Cosmonauti

Domenica 21 luglio 2019, ospite di Pantagruel Radio3 (condotto da Graziano Graziani), per ricordare lo sbarco dell’Apollo 11 sulla Luna nel 1969 ho parlato un po’ di… cosmonauti e programmi spaziali sovietici.

Non che io abbia una particolare predilezione per i cosmonauti rispetto agli astronauti. Ma non si può parlare degli uni senza raccontare anche gli altri.

Qui il link alla puntata con relativo podcast.

Si è discusso di cosmismo russo e sovietico, Sputnik, addestramento dei cosmonauti, Jurji Gagarin e il suo Vostok 1…

«La Terra si vede benissimo. La sua superficie, le catene montuose, i fiumi più larghi e le foreste, le coste e le isole si possono distinguere nitidamente. Anche le nuvole che avvolgono la superficie terrestre potevo vederle perfettamente, e così le ombre che gettavano sulla terra. Il cielo invece era nero. Le stelle nel cielo apparivano più brillanti in questa oscurità. La Terra mostrava un alone di luce blu molto bello e caratteristico. L’alone si fa più nitido nell’orizzonte, dove avviene una transizione cromatica graduale: un blu soffice si fonde in un blu prima leggero, poi sempre più scuro, fino a risultare in un cielo violetto e poi nero. Sulla superficie terrestre, esattamente sulla linea dell’orizzonte, si scorge un colore arancione acceso, che poi esplode in tutti i colori dell’arcobaleno».

Questa è la prima descrizione del nostro pianeta visto dallo spazio. Parole pronunciate da Gagarin nella conferenza stampa successiva alla missione Vostok 1 del 12 aprile 1961. Mi sembrano perfette, ancora suggestive anche per chi, come noi, è ormai abituato a figurarsi lo spazio per immagini e non con lessico o concetti astratti.

Particolare da Jurji Korolev, Fratelli cosmici (1981)

La puntata è stata anche l’occasione per parlare di un pioniere misconosciuto della scienza aerospaziale, Ary Sternfeld, il primo ad adottare il termine “cosmonautica” contrapponendolo ad “astronautica”, così come raccontato da Mike Gruntman in From Astronautics to Cosmonautics (2007).

«L’autore ritiene che la parola “cosmonautica” sia più corretta di “astronautica” perché la definizione di una scienza che studia il moto nello spazio interplanetario dovrebbe fornire la nozione del mezzo dove si presume che il moto avvenga (cosmos) e non uno dei suoi obiettivi» (A. Sternfeld, Introduzione alla cosmonautica).

L’immagine dello spazio convoca inevitabilmente il rapporto di uno Stato, di una comunità con la propria storia. E’ un piano controverso, scivoloso, soggetto a un pesante intervento da parte delle autorità e delle istituzioni che elaborano l’uso pubblico della storia. La Russia di Putin, su questo piano, è davvero un caso da manuale. Si vuole comunicare come erede del meglio dell’impero degli zar e del meglio dell’Unione Sovietica. Solo del meglio. E tra queste virtù ovviamente rientrano le imprese dei cosmonauti.

L’impostazione si percepisce nel Museo di storia contemporanea di Mosca, luogo pieno di cimeli delle avventure spaziali ma anche molto concentrato nella celebrazione del presente e del futuro della Russia costruita e guidata da Putin. Il messaggio, come dicevo, è estremamente chiaro: noi siamo gli eredi del meglio del passato. Dagli zar abbiamo preso la costruzione dello Stato. Dall’Urss abbiamo preso la prosecuzione e industrializzazione dell’impero, i progressi tecnologici e l’esplorazione dello spazio.

Di questioni come assetto costituzionale, gulag, terrore, repressione dei diritti civili e politici non vale la pena di parlare. O meglio, lo si fa ma spiegando che appartengono al passato in forma di parentesi, di interruzione di una linea di perfettibilità che conduce al presente: questo il sottotesto comunicato. Ma se la Russia di Putin sostiene di avere preso solo il meglio, non il peggio, dalla storia che la precede, ovviamente noi sappiamo che non è così.

L’uso pubblico della storia si coglie chiaramente se ci concentriamo sul discorso sullo spazio, sulla cosmonautica. E per capirlo bisogna spostarsi in un altro luogo significativo di Mosca, il Vdnkh, che sta per Parco di esposizione delle conquiste dell’economia nazionale. E’ un fossile dell’epoca staliniana. Ma è stato riportato in vita. E’ un luogo davvero stupefacente. Costruito nel 1934, doveva celebrare la collettivizzazione dell’agricoltura e dell’industria. Ma negli anni successivi si ammodernò con le conquiste tecnologiche e industriali dell’economia sovietica. Dopo il crollo dell’Urss (1991) cadde in fatiscenza. Negli ultimi anni è stato recuperato e aperto al pubblico.

Il suo monumento (non uso a caso questo termine) più interessante è probabilmente il padiglione Cosmos, riaperto nella primavera del 2018. Come scrive Juliette Faure (Le cosmisme, une vieille idée russe pour le XXIe siècle, Le Monde diplomatique, dicembre 2018):

«Il padiglione Cosmos ha riaperto le sue porte a testimonianza della ripresa di un vasto programma spaziale che, tra il 2016 e il 2025, comprende la costruzione di complessi spaziali, la creazione di una nuova generazione di navi da trasporto umano e il lancio di cinque navette spaziali automatiche per il lancio della prima fase del programma di alloggi lunari».

