L’inverno pareva un’unica lunga notte

«L’inverno pareva un’unica lunga notte; e la città sentiva intorno a sé il vuoto aspro della campagna, si ripiegava su se stessa per non perdere il poco tepore del suo alito. La redazione del Politecnico era allora non lontana dalla cappella dell’antico lazzaretto manzoniano, in un quartiere ch’era diventato il porto di mare dei camionisti, allora re delle strade, e dei borsari neri; fitto di donne, di osterie, di sale da ballo. Dagli alberghi di piazza d’Annunzio, dove, con i loro carri armati al parcheggio, stavano acquartierati, calavano al crepuscolo i militari occupanti.

Delitti straordinari, seguiti da imponenti funerali, dividevano l’attenzione della folla

Delitti straordinari, seguiti da imponenti funerali, dividevano l’attenzione della folla con i cortei di disoccupati, e i comizi. Qualche volta il Politecnico veniva incollato ai muri cittadini; e ci dava un brivido d’orgoglio vedere i nomi e i pensieri della poesia e dell’arte, di un amore che si era sempre creduto votato all’ombra e al riserbo, tremare all’aria e alla nebbia, lettura dei passanti, dei reduci dagli occhi smorti, dei vagabondi. Talvolta si andava nei circoli operai, nelle fabbriche, a parlare del Politecnico. Ricordo una sera, verso piazzale Corvetto, una specie di hangar mal illuminato, pieno di operai, di donne con i bambini sulle ginocchia; e ascoltavano parlare del Politecnico come di una cosa loro, come si trattasse del loro lavoro e della loro salute, e interrogavano, volevano sapere».

Franco Fortini, Dieci inverni 1947-1957, Feltrinelli, Milano 1957, pp. 44-45.

Perciò i morti ci appaiono solo in sogno

«Ma proprio in questo sta il vero e irrimediabile senso della morte: toglie ogni significato a quella domanda che sempre, d’istinto, ci facciamo di fronte a un evento che ci colpisce: “Che ne penserebbe lui, o lei? Come reagirebbe?” In realtà, lui, o lei, non soltanto non c’è più, ma non ha vissuto, visto e sperimentato tutto il tempo e la storia che separano la sua morte da noi, dall’oggi. I morti ignorano il loro futuro, che è il nostro passato e il nostro presente, non possono avere alcun pensiero e opinione su ciò che noi vediamo e sentiamo. Sono morti: non hanno più avuto storia, si sono irrimediabilmente fermati, non hanno mai più, da quel momento, sentito e pensato, non sanno che il mondo dopo di loro è cambiato, e quanto. Perciò non possono dirci nulla del nostro presente, non hanno più alcun giudizio da esprimere – solo sul loro “presente” e “passato” sanno parlare e su questo, infatti, li interroghiamo, se hanno lasciato tangibile e leggibile memoria di sé. Perciò i morti ci appaiono solo in sogno».

Giovanni Ferrara, Il fratello comunista, Garzanti 2007, p. 89.

Cimitero militare britannico di Bayeux
Cimitero militare britannico di Bayeux

Essere liberi

«Essere liberi è più importante che acquistare potere, le ricchezze materiali non danno libertà, così come non favoriscono l’autonomia personale le buone relazioni con i poteri costituiti. Se si riesce a conservarsi liberi anche dopo i cinquant’anni, si può cominciare a contare su una certa quantità di fortuna come su un diritto garantito dalle proprie scelte».

Saverio Tutino, L’occhio del barracuda, Feltrinelli 1995, p. 275.

fossile
Fossile (MUSE Trento)

Frammenti dall’autobiografismo del Novecento

«Non parlerei di un autobiografismo dell’anteguerra e di uno del dopoguerra, ma di un autobiografismo dell’uomo della società vecchia e di uno dell’uomo della società nuova che si può trovare oggi nelle testimonianze autobiografiche».

«La letteratura del comunismo, che ha puntato tutto sulla carta del romanzo, tra cent’anni ricorderà forse di quest’epoca non romanzi ma soprattutto opere autobiografiche, diari, epistolari».

Italo Calvino, Questioni di realismo, «Tempo presente», a. II., n. 11, novembre 1957, p. 881.

[ È un brano citato da molti. Ad esempio da Paolo Spriano (Le passioni di un decennio: 1946-1956, Garzanti 1986) e da Giovanni De Luna (Le ragioni di un decennio: 1969-1979, Feltrinelli 2009) ].