Carlo Levi e il cielo di Roma

«Il cielo di Roma non è così alto come quello delle città del Nord, come quello grigio-azzurro di Parigi, che pare stendersi per infinite migliaia di leghe visibili in prospettiva sulle nostre teste, o come quello stranamente colorato di Londra, o quelli esotici e tempestosi d’America; ma è ricco, denso, popoloso, gremito di nubi barocche, pieno di curve mutevoli, appoggiato sulle case, sulle chiese e sui palazzi come una cupola fantastica che il vento fa girare e avvolgere, spaziando qua e là, seguendo bizzarro, come un cane che segue una pista, una sua aerea geometria, un suo mobile ritmo.

[…]

Tutta la città si apriva davanti a me, in una successione infinita di tetti, di terrazze, di finestre, di cupole, in una distesa chiara di grigi aerei, di gialli leggeri, di rosa dorati, di intonaci trasparenti di vecchiaia, appena un po’ viola nelle ombre. Ogni cosa era nitida e lontana, immersa in un’area visibile e colorata, dove pareva circolassero miriadi di impalpabili corpuscoli d’oro».

Carlo Levi, L’Orologio (1950), Einaudi 1989, pp. 24, 133.

Class action

Ho provato a guardare nel futuro dei lavoratori americani. Mica facile. In un pezzo su Rassegna. Il link è qui. La questione riguarda ovviamente l’era di Trump. Ma non solo. Il futuro potrebbe anche non essere Trump, ma resta nero. Tra leggi anti-sindacali che potrebbero fare il salto federale, provvedimenti contro gli immigrati, la maggioranza conservatrice alla Corte suprema. Resta la sensazione che, non appoggiando unitariamente Sanders, il mondo del lavoro americano abbia perso una grande occasione.

trump

Adesso c’è bisogno di dire

«Adesso c’è bisogno di dire. Lo capisco al volo. Stormi di rondini nell’aria. Nadja che vola. Ho bisogno di toccarla, forte. Devo sentire la carne, il becco, la squama d’ali. Le prendo una mano. Le premo un ginocchio. Le prendo la mano destra fra le mie mani destre. Non capisco più il verso delle cose, mi sfugge d’un tratto la piega degli eventi. È una piaga inenarrabile. Le tiro le dita, una a una, forte. La tiro fuori tutta, dal suo involucro di sposa in blu, O almeno vorrei. Faccio i capricci anch’io, finalmente. Le premo le dita sottilissime, fine più delle labbra, più delle unghie squadrate e lucide, sempre tirate di fresco, sempre tagliate a contropelo».

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«È un bel mese, aprile, per scartare un regalo nuovo.
Per inghiottire tutto il blu.
Per iniziare un matrimonio».

Francesca Fiorletta, More Uxorio, ZONA, 2015, pp. 49, 102.

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more-uxorio

Pasolini: nessuno di noi ha radici

1 luglio 1959
«Ho cenato con Pier Paolo Pasolini, per discutere sul romanzo Una vita violenta. […] Mi ha colpito come Pasolini fosse riuscito a raccontare le borgate romane dopo essere stato tanto intriso del Friuli. Dal dialetto romano al gergo romanesco. “Come hai potuto immedesimarti in due realtà tanto diverse? Quali sono le tue vere radici?”. La mia domanda prima lo diverte poi lo intristisce. Mi spiega con dialettica convincente tra paradosso e ragione che nessuno di noi ha radici. Quello delle radici è un luogo comune. “Nessuno di noi ha radici: chissà da dove veniamo. Le radici le germiniamo di giorno in giorno. Chi vive e non vegeta le getta rigogliose, chi non ama la vita le dissecca sul nascere. Io non mi sento radicato in nessun luogo, né a Bologna dove sono nato, né in Friuli dove ho conosciuto giorni chiari e altri scuri, né a Roma dove ora vivo. Mi affianco alle persone sapendo già che non sono legami eterni: cerco di serbare fedeltà all’intelligenza, questo conta per capire, per giudicare, per non essere sconfitto dalle illusioni. So bene che ritenere di avere il monopolio dell’intelligenza è deleterio. Nessuno è meno grande di chi si convince di esserlo. Partendo dalla realtà talvolta mi sbizzarrisco nell’utopia, ma so che devo tornare a terra e camminare tra cemento, fango e polvere”».

da Davide Lajolo, Ventiquattro anni, Rizzoli 1981, p. 288.