Su Alfabeta2

Alfabeta2 pubblica sul suo sito una bella recensione di Stati di grazia firmata da Francesca Fiorletta.

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Inizia così:

«Meglio abituarsi in fretta al suo stile acerbo, immaturo nell’opporsi al tempo per restare quello che è, ostile ai processi, nemico dei flussi, arrabbiato col divenire, disgustato da ieri, incrostato nel presente (un gatto sul ramo), smemorato del futuro (un vecchio in una casa che si logora)». Meglio abituarsi in fretta allo stile puntualissimo e struggente della scrittura di Davide Orecchio, alle sonorità evocative e martellanti del suo fraseggio ondulatorio, al consuntivo e paradigmatico uso della sua stringente punteggiatura.

Meglio abituarsi in fretta alla pratica dell’elencazione spasmodica con cui Orecchio accomuna immagini surreali e perentorie, tranciate di netto sulla pagina viva e allo stesso tempo modulate con una certa nostalgica morbidezza del gesto, quasi celate sotto pelle eppure continuamente sovraesposte, agli occhi del lettore, grazie a un linguaggio sapiente e molto consapevole, che mescola gli idiomi del quotidiano alle rivendicazioni di una prosa quasi barocca, incredibilmente garbata e tuttavia pregevolmente scarnificante.

Ma è da leggere tutta, fino alla fine, dove si afferma una verità.

Soulfood

Dopo l’intervista a Mario De Santis su Radio Capital (3 aprile 2014), Soulfood pubblica una bella recensione di Stati di grazia.

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Questo è l’audio dell’intervista:

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Qui, invece, la recensione scritta da De Santis:

«Né sommersi, né salvati, né desaparecidos né eroi. Tutti i personaggi che percorrono la parabola del romanzo (o diario di biografie immaginate) “Stati di grazia” (il Saggiatore ) di Davide Orecchio, sono impalpabili come statue di cenere, polvere di macerie che la storia non accumula per una sua redenzione futura, come sognava Benjamin, ma che è solo la traccia di una disseminazione inutile che non troverà mai riparo, né patria, se non per temporanei accidenti.

E allora a questi personaggi estremi perdenti della storia resta un’unica speranza minima, quella che si possa da qualche parte ritrovare e raccogliere la loro voce, come si raccoglie polvere da una casa per capire come ha vissuto che l’ha abitata. Come a volte emerge la voce di un conoscente o di uno sconosciuto meglio, dallo sfarfallio frammentato di un pugno di lettere ritrovate, da pagine di un diario. Da quelle incerte scritture, specie se private, intime labirintiche, allusive, l’Invisibile Persona – ovvero tutti noi – che ha abitato i giorni e dunque la Grande Storia e da quella è stato però con crudeltà cancellato – come Leopardi credeva accadesse solo con la Natura, guardando i cadaveri petrosi e i resti calcinosi di Pompei – riemerge. Continua a leggere “Soulfood”