Ricetta della scrittura*

Le mie idee nascono dall’ozio. Meglio se contemplando il mare; spesso nel fare colazione. Ottime idee possono venire al tramonto o anche sotto un cielo stellato, di notte. Buone idee vengono in cucina, alle prese semmai con un soffritto. Cosa conta? Avere la mente sgombra, presa tutt’al più da un compito manuale. Prima de (e indispensabile per) l’idea: leggere gli altri, ascoltare gli altri, osservare gli altri. L’idea è una specie di chicco di mais: devi cuocerla perché cresca in pop corn. A volte arriva camuffata, ossia sotto forma di progetto fuorviante. Ci vuole tempo per (capire di) indirizzarla verso la forma/progetto/libro.

La raccolta del materiale non ha regole, perché dipende dal progetto: ce ne sono che richiedono mesi tra libri e biblioteche. E ce ne sono che richiedono giusto l’idea e la disposizione a raccontarla.

La prima stesura dura almeno due anni. Almeno. Ogni notte si scrive un po’ (perché di giorno si lavora). Col word processor la scrittura, anche in prima fase, è diventata una scultura: ogni frase può essere riletta, riscritta, cresce in piccole e graduali incisioni.  Bisogna sapere dove si va, ma ogni digressione è un mistero, un’incognita, e come riempi quel sapere dove si va è un miracolo (se il lavoro funziona) altrimenti detto pagina. Pagina dopo pagina, in accumulazione. Durante il giorno possono venire spunti (altre idee): nell’era del cloud e della sincronia file si aggiungono facilmente al PROGETTO. Poi, nelle ore piccole, arrivano alla pagina.

Finisce la prima stesura e inizia la prima rilettura e riscrittura. Tagliare, aggiungere, lavorare sullo stile, soprattutto sul lessico. Emarginare le superficialità, per quanto possibile e quanto basta. Ma la memoria dello scritto è ancora fresca, non c’è distanza.

Per il distacco serve tempo, quanto basta. Almeno un anno (meglio due). Mesi per dimenticare cosa si è scritto, separarsene. Vietato riprenderlo in mano. Fare come se non esistesse. Come il vino che fermenta nella botte.

La seconda rilettura e riscrittura è decisiva. Tornare al testo, ma in freschezza. A volte è come leggerlo per la prima volta. Vuol dire che il distacco è servito. Solo adesso si capisce se il testo funziona oppure no, e quanto e come occorre riscriverlo. E se matura in un libro o resta solo un progetto, un’idea abortita. Occorre severità quanto basta, quella che il mondo fuori, altrimenti prodigo di indifferenza, non sempre riserverà al testo. La severità è la forma più alta di generosità.

* Nella mia cucina, in quella degli altri non so.

Bob Dylán

Parigi val bene una mostra, per i fan del menestrello Zimmerman. In questa (Bob Dylan, L’explosion rock 61-66) in corso alla Cité della musique c’è molto di molto. Le splendide foto di  Daniel Kramer, che puntò sull’artista sconosciuto al Greenwich e l’accompagnò in un’ascesa tutta in bianco e nero. Foto ancor più primordiali, quelle che ritraggono un cinghialetto teen del Midwest, prima di sbocciare e smungersi sulla costa, prima di farsi Bob Dylan. Tracce audio e video fino all’eruzione della svolta rock: 1965, Newport, i buuuu dell’audience folk e lui che incurante elettrifica Like a Rolling Stone (c’è il video integrale, affisso in una sala ad hoc/ad rock, scura, da percezione e meditazione).

L’eccezionale film londinese Don’t look back di Pennebaker: testimonianza della tournee in UK che rende del tutto superfluo (esteticamente) l’episodio di I’m not there ad essa ispirato (solo una copia e nient’altro che). E poi un gran varietà di chitarre Martin, Fender, Gibson, tutte arpeggiate e riffate a suo tempo dal menestrello Bob. Taglio temporale: 1961-1966 (con un po’ di radici “a monte”): gli anni dell’esplosione, della definizione d’una identità artistica. Gli anni migliori. Per me, da accorrere in massa.

