La nudità (Milan Kundera)

«La nudità. Conservo un ritaglio del Nouvel Observateur dell’ottobre 1993; è un sondaggio: hanno inviato a milleduecento persone che si dichiaravano di sinistra un elenco di duecentodieci parole, e loro dovevano sottolineare quelle di cui subivano il fascino, quelle a cui erano sensibili, che trovavano attraenti e simpatiche; qualche anno prima era stato fatto lo stesso sondaggio: a quell’epoca, fra le stesse duecentodieci parole, ce n’erano diciotto sulle quali le persone di sinistra si erano trovate d’accordo, confermando così l’esistenza di un comune sentire. Oggi le parole amate si sono ridotte a tre. Solo tre parole su cui la sinistra può trovarsi d’accordo? Che tracollo! Che declino! E quali sono queste tre parole? Sentite qua: ribellione, rosso, nudità. Ribellione e rosso sono un’ovvietà. Ma che al di là di queste due parole l’unica a far battere il cuore della gente di sinistra sia la nudità, che l’unico patrimonio simbolico comune sia ormai la nudità, è stupefacente. È questo dunque il solo retaggio di duecento magnifici anni di storia, solennemente inaugurati dalla Rivoluzione francese, è questo retaggio di Robespierre, di Danton, di Jaurès, di Rosa Luxemburg, di Lenin, di Gramsci, di Aragon, di Che Guevara? La nudità? Il ventre nudo, i coglioni nudi, le chiappe nude? È questo l’ultimo vessillo all’ombra del quale gli estremi drappelli della sinistra simulano ancora la loro grande marcia attraverso i secoli?».

Milan Kundera, La lentezza, Adelphi, Milano 1995, pp. 115-116 (trad. Ena Marchi).

Per approfondire.

Lula

Molti anni fa mi presentai all’esame da giornalista e scelsi la traccia su “Luiz Inácio Lula da Silva, un sindacalista alla guida del Brasile”. Si usavano ancora le macchine da scrivere. La sala romana dell’Ergife rimbombava di ticchettii anacronistici e maldestri, procurati da gente abituata al computer. Comunque Lula l’avevo studiato bene e me la cavai, nonostante il frastuono. Poi Lula continuai a seguirlo. Poi smisi. Poi su di lui sono usciti i libri, altro che gli articoli. Nel pezzullo mi chiedevo se Lula avrebbe cambiato il Brasile. Passato il tempo, la risposta è sì, ovviamente. Ma la storia è andata avanti, è cresciuta, si è inabissata, si è rovesciata mille volte. Ieri è uscita un’importante notizia e mi sono ricordato del pezzo da praticante, così l’ho cercato nei cassetti e ho pensato di aggiornarlo con questa foto.

Kim al Campiello

Mio padre la rivoluzione” (minimum fax) è nella cinquina del prestigioso Premio letterario Campiello. Assieme a Ermanno Cavazzoni, “La galassia dei dementi” (La Nave di Teseo); Helena Janeczek, “La ragazza con la Leica” (Guanda); Rosella Postorino, “Le assaggiatrici” (Feltrinelli); Francesco Targhetta, “Le vite potenziali” (Mondadori).

Spero che questo dia una nuova occasione a una delle storie del libro, il «Partigiano Kim».

Fu capo partigiano in Liguria, a 20 anni. Abitò le pagine di un romanzo, “Il sentiero dei nidi di ragno”, che il suo amico Italo Calvino dedicò proprio a lui: «A Kim, e a tutti gli altri». Quando smise d’essere Kim e tornò negli abiti civili di Ivar Oddone, maturò in un medico del lavoro e, a Torino negli anni ’60 e ’70, con l’appoggio della Camera del Lavoro rivoluzionò la gestione della salute e della sicurezza nelle grandi fabbriche insieme a operai, studenti, sociologi, psicologi, medici, economisti, sindacalisti, magistrati, legislatori: lui li definiva «esperti grezzi», «uomini nodali» della «comunità scientifica allargata». La sua opera di medicina preventiva è conosciuta e tradotta in tutto il mondo. 

Oggi in Italia infortuni e morti sul lavoro sono in aumento. Cito da rassegna.it: 

«Nel periodo gennaio-marzo 2018 (ultimo dato disponibile) sono state 212 le morti sul lavoro denunciate all’Inail, l’11,58% in più rispetto allo stesso periodo del 2017. Un’altra fonte, l’Osservatorio indipendente di Bologna, conta invece oltre 450 vittime dall’inizio dell’anno ad oggi, 18 maggio. Ma anche allargando l’analisi ad un periodo più ampio, il fenomeno non esce ridimensionato, come pure alcuni osservatori tendono a suggerire. Se, infatti, il numero assoluto di morti e infortuni sul lavoro degli ultimi anni è più basso rispetto a quello di un decennio fa, va tenuto certamente conto degli effetti dirompenti che la crisi economica ha prodotto, non tanto sul numero di occupati, quanto sulle ore effettivamente lavorate».

Sono molte e urgenti le cose da fare per fermare questa strage. Servono soldi, risorse, intenzioni serie e dialogo tra lavoratori, politica, istituzioni, datori di lavoro e sindacati. Ma l’Italia non parte da zero. L’Italia ha una storia e una cultura del lavoro che la vita e le opere in titoli maiuscoli di Ivar Oddone illustrano bene.

Quella del partigiano Kim è una vita della quale andare fieri.

Per questo l’ho raccontata.

Radio Days

Due passaggi radiofonici per Mio padre la rivoluzione.

Su RadioPopolare (nel corso della trasmissione Sabato Libri a cura di Roberto Festa) il saggista e scrittore Francesco Cataluccio propone dieci libri che, a cento anni dalla Rivoluzione russa, raccontano, approfondiscono, interpretano gli avvenimenti che sconvolsero il mondo. E spende belle parole per il mio lavoro.

Il libro è stato citato anche su Radio24nella trasmissione Un libro tira l’altro condotta da Salvatore Carrubba (puntata del 5.11.2017).

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Poi vedo una bandiera come questa (fotografata da Guido Pacifici) con sopra Stalin, che ha sventolato il 7 novembre per le vie di Mosca, e mi pare più inverosimile del Trockij vivo nel 1956 che ho immaginato io. Invece è vera.

Non è solo questione di pochi nostalgici. Oleg V. Chlevnjuk, storico russo e biografo di Stalin, nella sua monografia sul dittatore (2015) avverte che nella Russia di Putin è tornato il mito di Stalin: stuoli di agiografie, opere apologetiche di pseudostorici riabilitano Koba il “grande statista” e la mitologia che gli appartiene. Lettori insoddisfatti dal presente trovano rifugio nell’invenzione del passato.

Anche “a ovest” l’equivoco prosegue, seppure meno nocivamente. Ho assistito a trasmissioni tv in cui si definiva Stalin l’uomo che ha reso la Russia una grande potenza, e che l’ha industrializzata. Siamo ancora a questi luoghi comuni. E’ il cinismo della ragione di stato che si fa storiografia: la costruzione dell’impero, degli armamenti, delle fabbriche, delle centrali nucleari che poi collasseranno, giustifica e dà senso alla dittatura dei gulag, e persino alla rivoluzione; ossia la rivoluzione trova il suo esito “apprezzabile” nell’impero industrializzato sovietico. Come se tra i bisogni e i desideri della rivoluzione vi fosse la costruzione di un impero (il che non mi pare). Era l’espansionismo zarista che desiderava un impero, piuttosto.

(Immagine in copertina tratta da Gellinger, Pixabay)