno: imbarcato a Durazzo. Ventitré maggio del quarantuno: sbarcato a Brindisi. Ventotto giugno quarantadue: “giunto in territorio dichiarato in stato di guerra a Salemi, Sicilia”. Otto agosto quarantatré: “rientrato nel continente”. Otto settembre quarantatré: “sottrattosi alla cattura in territorio metropolitano per ricongiungersi a un comando italiano”. Dall’otto settembre quarantatré al quattro giugno quarantaquattro: partigiano comunista nel Lazio, comandante di brigata e poi gregario. Capisco la tua paura: questo è l’elenco delle sue ragioni. L’hai mostrato. Hai detto: ho combattuto, perciò sono vecchio. Hai detto: ho avuto paura. Ho paura. E la parola è diventata la cosa. Facci caso però: nell’ultima pagina del tuo fascicolo a uso pensione, nella sintesi in fondo, alla voce campagne, ferite, azioni di merito, la tua Africa, la tua Grecia, la tua Sicilia, la tua resistenza si conformano in uno spazio tipografico di simmetria non gerarchica. In quel riquadro (e nel sigillo e nel segno) una guerra vale una guerra. Non c’è valore diverso. C’è solo la cronologia. Al fine dei tuoi anni pensione, la campagna d’Africa corrisponde alla resistenza romana. Avere combattuto contro gli abissini conta come la guerra ai nazifascisti: per la tua anzianità, per i soldi. Il computo è algebrico, non ha moralità. Ma dice una storia, non puoi negarlo. La tua.

Storia aperta, Bompiani, pp. 477-478.

Per Alessandro Leogrande

Il 29 novembre 2020, su Collettiva.it, ho intervistato Angelo Ferracuti per ricordare assieme Alessandro Leogrande, che ci manca ormai da tre anni. Nel sito si possono leggere molti altri materiali di e su Alessandro Leogrande, utili a farsi un’idea della vastità di orizzonti di questo scrittore, della sua importanza e del vuoto che ha lasciato. Tra le riflessioni di Ferracuti, che con Leogrande condivise molte iniziative e soprattutto un’idea di letteratura, segnalo qui due estratti (il resto al link):

Era «un ragazzo di una onestà intellettuale assoluta, di una generosità disarmante», uno «scrittore rigoroso, colto, informatissimo, eppure così assolutamente privo di narcisismo».

«Alessandro è stato un intellettuale di conio novecentesco, con uno sguardo internazionale, che credeva ancora al bene comune e a un lavoro di cittadinanza attiva, cercava un rapporto con la politica e la società, con il sindacato e i movimenti, nonostante tutto, e indagava i grandi temi mescolando narrativa tout court, saggistica, storia, meccanica sociale. Non sembrava un prodotto della sua generazione, forse per questo lo sentivo molto vicino, come un fratello minore però più bravo. Ma è stato tutto questo in un’epoca cinica dove quelli profondi e portatori di un pensiero politico forte come il suo, seppur operosi, vivevano e continuano a vivere isolati».

Foto di Marco Merlini