La nuova edizione di «Pranzi d’autore» è irresistibile

Ed eccolo qui, tra le mie mani, e poi fotografato sul tavolo, il “nuovo” Pranzi d’autore di Oretta Bongarzoni, ripubblicato da minimum fax 28 anni dopo la prima edizione. È un gran bel volume. Le ricette sono illustrate magnificamente da Agnese Pagliarini. Ho raccontato a lungo su questo blog la storia del libro; come, quando e perché mia madre lo scrisse. Ma ora ho solo voglia di festeggiarne il ritorno: un bellissimo oggetto al quale sarà difficile resistere, che risveglia la memoria di mia madre ed è, ovviamente, a lei dedicato.

Sarà in libreria a partire dal 18 novembre.

Kim al Campiello

Mio padre la rivoluzione” (minimum fax) è nella cinquina del prestigioso Premio letterario Campiello. Assieme a Ermanno Cavazzoni, “La galassia dei dementi” (La Nave di Teseo); Helena Janeczek, “La ragazza con la Leica” (Guanda); Rosella Postorino, “Le assaggiatrici” (Feltrinelli); Francesco Targhetta, “Le vite potenziali” (Mondadori).

Spero che questo dia una nuova occasione a una delle storie del libro, il «Partigiano Kim».

Fu capo partigiano in Liguria, a 20 anni. Abitò le pagine di un romanzo, “Il sentiero dei nidi di ragno”, che il suo amico Italo Calvino dedicò proprio a lui: «A Kim, e a tutti gli altri». Quando smise d’essere Kim e tornò negli abiti civili di Ivar Oddone, maturò in un medico del lavoro e, a Torino negli anni ’60 e ’70, con l’appoggio della Camera del Lavoro rivoluzionò la gestione della salute e della sicurezza nelle grandi fabbriche insieme a operai, studenti, sociologi, psicologi, medici, economisti, sindacalisti, magistrati, legislatori: lui li definiva «esperti grezzi», «uomini nodali» della «comunità scientifica allargata». La sua opera di medicina preventiva è conosciuta e tradotta in tutto il mondo. 

Oggi in Italia infortuni e morti sul lavoro sono in aumento. Cito da rassegna.it: 

«Nel periodo gennaio-marzo 2018 (ultimo dato disponibile) sono state 212 le morti sul lavoro denunciate all’Inail, l’11,58% in più rispetto allo stesso periodo del 2017. Un’altra fonte, l’Osservatorio indipendente di Bologna, conta invece oltre 450 vittime dall’inizio dell’anno ad oggi, 18 maggio. Ma anche allargando l’analisi ad un periodo più ampio, il fenomeno non esce ridimensionato, come pure alcuni osservatori tendono a suggerire. Se, infatti, il numero assoluto di morti e infortuni sul lavoro degli ultimi anni è più basso rispetto a quello di un decennio fa, va tenuto certamente conto degli effetti dirompenti che la crisi economica ha prodotto, non tanto sul numero di occupati, quanto sulle ore effettivamente lavorate».

Sono molte e urgenti le cose da fare per fermare questa strage. Servono soldi, risorse, intenzioni serie e dialogo tra lavoratori, politica, istituzioni, datori di lavoro e sindacati. Ma l’Italia non parte da zero. L’Italia ha una storia e una cultura del lavoro che la vita e le opere in titoli maiuscoli di Ivar Oddone illustrano bene.

Quella del partigiano Kim è una vita della quale andare fieri.

Per questo l’ho raccontata.

La storia in gioco

Nella scuola del Nord s’alza un ragazzo e chiede:

“Perché l’hai chiamato Koba? Perché la centrale nucleare?”.

Più tardi la professoressa mi spiega: “Sai, lui è bravissimo. Studia più di tutti gli altri. Ha 7 in latino! Viene dal Marocco”. Come si fa a non tifare per lui? Buon vento, ragazzo.

 

Per l’autoarchivio D.O. (Bergamo, Pistoia, Mplr)

«Mio padre la rivoluzione» va in ristampa

Cattive notizie. Mio padre la rivoluzione (minimum fax) va in ristampa. Qualcuno se lo dovrà ricomprare.

Due is megl che one.

Il libro continua a sollevare curiosità, e mi fa piacere. Qui sotto riporto giusto uno stralcio da un’intervista che mi hanno fatto i redattori di Focus In, rivista curata da italiani espatriati a Parigi:

«Nel bel capitolo con protagonista Gianni Rodari il tono si fa più dolce, più leggero, quasi nostalgico, commuove il poeta che si salva grazie ad una favola. Come ti è venuta l’idea di dare a Rodari comunista in terra sovietica questo bel ruolo?»

«Il racconto Il poeta sul Volga è stato un dono degli archivi. Non avevo alcuna intenzione di scriverlo. Mi chiedevo come scrivere di Lenin e non avevo ancora deciso nulla. Frequentavo l’archivio della Fondazione Gramsci a Roma per un’altra ricerca, parallela ai lavori preparatori per Mio padre la rivoluzione, e mi imbattei in un fascicolo sulle celebrazioni per il centenario della nascita di Lenin (1870-1970). C’era un opuscolo del Pcus che conteneva istruzioni per tutti i partiti comunisti mondiali e chiedeva tra l’altro che inviassero giornalisti, scrittori e via elencando in Unione Sovietica per raccontare la storia, o più precisamente il mito di Lenin. In quegli stessi giorni – poco prima o poco dopo, non ricordo – trovai su «Paese Sera» del 1969 un reportage in quattro puntate firmato da Gianni Rodari. Era un viaggio nei luoghi di Vladimir Il´ič Ul´janov, e nel tempo della sua infanzia: la casa paterna, quella del nonno, le stanze da letto, i giochi, gli indumenti. Folgorazione, direi. Il racconto era già nelle carte dell’archivio e dell’emeroteca. Non restava che scriverlo».

Mentre qui sono diventato il personaggio di un racconto/recensione, scritto da Danilo Zagaria:

«Capita, a volte, che un autore s’intrufoli in magazzini poco sorvegliati o in sotterranei farmaceutici, e da lì rubi agenti teratogeni, flaconi che se svuotati possono indurre la materia a mutare, a sviluppare in modo anomalo vaste regioni di corpi, di narrazioni, di storie. Capita anche che, tale autore, utilizzi la sostanza mutagena per raggiungere un preciso obiettivo: ingrossare e deformare per osservare meglio, alterare e ricombinare per poter comparare e confrontare, trasformare il materiale per riuscire a stregare, attraverso la sempiterna fascinazione che il mostruoso suscita in chi lo scruta, il lettore».

Prosegue su Crapula Club.

Segnalo anche un’intervista a cura di Serena Granata, su Bergamo News, uscita in occasione delle iniziative del Premio Bergamo.