Il sistema delle citazioni

Non tutti ameranno l’abbondanza di virgolette che attraversano in ogni forma e specie i testi di Città distrutte. Eppure senza quel tessuto, senza quei fili che sporgono antiesteticamente e tutti quei bottoni e quelle asole, l’abito non terrebbe, anzi non esisterebbe proprio. L’obiettivo del libro è il meticciato tra storie vere e d’invenzione, fonti vere e d’invenzione. Ma al contempo dovevo espungere qualsiasi scorrettezza citando nel modo appropriato i testi non immaginari.

Nell’uso stratificato, quindi, i caporali sono riservati alle «vere» citazioni tratte da testi pubblicati o inediti, e da fonti d’archivio. Mentre finte citazioni di opere inventate o discorsi diretti sempre d’invenzione sono tra “apicali”, o a volte (i dialoghi) in corsivo.

Il sistema serve non solo per correttezza verso le fonti, ma anche per evitare note a piè di pagina che avrebbero smontato l’ambizione letteraria del testo.

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La faccenda si complica in Migliorisi, dove ai «testi» tratti da manoscritti o libri di mio padre si aggiungono due diari della Guerra d’Africa che riporto tra ‘virgolette semplici’ oppure <così>.
Per quanto riguarda i testi di mio padre e mia madre inseriti nelle biografie ispirate infedelmente alle loro esistenze, mi è sembrata un’occasione imperdibile di strapparli per un momento al dimenticatoio dell’umanità: così da riportarli nella loro bellezza alla luce delle mie pagine. Ma quando anche sulle mie pagine calerà il buio, toccherà ad altri il compito di restituire vita ai morti.

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In alcuni casi (Éster Terracina) dove non cito quasi per nulla fonti vere, il sistema non è servito. In altri (Kauder a Roma) non è stato sufficiente, a causa del corpo bibliografico di carteggi e opere humboldtiane (sia di Wilhelm, sia di Alexander) che hanno obbligato alle note.

Tra prime e seconde bozze qualche problema nell’applicazione del sistema c’è stato. Per fortuna l’editore non è uscito matto, e lo ringrazio di aver soprasseduto sulle sue norme redazionali lasciando il campo a tutti i miei simboli.

Angelo Ferracuti recensisce Città distrutte

Sull’Indice dei libri del mese di aprile, a pagina 23, è apparsa una bellissima recensione di Città distrutte a firma di Angelo Ferracuti:

“La biografia non ha mai avuto una grande fortuna nel nostro paese, ma forse in una sta­gione di profonda crisi della fiction, dove gli scrittori esplorano territori di scrittura altra, come per esempio il reportage nelle sue tante forme, o l’autobiografia sciupata e tradita dall’invenzione, torna come forma letteraria capace di sorprenderci, darci quel surplus di realtà, di senso, di profondità conoscitiva che molti romanzi commercialmente ben confezionati, o esordi ano­ressici ridotti a merci da banco del supermercato, da anni ci vietano nella loro dimessa e meccanica prevedibilità.

Ce lo dice un libro di Davide Orecchio, giovane autore uscito dall’officina di “Nuovi argomenti”, che lavora come giornalista al settimanale “Rassegna” della Cgil, di solida e insolita compostezza formale, dalla scrittura abilmente scolpita da una ritmica esatta che mischia sapientemente reperto memoriale, ricerca storica sul campo, quindi “le carte”, un corredo di letture riverberanti e contestuali molto ricco, all’infedeltà, peraltro annunciata dal sottotitolo, di un’immaginazione che inventa dal vero lasciandosi uno spazio di verosimile quanto mai azzardata parte di finzione. Continua a leggere “Angelo Ferracuti recensisce Città distrutte”