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ho bisogno del vostro aiuto – mi hanno derubato – ho bisogno di voi per – tornare a casa – sono davvero io – non mi hanno manomesso l’account – per cortesia – aiutatemi a – devo tornare a – casa – ma non ho più i mezzi – la mia casa è la mia lingua – non l’ho scelta io – ci sono nato ma – ora – mi trovo in terra estranea – derubato di tutti gli averi – punti – punti a capo – virgole – punti e virgola – due punti – punti di domanda ed esclamativi – mi restano solo trattini – come vedete – spiccioli – per tornare a casa non bastano – siate gentil* – inviatemi quanto potete – punti – virgole – soprattutto virgole – e due punti – se ve ne avanzano – redistribuite un poco della vostra punteggiatura – così che io possa tornare – così che ritrovi la strada – prometto che ne farò buon uso – per quello che posso e so – secondo le mie capacità – non dissiperò la punteggiatura che mi donerete – in espedienti retorici – non sprecherò due virgole per catturare un però – scriverò in decrescita – felice – sobrietà – solo per tornare a casa – non butterò il vostro dono in un foglio inutile – burocratico – accademico – nei luoghi comuni che vanno – per le scorciatoie – voglio solo tornare a casa – sulla strada diritta della punteggiatura – che forse manderete – mandate quello che potete – se potete – grazie –

1944, viaggio in Sicilia

Pagina99 in edicola questa settimana (2 gennaio 2016) pubblica un mio racconto. È un viaggio in Sicilia, nel 1944. Tra gli americani, i separatisti, i latifondisti, i morti di fame e la mafia: il viaggiatore era mio padre. Non aveva ancora trent’anni. Tornava nella sua isola per raccontarla e lo fece in un libro che è Febbre in Sicilia (1945). Sono tornato in Sicilia anche io con questo racconto del racconto di un viaggio. La storia s’intitola “Il mondo è un’arancia coi vermi dentro”. Se ci leggerete: buona lettura.

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[ In questo momento sono a Palermo. Dalla finestra vedo un vicolo:

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Ora uscirò a cercare il giornale, per vedere com’è venuto sulla carta il racconto. ]

Come spiego nel pezzo – uscito nella sezione Fuoribordo curata da Alessandro Leogrande, che ringrazio per avermi invitato e ospitato in queste pagine – non è questione di ricordare il caro estinto ma proprio di conoscerlo. Far nascere un rapporto gnoseologico con l’uomo scomparso e il suo tempo. Anche attraverso quello che di scritto ha lasciato. Studiare il padre: ecco la risposta alla questione del padre. Andare a conoscere l’uomo lontano. E poi riscriverlo, inventarlo un poco ancora.

Alfredo Orecchio, "Febbre in Sicilia", Roma 1945.
Alfredo Orecchio, “Febbre in Sicilia”, Roma 1945.

E’ un processo. L’ho iniziato con un ritratto di Pietro Migliorisi (alter ego del mio anzianissimo padre – ci separavano 54 anni) in Città distrutte. In quel libro scrivevo:

Quando racconterò Pietro Migliorisi? Me lo domando da molto mentre accumulo materiali, fonti edite e inedite, primarie, secondarie e annuso l’epoca come se un archivio ne custodisse gli aromi. Il passato è solo carta? Oggetti impolverati? Bombe inesplose? Camposanti? L’ho osato chiedere a Guillermo Viera durante un seminario tenuto a Roma dall’insigne storico argentino la cui risposta avrei dovuto già conoscere e per questo segue nell’inciso – la tomba di un mondo che ospita uomini e donne, una comunità: cerca i loro risvegli, le domeniche al parco, i sopori –. Ma le questioni non sono finite e allora: è possibile che siano tutti spariti? E tra loro – una nebbia, un sottomarino incagliato – come faccio ad acciuffare Migliorisi? Come sentire cos’erano le sue spalle da giovane, se aveva i capelli soffici e quanto fossero neri, e sapere se piaceva alle donne, se il padre l’amò, se la madre l’amò?

Poi chiedevo pazienza, tempo (a me stesso): prima o poi, promettevo, racconterò appieno questa storia, ma ora bisognava accontentarsi di frammenti, di episodi appunto.

Processo Montesi

E’ un processo. Per cui mi rimetto al lavoro. Credo non sia possibile rinviarlo oltre, per me. E’ uno studio/scrittura che non potevo affrontare da giovane, che non potrei affrontare da vecchio. Il tempo giusto è ora. Verrà un’immersione in carte di archivio, libri, manoscritti. La mia idea è, attraverso la riscrittura e invenzione della vita di Migliorisi, di andare a conoscere e riscrivere un secolo che si allontana da noi.

Perché la storia dobbiamo sempre riscriverla, sennò la dimentichiamo.

febbre in sicilia

Tavola e illustrazioni sono di Koen Ivens.

Contatore

Queste donne e questi uomini che mi telefonano solo per parlare del mio contatore elettrico, alle quali e ai quali, di me, interessa solo il mio contatore elettrico. Come se la mia unica qualità fosse possedere un contatore elettrico. E un contratto per il contatore elettrico. Che non sanno spiegarmi perché hanno il mio numero. Che non sanno come mi chiamo. Che vogliono venire a trovarmi, entrare a casa da me. Solo per vedere il contatore elettrico. Che ritengono il contatore elettrico la mia unica qualità, il mio solo bene prezioso. A loro rispondo che il contatore se la cava. Sta nel muro. E’ sigillato. Non dà il biglietto da visita. Non vuole ricevere visite. E’ forastico. Deve contare. Vuole contare. Non vuole vedere nessuno.

Foto di leonardo1960, pixabay.com/it/users/leonardo1960-440250/
Foto di leonardo1960

Irruzione della poesia Piaroa nella mia vita quotidiana

Pochi giorni fa mi è capitato uno strano incontro. Così improvviso. Così inaspettato. Avevo una camicia senza il bottone sul polsino sinistro, e una giacca di velluto nero pure senza il primo bottone, il superiore dei tre.

Era la mattina di un sabato quando ho pensato che mi toccava il rammendo. Sono andato nel ripostiglio, ho aperto l’armadio, ho preso la scatola dei bottoni e degli aghi e l’ho portata in soggiorno. Ho iniziato a cercare un filo azzurro che andasse bene per la camicia. Tra i gomitoli e gli scarti d’orlo e le spille è affiorato un libro minuscolo (un quadernuccio, un pulcino) orfano della copertina, quindi del titolo, così piccolo da poter stare nel palmo di una mano non grande come la mia che però cercava il filo azzurro, quindi neanche s’era accorta del libro e lo scansava.

piaroa

Trovato il filo azzurro, ho cucito il bottone sul polsino della camicia. Poi ho cercato un filo nero, e un bottone più grande per la giacca di velluto. A quel punto, col rovistare di nuovo nella scatola, mi sono accorto del quadernuccio, l’ho visto, ho pensato:

Che ci fa questo libretto nella scatola, come c’è finito, da quanti anni è qui dentro?

PROSEGUE SU NAZIONE INDIANA