Il braccialetto di pergamena

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«Di libro in libro, Arlette Farge invita i suoi lettori a ricomporre, traendoli dagli archivi polizieschi e giudiziari dell’Ancién Régime, i frammenti d’esistenza di coloro, uomini e donne, che sono stati arrestati, interrogati, condannati.

Nel “Braccialetto di pergamena” le tracce di vite spesso dolorose sono corpi morti, quelli di esseri vulnerabili che il trapasso ha sorpreso sulle strade o sui fiumi nei pressi di Parigi. Per ogni cadavere scoperto devono essere stilati, da parte degli addetti nominati dalle autorità, una descrizione del defunto e un inventario di ciò che quest’ultimo portava addosso.

Tra questi oggetti gli scritti sono numerosi, diversi, molto vari per origine e utilizzazione. Sono queste parole senza linguaggio, questi “testimoni delle possibilità infinite dello scritto” che Arlette Farge legge per noi, con noi – probabilmente per la prima volta, da quando i cancellieri del secolo XVIII li hanno registrati. Continua a leggere “Il braccialetto di pergamena”

John Lee Hooker #1

Nasce dov’è il Mississippi, dov’è sgorgato tanto blues e c’è Clarksdale. Ha in William Moore un patrigno che non si domestica alla terra specchio del contadino Moore William cui non basta la mano realtà, il seme realtà, la stagione, il pendere delle gambe e la schiena verso lo specchio terra lavoro. Riconosciuto dagli occhi degli altri e famoso, William il patrigno di John Lee Hooker Moore è musicista, non suona che il blues sulla chitarra nelle friggitorie, nelle serate danzanti.
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Poi alla casa chitarra cassa ponte sei corde di William e John vengono in visita Blind Lemon Jefferson, Blind Blake e Charlie Patton: e quelli basta che parlino e John Lee Hooker impara il blues; e cantano anche e suonano anche. John Lee, che pure canta nella chiesa di Clarksdale, non ama l’agricoltura futuro sudore mentre la musica che l’attornia, le canzoni che respira: questo sì che gli piace e nell’amore si radica l’Io. Chiede al patrigno: «Insegna la chitarra al tuo figliastro» e Moore William acconsente e gli trasmette il battito.

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Love

Ecco gennaio con la pioggia sui vetri e la ghisa che s’intiepidisce nella dimora. L’inverno è il ripostiglio di piccole cose, gesti minuscoli. A. sostiene un esame. S. compra un vestito e un computer. A Maccarese mangiano frittura di pesce. L’inverno è la teoria della vita, l’ansia e il progetto; è scrittura.

Ma lo sguardo tasto matita esita per via della dubitazione. Lo scrivere tiremmolla nella circospezione della navigazione cerca i fari, scansa gli scogli; lo scrivere pronostico della vita che verrà: s’interroga, interpella, avvista. Creare il teatro futuro per poi spaventarsene, descrivere e pronunciare la realtà che sarà nella speranza che sia un altro l’avveramento, è la pratica dell’inverno dove il mondo delle azioni s’abbuia.

Dopo aver concepito da sé le mosse o i prossimi fatti, la mente grafia si ferma e contempla e nel luminio diagnostica e prescrive cosa figliare, cos’abortire. Il presente e il futuro sono tane di talpa, forse pedane verso le stelle allacciate da connessioni cunicoli che si deve scavare. La mente ingegnere considera la trivella, misura il traforo ma il più delle volte s’arrende alle circostanze del mondo dove gli spiragli si divaricano nella naturalezza e gli orifizi s’aprono per geologia non volontaria e inumana. Nell’inverno c’è lo studio sottovoce di modelli, il calcolo sussurro di eventi probabili, il bisbiglio dell’asserzione: “Io credo – voglio dire – ipotizzo”. C’è quindi un diario che splende, che vive.

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