Non sembra ma sono a buon punto #2

Entro nell’ottavo mese dall’inizio, e me ne mancano molti di più per arrivare alla fine. Eppure, anche se non sembra, sono a buon punto.

Nel racconto di una vita e di un secolo.

Ho sentito dire a Spielberg in un documentario che lui dà il meglio di sé quando si trova in un angolo, con le spalle al muro.

E se facessi del suo metodo un insegnamento?
(Bisogna ispirarsi a quelli bravi, altrimenti è inutile ispirarsi)

Quando sei con le spalle al muro, prova a salvarti.

Perché qui tutto è stato detto, testimoniato, scritto, raccontato.

Ma questo è un viaggio a piedi.

Non sono consentiti sorvoli.

Poco fa mi sono sorpreso a pensare: finora non hai potuto scrivere un rigo senza attingere alla storia, e alle memorie altrui, perché dovevi esporre epoche e luoghi (in quelle epoche) che non hai conosciuto. Ma più avanti, quando il tempo del racconto si farà più vicino, non avrai più bisogno di fonti per dire quel tempo, la città, gli esseri umani.

Potrai sfruttare la tua stessa memoria.

Presente e passato, che fare

Pochi giorni fa, in uno splendido articolo su Avvenire, Lisa Ginzburg ha diagnosticato uno dei sintomi che mi paiono più flagranti in Mio padre la rivoluzione. Ossia il desiderio di infrangere le barriere che separano il presente dal passato. Per parlare con ieri e ascoltarlo, oppure per inviargli e riceverne lettere:

«Tutto il libro è una riflessione sull’incomunicabilità tra le declinazioni del tempo: tra presente e passato, tra qualcuno che “prigioniero incapsulato nel presente” è invece al passato che si rivolge, con la passione di ricercatore che già pensa al futuro, che vorrebbe le cronologie stravolgerle così da sovvertire ogni distanza, fluire in un’osmosi che azzera i modi verbali rendendo la diacronia un valore epistemologico, modo nuovo per concepire la storia tanto quanto la letteratura. Il Tempo, è lui il protagonista di questo libro bello e importante…».

Foto minimum fax

Accosto a questa lettura il controcanto lucido e attento di Andrea Caterini, pubblicato sul Giornale. Per il critico romano, che conosce molto bene il mio lavoro e i miei due libri precedenti, MPLR chiude una trilogia per ragioni che hanno a che fare coi contenuti e con un rischio:

«L’esaurimento di quei motivi che, se ripetuti ancora una volta, potrebbero farci percepire un affievolimento dell’originalità, anche stilistica».

Sull’esaurimento di certi temi non posso che essere d’accordo, è un rischio. Eppure il rapporto col passato è monogamico, duraturo, a volte incurabile; per me è difficile smettere. Fossi guarito, la chiuderei qui, e darei retta al saggio consiglio di Andrea Caterini. Ma devo correre il rischio, perché mi resta una cosa da fare, solo una e poi basta. Una cosa che in realtà avevo cominciato ben prima di Mio padre la rivoluzione, e che non è affatto vicina al concludersi. Vi ho dedicato troppi anni di studio, ed economia personale, per abbandonare. Il lavoro è ancora lungo ma, insomma – sempre che io trovi un editore –, sarà tetralogia, temo. O meglio: chiuderò una trilogia per me gnoseologica che comprende Città distrutte, Mio padre la rivoluzione e Pietro Migliorisi.

Poi mi fermerò. Anche perché sono abbastanza stanco.

Non sembra ma sono a buon punto

È dal 2002 che ragiono su questo progetto. Ho ripreso un racconto da un mio libro con l’idea di ampliarlo in un romanzo. Ho sempre pensato che quel racconto dovesse crescere. Prima di essere un racconto, era già l’idea di uno sforzo più vasto.

Il 2016 l’ho passato tra archivi e biblioteche, salvo una pausa di qualche mese dovuta a un altro progetto.

La prima parte del 2017 ancora studiavo, quando ho deciso di smettere: basta libri e ricerche, avrebbero potuto durare per sempre, erano forse anche una scusa per non iniziare a scrivere.

Ho steso un indice, poi un indice ragionato e ho scoperto che mi attendono quasi trenta capitoli e, dal calendario che ho elaborato (assegnando tot giorni a ogni capitolo), pare che ne avrò per molto.

Eppure sono a buon punto, anche se non sembra.

A maggio ho iniziato a scrivere. I capitoli finiti sono già due e mezzo (il terzo è in corso d’opera).

Per questo libro (che non lo è ancora) non ho preso accordi, devo prima rendermi conto di cosa sarà. Magari non interesserà a nessuno. Non ha importanza: interessa a me farlo.

È l’architettura più complessa che abbia mai ipotizzato in quel sentiero tra fonti storiche e immaginazione sul quale mi muovo.

Il tempo e l’economia personale che vi sto investendo sono considerevoli. Ma farlo mi rende pieno, non dico felice; soddisfatto.

È soprattutto uno studio. È un’idea forte. Staremo a vedere.