Stati di grazia, una bella recensione di Marco Mongelli su Allegoria

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La rivista Allegoria  pubblica una bella, lucida, esattissima (mi sembra) e inattesa (visto che è passato già molto tempo dall’uscita del romanzo) recensione di Stati di grazia, firmata da Marco Mongelli:

«Stati di grazia, opera seconda di Davide Orecchio, reca sulla copertina la dicitura “romanzo”, sicuramente in virtù del carattere onnivoro della categoria ma forse anche perché un’espressione più precisa per descrivere un libro del genere ancora non c’è. Quest’opera, infatti, fra le più importanti dell’ultimo decennio italiano, presenta una struttura narrativa complessa e una mescolanza di regimi discorsivi differenti. Se il precedente Città distrutte. Sei biografie infedeli (2012) mimava la biografia, Stati di grazia vuole essere una ricostruzione memoriale di un periodo storico, la dittatura in Argentina negli anni ’70, e di un fenomeno, le migrazioni dall’Italia prima e verso l’Italia poi di esuli e fuggiaschi. Ricostruzione compiuta attraverso l’invenzione di storie verosimili e l’utilizzo di una lingua e di uno stile iper-letterari».

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Se la storia è, come sembra, un genere letterario…

«Si la historia es – como parece – otro de los géneros literarios, ¿por qué privarla de la imaginación, el desatino, la indelicadeza, la exageración y la derrota que son la materia prima sin la qual no se concibe la literatura?».

«¿Alguien puede embalsamar una vida? ¿No es ya suficiente castigo ponerla bajo el sol y en esa luz terrible comenzar a contarla?».

Tomás Eloy Martínez, Santa Evita

Irruzione della poesia Piaroa nella mia vita quotidiana

Pochi giorni fa mi è capitato uno strano incontro. Così improvviso. Così inaspettato. Avevo una camicia senza il bottone sul polsino sinistro, e una giacca di velluto nero pure senza il primo bottone, il superiore dei tre.

Era la mattina di un sabato quando ho pensato che mi toccava il rammendo. Sono andato nel ripostiglio, ho aperto l’armadio, ho preso la scatola dei bottoni e degli aghi e l’ho portata in soggiorno. Ho iniziato a cercare un filo azzurro che andasse bene per la camicia. Tra i gomitoli e gli scarti d’orlo e le spille è affiorato un libro minuscolo (un quadernuccio, un pulcino) orfano della copertina, quindi del titolo, così piccolo da poter stare nel palmo di una mano non grande come la mia che però cercava il filo azzurro, quindi neanche s’era accorta del libro e lo scansava.

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Trovato il filo azzurro, ho cucito il bottone sul polsino della camicia. Poi ho cercato un filo nero, e un bottone più grande per la giacca di velluto. A quel punto, col rovistare di nuovo nella scatola, mi sono accorto del quadernuccio, l’ho visto, ho pensato:

Che ci fa questo libretto nella scatola, come c’è finito, da quanti anni è qui dentro?

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