Dalla parte di Swann

Questo gatto è malato da un anno. Sembrava guarito. Ma s’è ammalato di nuovo. Dal bambù sono sgorgate le canne più fragili, più esili, in meno di un mese le foglie si avvitano. Il pavimento di clinker ha macchie calcaree, strati di pietra al perimetro di ciascuna soglia.

La voce dice: conta gli anni, combina le cifre, scopri il destino. 

Quando intuisce il suo male il padrone del gatto si arrabbia, quando ha certezza del male coccola la creatura che risponde con piccoli, coscienti gemiti.

Chiede alla voce: posso contestare? La voce risponde: meglio che tu non bestemmi, tu china il capo, supplica, conta gli anni, combina le cifre, scopri il destino.

La città non ha acqua, eppure la malattia si nutre di sorgenti segrete, la città non ha vento, eppure la malattia respira un libeccio segreto e si ossigena.

Chiede alla voce: posso ribellarmi? La voce risponde: fai quello che vuoi. Quello che fai è programmato, oppure riprogrammeranno il programma.

Tutti gli inquilini del palazzo hanno perso un gatto. Solo lui non ha perso un gatto, e il suo gatto è malato. Ora il palazzo è entrato nell’era dei cani. Lui si convince che l’assedio dei cani e l’estinzione dei gatti abbia a che fare coi ghiacciai che si sciolgono. Nel tempo del permafrost l’acqua perenne, dolomitica, pura consentiva la vita dei gatti. Poi scese a valle e si prese col fango, e intorbidita dai batteri e dai funghi vivificò la razza dei cani.

Chiede alla voce: questo gatto è giovane, dovrebbe salvarsi?

La voce dice: conta gli anni, combina le cifre, scopri il destino.

Ma se una razza si estingue, un suo esemplare non si salva da solo.

Il municipio spegne i lampioni, ma nel buio della città la malattia vede bene.

Il municipio raziona l’acqua, ma nella siccità la malattia si disseta.

La razza di cui stiamo parlando è la razza dei gatti che lo hanno reso felice, e questa razza ha un solo esemplare, che è il gatto malato.

La voce indica gli anni, le cifre, il destino (il programma).

Sul computer azzurro lavora a uno scritto sulla storia del gatto. Ci vorranno almeno due anni per raccontarla. La storia del gatto inizia più di un secolo fa, attraversa due guerre, il tempo dei neri, il tempo dei rossi. Lo scritto sul gatto è la sua più grande fatica, il suo sacrificio più alto.

La voce ripete: conta gli anni, combina le cifre, scopri il destino.

Comincio a essere un poco ridicolo, con le mie storie di bestie (Paul Léautaud)

Domenica, 25 ottobre 1908

Comincio a essere un poco ridicolo, con le mie storie di bestie. Proprio una vecchia zitella, una madre di gatti e cani. Con tutto il tempo che mi prendono cose del genere! Ma è più forte di me. Le mie giornate sono ossessionate dal pensiero delle bestie che vagano fuori senza nutrimento e senza riparo.

La mia pietà non è come quella di Morisse che riesce a difendersi, a girarsi, ad allontanarsi. Ho una pietà attiva che mi spinge all’opposto, che mi fa muovere, che si trasforma in dovere, in responsabilità.

Una bestia cui ho dato la pappa due o tre volte diventa un obbligo, per la mia consapevolezza dell’abitudine che le ho dato e della delusione che proverebbe se smettessi di averne cura, della stessa privazione. Al Mercure, fuori di casa, camminando, mangiando, lavorando il pensiero delle bestie mi è sempre presente. Piove, e penso che sono senza un tetto. Fa freddo, e le vedo tremare.

«Nulla conta per me come le mie bestie. La mia feliticà è raddoppiata dalla felicità che ho dato loro».

Ci sono degli avanzi sulla tavola e li faccio subito mettere da parte per loro. Guardo Boule sdraiato al caldo in uno scialle, dentro una scatola di cartone, proprio in mezzo alla poltrona, e mi si stringe il cuore all’idea di tanti altri gatti, rannicchiati all’aperto, contro un muro o un albero, sulla terra umida e fredda, e che sarebbero così felici, così felici semplicemente d’un piccolo posto sul mio tappeto. Metto da parte tutti i libri che posso ramazzare al Mercure per rivenderli a profitto delle bestie, per dispensare il ricavato in pappe. L’altro giorno in rue de Seine, da un nuovo venditore di libri vecchi, uno Stendhal e un Balzac illustrati mi facevano proprio gola. Ho perduto la voglia, pensando che era meglio risparmiare per le mie bestie il prezzo richiesto.

