Riccardo De Gennaro (Alias/il Manifesto) su Mio padre la rivoluzione

Alias, l’inserto culturale del Manifesto, il 12 novembre ha pubblicato una recensione di Riccardo De Gennaro a Mio padre la rivoluzione, dove, mi pare, l’unica riserva riguarda Cast, il blocco centrale di citazioni storiche e storiografiche.

Ma, per il resto, De Gennaro rileva «la magia di una narrazione felicemente sostenuta da una scrittura ricercata e immaginifica, irruente ed evocativa […]. Ciò che preme a Orecchio è spogliare la rivoluzione dei suoi luoghi comuni, ripulirla dalle scorie della retorica del socialismo reale, lasciarsi alle spalle i propri entusiasmi giovanili…».

Città distrutte cinque anni dopo

A quasi cinque anni dalla sua uscita, Città distrutte suscita ancora qualche riflessione. A cominciare da quelle di Riccardo Castellana che, in un saggio notevole su La biofiction. Teoria, storia, problemi, pubblicato su «Allegoria», 70-71, osserva: «Per Città distrutte, a rigore, non dovrei parlare di biofiction, perché nessuno dei personaggi di queste sei biografie infedeli porta il nome di una persona reale: è assente cioè il nome proprio come “designatore rigido”, direbbero i filosofi del linguaggio, capace di assicurare il legame tra la persona reale e la sua “controparte” finzionale. Eppure, credo che in questo caso l’eccezione possa essere giustificata dal modo in cui Orecchio costruisce i propri personaggi, rendendone trasparente l’origine e dichiarando nel paratesto i modelli di partenza».

[…]

«E procedimenti analoghi sono messi in atto quando i biografati sono uomini e donne realmente esistiti, a volte famosi come Tarkovskij, ma in altri casi oscuri e dimenticati, “vite minuscole” (per citare Pierre Michon) come quelle del sindacalista Nicola Crapsi, del giornalista Alfredo Orecchio, o della scrittrice Oretta Bongarzoni. Il palinsesto biografico è sempre scrupolosamente ricavato da autentici documenti d’archivio, come lettere e pagine di diario, sempre citati tra virgolette, e la sua natura autenticamente documentaria è dichiarata nel peritesto. La finzionalità formale di queste brevi narrazioni eterodiegetiche non sta nel privilegio dell’onniscienza (cui Orecchio non ricorre mai), ma nelle crepe della simulazione del discorso fattuale: negli inserti autofinzionali con cui il narratore commenta il disfacimento fisico e morale dei suoi personaggi o ne prende congedo, o negli appelli ad auctoritates inesistenti, come il Patrice Vuillarde citato in apertura di libro, fantastico nume tutelare che ritorna anche in altri lavori dell’autore».

«Ircocervi solo apparentemente postmoderni, le creature di Orecchio sono rappresentative di un’epoca, hanno caratteri realistici, talvolta addirittura tipici. Grazie a questo singolarissimo espediente (e grazie anche alla non comune qualità stilistica della prosa di Orecchio, in assoluto una delle migliori di questi anni), il Novecento, dal fascismo al colonialismo, fino alla guerra fredda e alle dittature sudamericane ci si mostra per il tramite di vite individuali il cui fallimento esistenziale (la “distruzione” cui allude il titolo) è indice della tragicità e dell’orrore della storia».

Marco Mongelli, su Le parole e le cose, (Osservare e dire le vite altrui: breve introduzione alla biofiction), proseguendo ragionamenti analoghi sulla letteratura biofinzionale scrive:

«Il contesto contemporaneo della biografia di finzione è costellato da una miriade di forme diverse, tanto che sembra che ogni testo faccia categoria in proprio. Sarebbe inutile stilare qui una lista e per questo mi limiterò a indicare i testi più noti di una pratica autoriale che vede una prima emergenza all’inizio degli anni ‘80, in seguito al successo di massa di opere, spesso mediocri, a carattere biografico, in Italia ma non solo. Nel 1983 escono L’enciclopedia dei morti di Danilo Kiš e Lo stadio di Wimbledon di Daniele Del Giudice; l’anno dopo le Vies minuscules di Pierre Michon. Negli ultimi dieci anni vanno segnalati almeno, in ambito francese, Ravel (2006), Courir (2008) e Des éclairs (2010) di Jean Echenoz e il celeberrimo Limonov (2011) di Emmanuel Carrère, e in ambito italiano, l’eccellente esordio di Davide Orecchio, Città Distrutte. Sei biografie infedeli (2012)».

Infine su Alias (e poi Le parole e le coseGiovanni Pellini cita Città distrutte nella sua recensione delle Vite minuscole di Pierre Michon.

Angelo Ferracuti, Alias/il Manifesto, su Stati di grazia

Su Alias del 27 aprile Angelo Ferracuti dedica a Stati di grazia un articolo bello e (per me molto) importante:

alias

«… Quello che col­pi­sce in que­sto libro, oltre al com­plesso mon­tag­gio dei materiali nar­ra­tivi, la cui appen­dice rende merito di una biblio­gra­fia pre­sunta, riguarda i molti regi­stri e varia­zioni tim­bri­che, una visione corale polifonica.

La lin­gua è molto ela­bo­rata, frutto di un lavoro, di una ricerca let­te­ra­ria assai rari negli scrit­tori della gene­ra­zione di Orec­chio: sem­pre densa, ricca, piena di sim­boli, ma anche corporale, sen­so­riale, fatta di odori e sapori…»

QUI LA RECENSIONE COMPLETA (spoiler) Continua a leggere “Angelo Ferracuti, Alias/il Manifesto, su Stati di grazia”