I pranzi d’autore di mia madre

A chi possa interessare.

Vent’anni fa, mentre andava morendo, mia madre raccoglieva ricette. Dalle sue carte e dai libri (all’epoca Google non c’era) si spargeva per casa il sapore immaginato – con l’odore – dell’omelette di Tabucchi, del pane all’uvetta di Maupassant, dei krapfen di E.M. Forster. Stanava pietanze da romanzi, memoriali, racconti. Aveva il progetto, mia madre, di un matrimonio; ossia di sposare letteratura e cucina. Mentre moriva. Mentre il primo medico disse: è il mediàstino, di là passa il respiro, la voce, anche il cibo; è l’autostrada del corpo, signora, dove ora il suo tumore cresce. Mentre il secondo medico disse: non è operabile; non è compatibile con la vita, signora, operare. Mentre il terzo medico disse: è curabile (e sorrideva), forse guaribile (senza sorriso).

Mentre moriva. Raccoglieva ricette. Mia madre. Dalle sue carte, dai libri, dagli scaffali di biblioteche romane. Si votava al libro dei Pranzi d’autore. Lei lo chiamava il mio piccolo libro, il mio libro-sfizio di madre avariata. Sapeva bene che aveva fatto di più. Sapeva di correre il rischio della donna/ricette/cucina/cliché. Ma lei che aveva fatto di più, ora aveva bisogno di questo. Mia madre. Mentre andava morendo. Componeva l’indice dei piatti che non avrebbe mangiato né cucinato.

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Lettera di presentazione, mercato del lavoro #1

Gentile Dottore,
voglia prendere in esame la mia offerta di collaborazione. Come potrà leggere nel curriculum Europass che Le allego, al momento esercito nel settore dei peraccotai. Sì, c’è scritto “peracottaro” (al Settore). Tuttavia l’attività che più amo e so svolgere è vendere il ghiaccio, che smercio in primavera e d’estate. Ma quando viene l’autunno, e poi l’inverno, a nessuno più serve il mio ghiaccio; per questo nei mesi freddi io vendo le pere cotte e le mele. Ad ogni modo col primo caldo o tepore io torno al ghiaccio, che è la mia vera passione; difatti ho condotto per anni un esercizio, anche, di grattacheccaro (veda sempre il curriculum alla pagina due). Ora però – e vengo alla ragione del mio scriverLe – sento crescere in me un desiderio di cambiamento. Lei penserà: “Non è ragionevole! Se ama tanto il ghiaccio, perché cambiare mestiere o anche solo desiderarlo?”. Il fatto è che la realtà non solo circonda come una cornice me e Lei, gentile Dottore, ma ci modifica e bagna come un mare forte e profondo; e ne veniamo su umidi, asciutti mai più. Continua a leggere “Lettera di presentazione, mercato del lavoro #1”

Neonati lontani

Neonati lontani

La portiera m’ha detto che presto questa mattina uno stormo di neonati ha preso il volo e che «migravano al Nord». Capita solo nel mio quartiere, difatti è dal tetto di questo palazzo che han decollato, metà di loro con le piume corvine, l’altra metà dalle penne di latte. «Erano trenta, forse quaranta».

Il capo era biondo col piumaggio nero e gli altri lo chiamavano (perché si parlavano) Orca, anche Horcynus Orca. Lui ha fatto colazione col Campari e l’Ovomaltina e mezza rosetta spalmata di burro con lo zucchero sopra. Stavano tra la pece, la malta, le erbacce e le muffe che crescono intorno a comignoli e antenne dov’era stato il loro bivacco, credo per diversi giorni. Ma io sulla testa non li avevo sentiti.

Era un bivacco lieve di levitazione. Scarabocchiavano disegni sul muro, m’ha detto la donna, per lo più padri simili ad alci e madri tondissime, e nuvole gonfie. Mangiavano biscotti col cioccolato, scaglie di cioccolata, pollo nel sugo rosso di cioccolato. Un paio di volte hanno intonato un coro da branco per darsi coraggio e il canto spargeva una storia come acqua tirata dal pozzo, la fiaba lontana del dadoveveniamo e doveandiamo. Erano seri. Avrebbero potuto esser padri, più che figli neonati. Horcynus era il silenzioso di loro ma al mattino, dopo lo zucchero il burro e il Campari, ha detto: «Adesso si va per non finirecrepàti in questodeserto abbiamo un mese abbiamo cent’anni ne abbiamo duecento senz’aver creato nulla le storie cipèsano la storia ciopprìme» Ha fatto una puzza e poi s’è librato. Nell’attesa degli altri, cui dava il la, s’è divertito con le capriole, ha impaurito un gatto, schiaffeggiato un’antenna, svolazzato tra i tappeti stesi lassù, i cavi di rame e di plastica. «I gabbiani non lo spaventavano e per questo era il capo», suggerisce la portiera che qui vicino m’imbecca (forse è gabbiana?), «allora gli altri si sono rizzati e l’hanno raggiunto», e tutti insieme hanno infilzato le nuvole. Continua a leggere “Neonati lontani”

Sto contro il non scritto

Ne capisco poco e più che altro associo impressioni del mondo, ma sto contro il non scritto: dove tutto sbiadisce. Il non scritto odia l’altro da sé. C’è solo il non scritto, che è la vestaglia del mondo. Senile inclina al dimenticare i fatti vecchi e i recenti e, con lo sdraiarsi distratto sul mondo come su un divano che è un ippopotamo invece, il non/scritto sequestra la storia degli uomini che si fa occulta. È il tono dell’amnesia, quando le gesta diventano un coma. L’ambizione ora vegeta. Le fidanzate scolorano; le madri stingono. Il nonscritto, che è esangue, è il contrario del rosso e nei suoi barlumi sviene la vita, manca memoria, difetta l’essere. Non si può dire «io sono», nel bianco. Persino i nomi s’ammosciano. Le tasche si bucano. I biglietti si perdono. Restano pochi biglietti, e il loro inchiostro è divorato dal bianco. Se su quei biglietti abbiamo annotato numeri di amici, concetti, vedute, programmi, ora li perdiamo per sacrificio al nutrimento del bianco, e ci scapitiamo e smarriamo nel coricato sul foglio, come su un trono, colore non scritto.

bianco

Oggi il meteo dà una perturbazione di nichilismo sull’intera Penisola da qui al Duemilaventuno; dal Ventidue subentra un anticiclone di qualunquismo. Capita quando le cose vecchie muoiono e le cose nuove abortiscono. Ma è normale che accada nel dominio nonscritto.