Insomma visitando il padiglione si comprende come il sogno della cosmonautica sovietica e poi russa sia tutt’altro che finito, al contrario.

Il Cosmos all’ingresso propone subito la navicella Vostok di Gagarin. E molti altri cimeli aerospaziali, tra cui una stazione orbitante Mir visitabile. E’ un luogo straordinario e controverso, come tutti i monumenti tramite i quali lo Stato, il potere politico, mitizza la storia per legittimarsi.

L’importante, quando si visitano questi posti, è mantenere un briciolo di spirito critico.

Cronache dalla polvere

E’ in libreria Cronache dalla polvere (Bompiani), un mosaic novel, romanzo a racconti intrecciati  opera di un collettivo di autori riuniti nel nome di Zoya Barontini. Ho partecipato molto volentieri al progetto, che si rivolge a un pubblico giovane e racconta la fin troppo rimossa “avventura” italiana in Etiopia, in questo caso non tanto l’invasione e la guerra per l’impero fascista (1935-1936), quanto la repressione dei mesi successivi.

Dall’aletta

«Nel 1936 l’esercito italiano conquista la capitale dell’impero etiope, Addis Abeba. Per quelle popolazioni un nuovo inizio: la pace romana, come la definì Benito Mussolini. Cronache dalla polvere racconta questa pagina di storia dell’Italia dimenticata e troppo a lungo taciuta: l’occupazione dei territori dell’Abissinia da parte delle truppe fasciste. Il regime ambiva a farne il fiore all’occhiello dell’Impero italiano ma si trovò a reprimere con atroce violenza la resistenza dei fieri guerriglieri arbegnuoc. Le truppe italiane insieme alle camicie nere si resero protagoniste di rastrellamenti, distruzioni e massacri di uomini, donne e bambini, abbandonando umanità e pietà. Perdute per sempre in quelle terre lontane da Roma. Le popolazioni locali non hanno mai dimenticato quel passato di inaudita violenza.
Cronache dalla polvere è un’occasione per ricordare l’orrore della guerra e delle ideologie di superiorità della razza. Questa storia batte al tempo inesorabile dei tamburi di guerra, respira polvere e vento e ha gli occhi dei suoi protagonisti: soldati italiani, guerriglieri etiopi e alcune misteriose presenze. Fantasmi. Il paesaggio africano del secolo scorso rivive con una vena fantastica grazie al racconto corale del collettivo di scrittrici, scrittori e illustratori in tutta la sua spettacolare intensità e drammaticità».

Zoya Barontini è il nome scelto dal collettivo di autori per il progetto di mosaic novel curato da Jadel Andreetto e illustrato da Alberto Merlin. Gli autori che hanno partecipato: Massimo Gardella, Lorenza Ghinelli , Sirio Lubreto, Gaia Manzini, Michela Monferrini, Davide Morosinotto, Davide Orecchio, Guglielmo Pispisa , Igiaba Scego, Aldo Soliani, Nicoletta Vallorani.

Il Booktrailer

Buona lettura, spero!

Pertini chiedeva le armi

Da una memoria di Aldo Natoli:

«Appresi che di lì a poco in piazza Colonna ci sarebbe stato un comizio del partito, doveva parlare Longo. Andai a piazza Colonna, per me è indimenticabile l’atmosfera che si respirava quel giorno. Non c’era molta gente, ma c’era una grande inquietudine. Mentre aspettavamo che il comizio cominciasse – c’erano Amendola e Longo – a un tratto sbucò un gruppo di motociclisti i quali attraversarono rapidamente la piazza, da Largo Chigi imboccarono il Corso, sparando. Spararono in aria, evidentemente, perché io non ho visto cadere nessuno, ma questo fu sufficiente perché la folla si disperdesse. Io stesso fuggii dentro la Galleria Colonna e lì stavo appiattito contro la saracinesca abbassata di un negozio quando, volgendomi verso la mia destra, vidi Giaime [Pintor].

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Lettere a…

C’è chi scrive lettere ai morti e c’è chi non le scrive. Io le scrivo. Non arreca nient’altro che una sopportabile malinconia. Poi si torna a ridere davanti alla serie tv. Si pota la pianta. Si compra il tè nero. Si dorme fino alla settima ora, fino alla prossima lettera ai morti. Poi si compra il pane integrale per l’insalata. Si beve il caffè senza lo zucchero. Si sbuccia la mela. Si regola il conto col creditore. Fino alla prossima lettera ai morti. Che non ha bisogno di troppo sforzo. Non consuma l’inchiostro, non occupa i bytes. Non si salva su dropbox, non si invia con gmail. Ha giusto l’inconveniente della malinconia sopportabile, come una sera più fredda del solito, come un’estate più torrida. Fino alla prossima serie tv, al film, al concerto, al cui termine si scrive una lettera ai morti, che non controindica nulla ed è economicamente gratuita, spinge solo al di sotto, lievemente al di sotto di cosa, di quanto, non so, non si sa, un poco sotto la linea di cosa?, dell’acqua?, dell’aria?, non so, non è stato provato ma non c’è bisogno di farlo, in fondo è solo una lettera ai morti, fino alla prossima serie tv…

Particolare da Vasilij Surikov, Stenka Razin (1907), Museo Russo, San Pietroburgo