Ed è lo stesso per le tentazioni di un altro tipo. Prima, era la poca sicurezza di provar piacere a fermarmi. Ora è l’idea che preferisco impiegare per le bestie il denaro che mi occorrerebbe dispensare.

E vado oltre con le rinunce. Dicevo stasera a Bl… che se continuo così, mi toccherà vivere imbacuccato nelle coperte, tanto patisco il freddo. Lei parlava di comprarmi una vestaglia molto calda. Subito ho pensato alle bestie infelici, dicendomi che avrei preferito impiegare la somma a soccorrerle. Infine passo il mio tempo a scrivere queste annotazioni sulle mie storie d’animali invece di lavorare. Ho ancora più torto perché l’unico modo di essere utile alle bestie vagabonde sarebbe far soldi, se non diventar ricco.

Paul Léautaud, Diario 1893-1956, a cura di Oreste del Buono, Garzanti, Milano 1969, pp. 197-198.

Paul Léautaud (Foto Doisneau-Rapho)

Non sembra ma sono a buon punto

È dal 2002 che ragiono su questo progetto. Ho ripreso un racconto da un mio libro con l’idea di ampliarlo in un romanzo. Ho sempre pensato che quel racconto dovesse crescere. Prima di essere un racconto, era già l’idea di uno sforzo più vasto.

Il 2016 l’ho passato tra archivi e biblioteche, salvo una pausa di qualche mese dovuta a un altro progetto.

La prima parte del 2017 ancora studiavo, quando ho deciso di smettere: basta libri e ricerche, avrebbero potuto durare per sempre, erano forse anche una scusa per non iniziare a scrivere.

Ho steso un indice, poi un indice ragionato e ho scoperto che mi attendono quasi trenta capitoli e, dal calendario che ho elaborato (assegnando tot giorni a ogni capitolo), pare che ne avrò per molto.

Eppure sono a buon punto, anche se non sembra.

A maggio ho iniziato a scrivere. I capitoli finiti sono già due e mezzo (il terzo è in corso d’opera).

Per questo libro (che non lo è ancora) non ho preso accordi, devo prima rendermi conto di cosa sarà. Magari non interesserà a nessuno. Non ha importanza: interessa a me farlo.

È l’architettura più complessa che abbia mai ipotizzato in quel sentiero tra fonti storiche e immaginazione sul quale mi muovo.

Il tempo e l’economia personale che vi sto investendo sono considerevoli. Ma farlo mi rende pieno, non dico felice; soddisfatto.

È soprattutto uno studio. È un’idea forte. Staremo a vedere.

Frammento

– E conosciamo le madri diacroniche; sono eterne, per paradosso, nei nostri server e storage, nelle nostre cartelle azzurre e gialle; abbiamo le immagini delle madri in molti formati, furono recuperate e scansite, interpretate, datate, attribuite, abbiamo il contesto di ogni sorriso, di ogni abito, delle ghirlande, dei calici, di nozze e battesimi; nella tinta seppia o noir le madri s’appoggiano ai tavoli, posano accanto ai vasi di margherite e gladioli, i loro gomiti chiari lambiti da mantili di bisso; le madri sono nelle abitazioni, sui monti, nei campi, sulle spiagge, nelle chiese, nei municipi; per paradosso, eterne in centinaia di stagioni e di luoghi, indimenticabili; per paradosso non le possiamo scalfire, loro inossidabili, ma al richiamarne il backup s’apre un sanguinamento, si ravviva la morte, non solo la vita, delle madri diacroniche; ma noi, che le conosciamo, accettiamo le emorragie che le madri procurano, subiamo l’amore del ricordarle; poi ci estingueremo e dai nostri depositi, dai nostri computer, le madri dovranno trovare nuove vie per emergere, senza il nostro aiuto, orfane del nostro ricordo; infine capita a tutti, infine anche alle madri, di restare soli. –

[Un frammento dal nuovo libro. Non il prossimo, non quello dopo, ma quello dopo ancora (sempre che qualcuno me lo pubblichi).]