Gabbiani permutanti e granchi giacobini

“Sulle coste del Bigouden incontri il gabbiano permutante. Cacciatore di granchi, li pinza e stana col becco dal sedimento degli scogli. Li assedia dove finisce la terra, dove inizia il mare. Non li mangia, però. Raccoglie i crostacei in una rete di corda salata e poi, spiccato il volo verso il porto bretone più vicino, offre il bottino a una pescheria amica per un baratto con code di rospo o tranci di merluzzo, che preferisce.

Se ti capita, assaggia i granchi colti dal gabbiano permutante. Sono rari, prelibati. Non sono paguri qualsiasi. Un tempo erano uomini, infatti. Dentro le chele e sotto al carapace il granchio del Bigouden copre la carne del giacobino, antico rivoluzionario ma nella nuova epoca reduce in altra forma vivente tra la sabbia, il mare e le rocce, al riparo di una civiltà che odia, rintanato nel guscio, ipnotizzato dalla marea, solleticato dalle alghe, ormai indifferente alla fratellanza, alla libertà, all'eguaglianza, incantato dall'eco della grotta, impaurito dal bambino dalla madre e dal gioco, dalla corsa del cane, dagli spruzzi del cavallo coi suoi zoccoli, dal pescatore con l'esca la fiocina e il sacco.

Il granchio giacobino, che s'è nascosto sotto lo scoglio, un tempo complottava e metteva il mondo sottosopra con l'astuzia e l'intelligenza e il fanatismo. Ma oggi è la creatura imbelle. Che non sfugge. Al gabbiano permutante. Che la scova, pinza, trasvola e baratta. Non c'è più astuzia nel rivoluzionario sconfitto che, per sopravvivere, s'è fatto granchio. Ma tu, quando lo assaggerai, sarai felice. Proverai il sapore fresco dell'oceano e, al contrario, il gusto stagionato di una tradizione politica vinta e appetitosa. C'è di che saziare il più esigente dei gourmand”.

Ambroise de Maupassant, Segreti e meraviglie della Bretagna.

Ambroisisme

Ambroise de Maupassant (1861 – 1934). Lontano cugino del più famoso Guy. Noto per i suoi consigli sbagliati, riguardo a romanzi e a porti bretoni in particolare. Spesso ripreso dalla stampa locale e dalle guide turistiche, amava firmarsi, semplicemente, Maupassant. Da qui l’illusione nel lettore di avere a che fare col reputato Guy. Invece era lo stolto Ambroise, che ad esempio suggeriva: “Visitate quel porto incantevole, vi troverete la quintessenza dello spirito bretone”. Oppure: “Non privatevi di quel libro. È il romanzo dei nostri anni”. Per reazione si diffondevano commenti perplessi. “Guy de Maupassant è diventato stupido? Come può consigliare un libro tanto insulso? E quel porto di balordi e ostriche fradice, come gli è venuto in mente di indicarcelo?” L’equivoco, da cui la voce “Ambroisisme” (cfr.), cessa a partire dal 1907, quando A. de Maupassant inizia a firmare con nome e cognome.

(Immagine da www.luminous-landscape.com)

Un ebreo americano nella Berlino di Hitler. La storia di Abraham Plotkin in un mio racconto sul Manifesto

Plotkin 1892-1988
Plotkin (1892-1988)

Domani (4 agosto) il manifesto pubblica un mio racconto (in versione ridotta per la stampa) (qui accanto allego la pagina, 07/08. La versione integrale del racconto si può leggere anche su Nazione Indiana, 09/09) È la storia di Abraham Plotkin, un ebreo americano, disoccupato, sindacalista che nell’inverno del 1932 andò a vivere a Berlino. Pensava di entrare nella capitale dei rossi, nella patria dello Stato sociale. Voleva apprendere e riportare un po’ di quella patria in America. Invece imparò i comizi di Goebbels, le uniformi naziste, la miopia socialdemocratica, i morti di fame di Wedding. Tenne un diario scrupoloso, pubblicato negli Usa (An American in Hitler’s Berlin. Abraham Plotkin’s Diary, 1932-33, a cura di Catherine Collomp e Bruno Groppo, University of Illinois Press, Urbana and Chicago, 2009). Testimoniò ogni giorno fino all’incendio del Reichstag, la notte del 27 febbraio ’33; la presa del potere nazista. Sperò, si spaventò, chiese. “Hitler avanza. Cosa intendete fare?” Gli rispondevano: “Non si preoccupi, è tutto sotto controllo”.

Il racconto sul Manifesto

Nelle pagine di Plotkin rivive la classe dirigente di Weimar col suo ballo spruzzato di Riesling sul Titanic. Rivivono gli ultimi giorni liberi di Berlino, in passeggiate e incontri frenetici e manifestazioni e punti interrogativi. Malato di posterità, considero la storia la concatenazione dei fatti che dovevano accadere e sono quindi accaduti. Ma nel diario di Plotkin ho incontrato il passato presente. L’ombra della storia prima che si cucinasse la pietanza ineluttabile. L’organismo del “tutto è possibile, e il contrario di tutto”. È stata un’esperienza interessante.

Il racconto è una “digestione” del diario di Plotkin. Le scene e gli aneddoti sono molti: la prostituta di Alexanderplatz, il giovane ebreo che chiede uguali diritti, il couscous politico berlinese, le conversazioni con socialisti e sindacalisti che rassicurano Plotkin: “Hitler non prenderà mai il potere”. E poi spariscono tra arresti e bavagli.