Carlo Mazza Galanti (Linus) su MPLR

Linus (novembre 2017) pubblica una recensione molto bella di Carlo Mazza Galanti a Mio padre la rivoluzione.

«Il nuovo libro di Davide Orecchio è un oggetto letterario difficilmente identificabile, e in quanto tale avvincente e degno di attenzione […] E’ in una tensione continua a sperimentare e forzare i confini del linguaggio che fiorisce la scrittura di questo autore, e pazienza per qualche affettazione di troppo. Mio padre la rivoluzione conferma il valore di uno scrittore tra i più interessanti, dotati e seriamente votati al proprio lavoro emersi in Italia negli ultimi anni».

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(Intervista a Repubblica Tv)

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(Immagine di copertina da H.G. Wells, Russia in the shadows. Conferenza di Baku, fonte: https://www.flickr.com/photos/internetarchivebookimages).

Gianni Montieri (Poetarum Silva) su MPLR

Poetarum Silva pubblica un bellissimo pezzo di Gianni Montieri su Mio padre la rivoluzione. Inizia così:

«Quando un libro mi conquista è facile che mi resti in testa per settimane, che alcune frasi mi si ricompongano nella mente mentre sto facendo qualunque altra cosa, un po’ come accade con le belle poesie. Stai camminando e ti tornano nitidi e perfetti due versi di Montale, una chiusa di Strand, un attacco di Pagliarani. Se devo scrivere di un libro bello comincio una sorta di rielaborazione involontaria della storia dentro la mia testa: ripenso ad alcuni passaggi, sottolineo mentalmente alcune parole, entro nei dettagli e scelgo le cose da dire. Nel caso di Mio padre la rivoluzione di Davide Orecchio ho passato alcuni giorni a sentire dentro di me il ritmo delle frasi, il suono che fanno le parole andando da una all’altra, rivedendo alcune scene, i volti dei personaggi, le loro storie vere rielaborate nella versione di Orecchio, l’unica che ormai per me contava, e senza penna né carta ho cominciato a scrivere. Il pezzo sui racconti di Davide Orecchio è nato davanti all’Ospedale SS. Giovanni e Paolo di Venezia, mentre passavo del buon tempo. C’era il sole, la gente passeggiava, c’era un mercatino, non troppi turisti; c’erano la mia compagna e i miei cani, era ottobre naturalmente, e balzavano fuori dal canale poco distante, come sputate fuori da un riflesso le storie di Davide Orecchio».

PROSEGUE QUI

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Nelle foto (di Guido Pacifici): la manifestazione dei nostalgici a Mosca, 7.11.2017 (gulp).

Radio Days

Due passaggi radiofonici per Mio padre la rivoluzione.

Su RadioPopolare (nel corso della trasmissione Sabato Libri a cura di Roberto Festa) il saggista e scrittore Francesco Cataluccio propone dieci libri che, a cento anni dalla Rivoluzione russa, raccontano, approfondiscono, interpretano gli avvenimenti che sconvolsero il mondo. E spende belle parole per il mio lavoro.

Il libro è stato citato anche su Radio24nella trasmissione Un libro tira l’altro condotta da Salvatore Carrubba (puntata del 5.11.2017).

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Poi vedo una bandiera come questa (fotografata da Guido Pacifici) con sopra Stalin, che ha sventolato il 7 novembre per le vie di Mosca, e mi pare più inverosimile del Trockij vivo nel 1956 che ho immaginato io. Invece è vera.

Non è solo questione di pochi nostalgici. Oleg V. Chlevnjuk, storico russo e biografo di Stalin, nella sua monografia sul dittatore (2015) avverte che nella Russia di Putin è tornato il mito di Stalin: stuoli di agiografie, opere apologetiche di pseudostorici riabilitano Koba il “grande statista” e la mitologia che gli appartiene. Lettori insoddisfatti dal presente trovano rifugio nell’invenzione del passato.

Anche “a ovest” l’equivoco prosegue, seppure meno nocivamente. Ho assistito a trasmissioni tv in cui si definiva Stalin l’uomo che ha reso la Russia una grande potenza, e che l’ha industrializzata. Siamo ancora a questi luoghi comuni. E’ il cinismo della ragione di stato che si fa storiografia: la costruzione dell’impero, degli armamenti, delle fabbriche, delle centrali nucleari che poi collasseranno, giustifica e dà senso alla dittatura dei gulag, e persino alla rivoluzione; ossia la rivoluzione trova il suo esito “apprezzabile” nell’impero industrializzato sovietico. Come se tra i bisogni e i desideri della rivoluzione vi fosse la costruzione di un impero (il che non mi pare). Era l’espansionismo zarista che desiderava un impero, piuttosto.

(Immagine in copertina tratta da Gellinger, Pixabay)

 

Il difetto dei racconti trockisti

Il difetto dei racconti trockisti è che vengono più lunghi del previsto. Il primo racconto trockista doveva essere di 20mila battute, ma arrivò a 60mila. Il secondo racconto trockista doveva essere uno scherzo da 10mila battute, ma arrivò a 61mila. Credo dipenda dalla presunzione di permanenza, di essere continue e ininterrotte, che hanno direi un po’ tutte le iniziative trockiste (spazi inclusi). Nella ragione pragmatica questo consegue in racconti lunghi ma forse non permanenti, l’ennesima sconfitta del trockismo.

Spero che nella Roma di Virginia Raggi la vita di un estensore negletto (NON TROCKISTA) di racconti negletti trockisti possa proseguire. Non vorrei passare da una potenziale permanenza a una dissolvenza concreta.

Ora, il trockismo non interessa più a nessuno. Nessun -ismo interessa più a nessuno fra gli uomini, che si dedicano oggi a culti più antichi, riscoperti, o al Pantheon della tecnologia. Forse il trockismo potrebbe avere speranza fra i topi. Questi roditori del resto sono entristi da sempre. Una moltitudine trockista di topi resusciterebbe forse la IV internazionale, allargando alleanze e utopie e speranze oltre le fogne urbane e statuali, nel più vasto recinto del mondo globale. Ma dovrebbe poi fare i conti con un’armata e Lega invincibile, quella tra gli uomini (signori dello sterminio), i gatti (anarchici, apolitici, feroci coi topi) e i cani (da sempre destra sociale, obbedire e combattere, se avanzo seguitemi).

Quindi la morale è che il trockismo, che riguardi gli uomini o i topi, è sempre sconfitto. E questo un estensore di racconti trockisti deve tenerlo presente, anzi permanente.

Nelle foto, la presentazione di Mio padre la rivoluzione alla libreria Mondadori di Campobasso, con Adelchi Battista. Ospiti di un giovane libraio coltissimo, bravissimo e gentile: Donato Porcarelli.