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Il più bel magazine che si stampi in Italia ospita una recensione di Città distrutte. La scrive Frederika Randall, corrispondente a Roma per The Nation. Inizia così:

L’esordio di Davide Orecchio ricorda il grande W.G. Sebald nei suoi Gli anelli di Saturno e Gli emigrati. Composto da sei vite parallele in tempi e luoghi diversi, Città distrutte punta sul lato malinconico della storia: la giovane donna vittima della tortura sotto i colonnelli di Buenos Aires che offre la libertà a un’altra; il contadino molisano militante che si isola dal mondo quando muore la moglie; il regista sovietico alla Tarkovskij esiliato nell’ovest; il giornalista messinese prima fascista, poi gappista, poi amante della poesia; la giovane poeta di vita breve che si definisce “una città distrutta”; una versione di Wilhelm von Humboldt diplomatico prussiano a Roma nel primo ottocento. Coraggio, ambizione, solitudine, figli amati e persi, matrimoni spezzati. Sotto queste vite – dure, intense e a volte un po’ misteriose – la Storia fa i suoi movimenti tellurici. La dittatura argentina, il movimento operaio, lo stalinismo, il socialismo e il comunismo in Italia negli anni del fascismo e durante la guerra fredda, il fascismo stesso, le guerre napoleoniche. Basandosi in parte su documenti storici, l’autore, lui stesso uno storico, approfitta della precisione e della concretezza del suo mestiere per inventare storie necessarie e commoventi.

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L’ORIGINALE QUI

Tarcisio Tarquini su Città distrutte

Rendiamociconto 16 giugno 2012
Tarcisio Tarquini, Su “Città distrutte” di Davide Orecchio

Che Davide Orecchio abbia scritto un gran libro e che, perciò, il premio Mondello conferito a Città distrutte (Gaffi editore) sia stato più che giustamente assegnato non sono certo io il primo a dirlo, anche se ci tengo a rivendicare pubblicamente il merito (tutto privato, naturalmente) di aver seguito la gestazione di questi racconti e, per quanto è potuto valere, di aver incoraggiato l’autore di fronte ai dubbi che sempre spuntano a un certo punto della fatica e perciò una rassicurazione può placare l’ansia, il timore di non essere pari alla prova.

Della scrittura di Città distrutte oggi si è letto sui giornali, e ascoltato dalla bocca dei prestigiosi studiosi e scrittori e scrittrici che ne hanno scritto e parlato, che (vado a memoria e se gli aggettivi non sono proprio questi, il senso lo è) è splendida, rozza e raffinata insieme, originalissima, anacronistica eppure nuovissima, e così via. Eppure è proprio questa scrittura che sta alla base della difficoltà che il libro ha incontrato nel trovare una casa editrice disposta a rischiare su di esso. Non è un caso che a riscattare questa vicenda critica dai suoi vistosi errori di supponenza e ottusità sia arrivato, alla fine, in qualità di uno dei tre giurati che hanno deciso l’assegnazione del Premio Mondello, uno scrittore come Emanuele Trevi che molto ha spiegato (nel suo Qualcosa di scritto, con merito finalista del Premio Strega) su come si confezionino i romanzi e i casi letterari nei nostri tempi, dominati dalla dittatura mercantile di editori che trovano nella spregiudicatezza semplificatrice delle loro redazioni i creatori della sola koinè che viene ammessa all’onore della pubblicazione e distribuzione nei circuiti maggiori. Continua a leggere “Tarcisio Tarquini su Città distrutte”