Pertini chiedeva le armi

Da una memoria di Aldo Natoli:

«Appresi che di lì a poco in piazza Colonna ci sarebbe stato un comizio del partito, doveva parlare Longo. Andai a piazza Colonna, per me è indimenticabile l’atmosfera che si respirava quel giorno. Non c’era molta gente, ma c’era una grande inquietudine. Mentre aspettavamo che il comizio cominciasse – c’erano Amendola e Longo – a un tratto sbucò un gruppo di motociclisti i quali attraversarono rapidamente la piazza, da Largo Chigi imboccarono il Corso, sparando. Spararono in aria, evidentemente, perché io non ho visto cadere nessuno, ma questo fu sufficiente perché la folla si disperdesse. Io stesso fuggii dentro la Galleria Colonna e lì stavo appiattito contro la saracinesca abbassata di un negozio quando, volgendomi verso la mia destra, vidi Giaime [Pintor].

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Lettere a…

C’è chi scrive lettere ai morti e c’è chi non le scrive. Io le scrivo. Non arreca nient’altro che una sopportabile malinconia. Poi si torna a ridere davanti alla serie tv. Si pota la pianta. Si compra il tè nero. Si dorme fino alla settima ora, fino alla prossima lettera ai morti. Poi si compra il pane integrale per l’insalata. Si beve il caffè senza lo zucchero. Si sbuccia la mela. Si regola il conto col creditore. Fino alla prossima lettera ai morti. Che non ha bisogno di troppo sforzo. Non consuma l’inchiostro, non occupa i bytes. Non si salva su dropbox, non si invia con gmail. Ha giusto l’inconveniente della malinconia sopportabile, come una sera più fredda del solito, come un’estate più torrida. Fino alla prossima serie tv, al film, al concerto, al cui termine si scrive una lettera ai morti, che non controindica nulla ed è economicamente gratuita, spinge solo al di sotto, lievemente al di sotto di cosa, di quanto, non so, non si sa, un poco sotto la linea di cosa?, dell’acqua?, dell’aria?, non so, non è stato provato ma non c’è bisogno di farlo, in fondo è solo una lettera ai morti, fino alla prossima serie tv…

Particolare da Vasilij Surikov, Stenka Razin (1907), Museo Russo, San Pietroburgo

Regole di scrittura di Arrigo Benedetti

Nei suoi ultimi due anni di vita (1975-1976) Arrigo Benedetti fu direttore di Paese Sera. Risale a questo periodo un suo breve elenco di istruzioni alla scrittura, steso a profitto dei redattori del quotidiano. Ecco cosa scriveva:

  • «Po’, per poco, si scrive con l’apostrofo, non con l’accento».
  • «Si scrive se stesso e non sé stesso».

[…]

  • «Le maiuscole vanno usate in modo parsimonioso (nome e cognome, città, nazioni). Sono sempre da evitare quelle reverenziali, sia per gli enti pubblici che per il loro titolare. Unica eccezione la parola Repubblica, quando ci riferiamo alla repubblica italiana, Papa e Presidente quando non sono seguiti dal nome del papa o dal presidente della Repubblica».

[…]

  • «Non si usano i verbi inventati, come evidenziare, presenziare, potenziare, disattendere; o superflui come effettuare per fare, iniziare per cominciare; i francesismi come “a mio avviso”; le frasi fatte come “madre snaturata”, “folle omicida”, “agghiacciante episodio”, “in preda ai fumi dell’alcool”, “i nodi da affrontare”, “nell’occhio del ciclone”, “l’apposita commissione”; gli aggettivi che servono a caricare di infamia chi non ne ha bisogno, come il “criminale fascista”, “l’infame dittatore”».

Una nota finale scritta con il pennarello scolpiva il carattere e il pensiero di Arrigo Benedetti:

«Con preghiera di fare più giornalismo e meno ideologia».

Da Edo Parpaglioni, C’era una volta Paese Sera, Roma, Editori riuniti, 1998, p. 61.

Imagine tratta da Internet Archive Book Images

Ognuno avrebbe potuto diventare un altro

La biografia deve:

«Rappresentare l’individuo nei rapporti col suo tempo, e mostrare dove il tutto gli si opponga, dove lo favorisca, come egli ne abbia tratto una visione del mondo e dell’umanità, e come, se è artista, poeta, letterato, lo rifletta a sua volta. Ma per questo occorre qualcosa di pressoché irraggiungibile, cioè che l’individuo conosca se stesso e il proprio secolo; se stesso in quanto è rimasto il medesimo in tutte le circostanze; il secolo, in quanto trascina con sé, determina e forgia i volenti e i nolenti, così che si può dire che ognuno, nascendo solo dieci anni prima o dopo, quanto a cultura e influsso esteriore, avrebbe potuto diventare un altro».

Goethe, Poesia e verità

cit. in Franco Calamandrei, Le occasioni di vivere: diari e scritti 1975-1982, La nuova Italia, 1995, p. 153.