Fossero così tutte le mattine del mondo

Qui (su Doppiozero) in coabitazione coi magnifici Baroncelli e Franzosini. Forse in un ostello per i curiosi di ieri. Oppure su un treno che viaggia a ritroso nel tempo. Con questi compagni di viaggio si può andare a piedi fino alle guerre puniche.

Fossero così tutte le mattine del mondo:

«In Quoi? L’Éternité Marguerite Yourcenar scrive che “la memoria non è una raccolta di documenti depositabile in buon ordine al fondo di chissà quale me stesso, essa vive e cambia; avvicina i pezzi di legno spenti per farne di nuovo scaturire la fiamma”. Per l’autrice delle Memorie di Adriano, esperta frequentatrice degli incroci e delle ibridazioni tra storiografia, biografia e romanzo, la memoria è una cosa viva, duttile, infiammabile. Lo stesso vale per la storia e per i suoi personaggi. Raccontare l’altro, recuperarne l’esistenza dalla storia più o meno lontana è un lavoro da archeologo e da letterato, richiede ricerca, indagine, scavo, ma anche il coraggio di spogliare, riscrivere, tradire, trasfigurare. Il regno del verosimile, dall’atmosfera rarefatta e dai docili confini, è il luogo adatto per inventare una lingua capace di compiere viaggi interspaziali e di tradurre voci di spiriti disturbate dal tempo. Tre titoli galleggiano in queste zone ibride della letteratura, premendo contro i bordi delle definizioni e muovendosi su territori liminari all’incrocio dei generi, dove è più facile perdersi e trovare soluzioni nuove: Mio padre la rivoluzione, di Davide Orecchio (Minimum Fax 2017), Il mangiatore di carta di Edgardo Franzosini e Risvolti svelti di Eugenio Baroncelli (entrambi Sellerio, 2017)».

Chiara De Nardi, Doppiozero
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Non essere

Esattamente 10 anni fa, di questi tempi, concludevo la stesura di un manoscritto che s’intitolava Città distrutte, e iniziavo a mandarlo in giro. Senza immaginare che avrebbe atteso 4 anni la pubblicazione. In realtà senza immaginare nulla di nulla.

Fu un inverno da covo. Anche la mia compagna lavorava a una ricerca e quel gennaio, quel febbraio, uscimmo poco la sera. Ripresi a suonare la chitarra, imparai le accordature aperte, guardavo film di Hitchcock e concerti dei Radiohead. Ero abbastanza felice. Avevo messo il tempo in letargo: è un evento esistenziale rarissimo che si giova del non avere progetti né malattie, e del godimento di musica, cinema, letteratura. Necessita pure di un’inclinazione domestica, casalinga; o dell’esatto contrario: star sempre fuori di casa, vivere i giorni esternamente.

L’evento domestico non può che accadere a gennaio, a febbraio. Con buona pace dell’homo faber, il letargo del tempo è bellissimo. Il silenzio delle ambizioni. La sedazione dell’io. Ogni attesa indossava lo stesso abito: il golf coi buchi sul gomito, i calzoni sbiaditi; è il dress code per partecipare alla serata “uscire dal secolo”. Serve una persistenza nel non dare appuntamenti a sé stessi, prima che agli altri. L’unico obbligo è nutrirsi (e non solo del cibo), abbeverarsi (e non solo dell’acqua).

Non voler essere nessuno, e non esserlo.

Sotto casa, all’altezza dell’asfalto e delle zanelle, dei cerchioni, dei contatori del gas, delle radici dei pini, delle pigne scorticate, dei peli di gatto, delle monete perse, lì dove respirano i neonati nei passeggini, e dove si fermano a riposare le nonne quando si piegano, dormiva una creatura sfrattata e letargica: era il mio calendario, ma non era più mio, e io non ero più suo.

Provando a spiegare Trockij

Ad Alatri, ospite di Tarcisio Tarquini e presso l’associazione Coworking Gottifredo, in un bell’incontro con lo scrittore Andrea Melone, ho provato a spiegare Trockij, il fantasma e messia di Mio padre la rivoluzione (come l’ha definito Melone), l’eroe del what if e personaggio che mi è servito, in quasi tutti i capitoli del libro, a raccontare i cortocircuiti, i fallimenti, gli appuntamenti mancati, le sconfitte. Non so se ci sono riuscito ma, come spiegano le foto scattate dagli organizzatori del Coworking, ci ho provato.

Ho provato a spiegare alcune cose anche in questa conversazione con Gabriele Sabatini pubblicata da Flanerì alcuni giorni fa.

Se non bastano le mie parole, e in fin dei conti il lavoro, il libro, c’è poi una bella recensione di Sara Camaiora su Mangialibri.

«L’operazione che compie questo singolare autore è complessa e ammirevole. Attraversa la storia riscrivendone alcune parti, cancellando cose avvenute e immaginando un andamento diverso, oppure rielaborando fatti accaduti realmente.

Mio padre la rivoluzione va saputo capire, metabolizzare, ma rappresenta sicuramente un unicum nel panorama letterario nostrano. Per ricerca, per originalità. Per lo stile, con echi classicheggianti e stilemi ellenici intarsiati da un linguaggio aulico e elaborato. Per la capacità di unire storia e letteratura, regalandoci visioni “altre” e nel contempo facendoci riscoprire il passato».

Segnalo poi due appuntamenti:

– il 26 gennaio una presentazione a Torino, con Davide Franchetto e Danilo Zagaria, libreria Pantaleon, h 19.00.

– il 28 gennaio, a Milano, un incontro su storia e letteratura con Helena Janeczek, Giacomo Raccis, Andrea Tarabbia, Filippo Tuena, «Writers», Frigoriferi Milanesi, h 14.30.

Domande e risposte

Sull’ultimo numero della Rivista Reportage (33, gennaio 2018) Maria Camilla Brunetti mi intervista su Mio padre la rivoluzione. Queste sono le domande.

Come hai costruito l’impianto narrativo di questo libro, sorprendente per documentazione storica di archivio e allo stesso tempo per stile immaginifico?

Quella che compi in questo lavoro è un’indagine composita sulle infinite possibilità della storia. In che modo hai lavorato tra il polo del saggio e quello dell’invenzione letteraria?

Quella di Mio padre la rivoluzione è anche una lingua emotiva, del personale. Come entra la tua storia privata all’interno del racconto del sogno, del mito e dell’illusione della grande Storia?

Che cosa rimane della Rivoluzione russa?

Le risposte che ho dato sono nel pezzo in edicola.

Qui sotto nel video di Rai Letteratura, invece, le domande di Carolina Cutolo non ci sono, ma ci sono le mie risposte. La luce rifulgeva sulla mia capoccia e le tempie, pardon.