
L’anno cinque del novecento nel porto sul Mar Nero di Odessa nacque un papavero nero, i suoi treti col sapore di odio, quando si scatena un’isteria di pogrom antisemiti e Zigman Zimmerman decise che non ne può più, l’impero russo l’impoverisce e lo lincia, Zigman pensò primum vivere, s’imbarca su una nave, cerca rifugio in un nuovo paese, incontrò muri?, fili spinati?, forse, ma non così irresistibili, non così invalicabili da impedirgli di scendere negli Stati Uniti d’America, e Zimmerman emigra nella città di Duluth, e prese a lavorare come ambulante nel Minnesota, e riparava le scarpe, e creò una famiglia, e fu libero di vivere e di non morire linciato.
Non è che allora il mondo fosse gentile (noi lo sappiamo, perché sappiamo tutto, perché sfogliamo la vita del mondo passata), ma a volte consentiva la fuga, non sempre era governato da uno spirito di muri e fili spinati, e, se allora il mondo fosse stato governato da uno spirito di muri e fili spinati, Zigman Zimmerman non sarebbe mai arrivato a Duluth, e sua moglie Anna non l’avrebbe raggiunto mai dall’Ucraina, e Zigman e Anna non avrebbero avuto mai il figlio Abe Zimmerman che nacque nell’undici, e Abe (neppure nato) non avrebbe sposato mai Beatrice Stone il dieci giugno del trentaquattro, e Beatrice Stone neppure sarebbe mai nata se la madre Florence Edelstein non fosse sbarcata coi genitori Benjamin e Lybba dalla Lituania, e così Florence (neppure sbarcata) non avrebbe mai sposato a Hibbing nel Minnesota Ben Stone né avrebbe messo al mondo la figlia Beatrice nel quindici (l’anno dell’aloe per l’igiene del mondo, per le sue cicatrici), e così Abe (neppure nato) e Beatrice (neppure nata) non avrebbero avuto mai il figlio Robert Allen Zimmerman che nacque nel maggio del quarantuno, e così, se allora il mondo fosse stato governato dallo spirito di muri e fili spinati, il mondo non avrebbe mai avuto Bob Dylan, figlio di Beatrice e Abe, figlio del viaggio di Zigman Zimmerman.
E se non puoi viaggiare o il viaggio ti uccide, tu sei il padre o la madre di non sapremo mai chi, e da questo spirito odierno del mondo fatto di muri e fili spinati tuo figlio non nascerà, i tuoi nipoti non nasceranno, non nasceranno altri Bob Dylan figli del viaggio, nasceranno invece cloni perfetti e mediocri al di qua del muro, e l’uomo nuovo ripeterà il vecchio, vivrà poco più a lungo ma sarà come il vecchio al di qua del muro, e l’uomo nuovo vivrà sempre più a lungo ma sarà come morto al di qua del muro, a meno che lo spirito del mondo non cambi, ma cambiare lo spirito del mondo al di qua del muro, al di là del muro, è prerogativa dell’uomo.
[ Sulla famiglia di Bob Dylan e le sue origini cfr. Howard Sounes, Down the Highway: The Life of Bob Dylan ]

Cosa aveva portato la liberazione per me oltre al boogie-woogie e il gioco delle tre carte nelle strade? Il fascismo era crollato, in cui avevo creduto poi non più, il timore delle retate, dei campi di concentramento, della renitenza di leva passato anche quello, mi sembrava impossibile poter entrare liberamente in un cinema, in un casino con le porte forate dai colpi di baionetta da cui spiare coiti e finti lamenti, andare dovunque mi piacesse, nulla era vietato, ma non poteva essere questa la libertà, disporre di giornate vuote, la sera fare la fila dietro un albero in attesa della dattilografa che si alzava le vesti per arrotondare il salario, sentirsi pesare addosso come piombo gli abiti intrisi di pioggia,