Sul Romanzo recensisce Città distrutte

Domenico Calcaterra, “Città distrutte. Sei biografie infedeli” di Davide Orecchio

Appare ormai chiaro come i narratori italiani abbiano ancora qualcosa da dire quando, liberi dai legacci di uno sperimentalismo che, nelle migliori delle ipotesi, diviene sinonimo di mera esasperazione linguistica o giovanilismo a buon mercato, riescono a svicolare da schemi logori e corrivi.

Così è per Città distrutte dell’esordiente Davide Orecchio (Gaffi, 2012), uno dei libri senz’altro più importanti e singolari di questa stagione, insieme a Qualcosa di scritto di Emanuele Trevi. Due “romanzi” nel segno dell’ibridazione delle forme. Che, se Trevi compie l’operazione di appaiare critica letteraria e racconto, ripartendo dall’autobiografia intellettuale come prova d’immaginazione e di stile, Orecchio non è da meno, quando si appresta a rinnegare il romanzo-romanzo, scegliendo la via delle “biografie infedeli”, per farlo poi rientrare dalla finestra. Mi spiego meglio.

I sei tasselli, muovendosi dichiaratamente sul terreno manzoniano della verosimiglianza, scritti nello «stile del resoconto», letti insieme, ambiscono a presentarsi (in profonda e interna coerenza) come i frammenti di un romanzo esploso, centrifugo, il cui disegno originario non è però difficile rintracciare in filigrana: è ancora il romanzo della violenza della storia e del naufragio esistenziale. E che si tratti di un affresco complessivo, di agevole ricomposizione , per il lettore, lo dimostra il fatto che ciascuna biografia costituisca la proiezione di una cruciale tematica: l’espropriazione crudele dei regimi, l’indomito desiderio di libertà e l’esilio (Ester Terracina, Un esilio), la passione politica (Eschilo Licursi), il marasma esistenziale che diviene fotografia dell’infezione che ha afflitto (e continua ad affliggere) un’intera nazione (Pietro Migliorisi), il prisma febbrile e insieme opacissimo della partita della vita che «va a rotoli» (Betta Rauch, Kauderer a Roma). La topografia apparecchiata con queste «città distrutte» si riaggrega, coagulandosi, sull’asse della storia; per cui a interessare (nonostante l’esibizione, per ciascun resoconto, della parte documentale e il disvelamento di chi ne ha ispirato il ritratto), infine, non sono più né gli originali né le loro controfigure, ma i prototipi, i nuclei di vita, di verità cui mirano le sei storie così composte.

Orecchio è mosso dal preciso intento di scrutare e scavare laddove l’onnipotenza della storia produce l’inesorabile trauma, frequentandone le aridissime regioni, poiché «il trauma è fertile, vorace, duraturo, virale. Capita che si trasmetta di padre in figlio. Può diventare cultura».

Detto questo, rischieremmo di mancare l’incontro offerto da un libro quanto mai necessario ed importante, qualora si omettesse la dovuta precisazione che la scrittura di Orecchio – arsa, arcigna, contratta ad arte – s’accampa qui, rispetto al trauma, come esperienza sì conoscitiva ma anche e soprattutto terapeutica. Poiché la letteratura, almeno quando è autentica, si impone come linea di rottura, scavo nell’originaria ferita e insieme balsamo, temerario passaggio al limite; luogo dove, alla fine, se lo strappo non si ricuce, almeno se ne riesce a intravedere, meglio, il senso.

Così è nell’attraversare questi millimetrati e chirurgici retabli di vita, romanzo non-romanzo di straordinaria tenuta, fulminante occasione di esorcizzare il fondo oscuro dei nostri deliri e dei nostri incubi, privati e collettivi. Sembra quasi che Davide Orecchio voglia suggerirci come l’aggirarsi entro un paesaggio di rovine umane e storiche, possa in qualche modo ridestare l’utopia d’un nuovo tempo di edificare, poiché, se Dio vuole, come annota Betta Rauch, la storia «è fatta [anche] di città distrutte e poi ricostruite».

Aurora Maturáno racconta la sua storia – incipit


Questa notte – sfidando il graffio dei tacchi, l’astuzia delle guardie, i versi dei gatti, i sogni dei neonati, il fischio della mangrovia, il russamento del padre, l’occhio dei pappagalli, la paura del ventre, il vocio delle ossa, le incertezze delle dita, i sopralluoghi dell’udito, i suoi refusi, gli abbagli della vista, le trappole del buio – ho riempito il sacco, infilai un vestito dopo l’altro, scarpe e mutande, ingannai le pareti, aggirai i mobili, non accondiscesi alla porta, le scale me le bevvi come acqua tiepida, malmenai i corridoi, schiaffeggiai il salone, sculacciai la veranda, presi a pugni il portico. Tutto in silenzio e nel giro di uno spavento ero fuori di casa. Addio prepotere paterno, onnipotere, tuttopotere, conformismo dei fratelli, mestizia della madre, sottomissione dei servi: ho sistemato il sacco sulle spalle, ho messo in fila le gambe e presi la strada del giardino che poi divenne il passaggio nel parco, poi il cammino nella valle, poi il sentiero del bosco e la salita sulla collina nel garbuglio di jacarande, sotto rami-fisarmonica di araucaria, carezzata da pindo, ceibe e felci, su radici di magnolia, resti di guayabo, cuscini di aloe.

Arrivai di corsa ad Agudo. Lasciai indietro la chiesa e il municipio, la piazza centrale, il mercato, gli agrumeti e i canneti, il quartiere degli operai, il dormitorio dei coltivatori. Ho raggiunto la stazione, fascio il volto in un fazzoletto, indosso gli occhiali da sole perché nessuno mi riconosca, compro il biglietto, mi accuccio sui gradini e aspetto la corriera. Nell’attesa ho pensato a mio padre….

(Alemania, settembre 1965)