Cosa vogliono leggere?

«Scrivere temi, piccoli saggi sino alla tesi di laurea che un professore deve giudicare costringe chi scrive a uniformarsi alle capacità mentali, spirituali del ricevente e questo incide in maniera negativa sulla necessità dell’autonomia indispensabile per la formazione di un’opera veramente creativa. (…) Certamente se uno scrive per far sapere a tutti quello che già sanno o tutto quello che la gente preferisce ascoltare l’educazione scolastica è perfetta».

Luigi Di Ruscio, La neve nera di Oslo, pp. 30-31.

La ricetta del soufflé al rum (Katherine Mansfield «Psicologia»)

E’ all’ora del tè che l’uomo e la donna (protagonisti del racconto Psicologia della Mansfield) si incontrano: nel salotto di lei che mette su il bollitore. Lui si toglie il cappotto. E si siede («Era deliziosa, questa faccenda del tè – e lei aveva sempre tante cose da mangiare: piccole tartine piccanti, biscottini di mandorle dolci, e una torta scura, succulenta che sapeva di rum – ma era sempre un’interruzione»). Lei taglia la torta e dice: «Mangiala con immaginazione. Rotea gli occhi, se puoi, e gustala dal profumo. Non è una tartina tolta dal sacchetto del cappellaio, è il tipo di torta che meriterebbe di essere nominata nella Genesi». Certo, loro due parlano, sorridono, comprendono, si comprendono. Con gentilezza, misura, perfino avarizia. Improvvisamente «rimasero muti per puro sgomento». Finché lui non se ne va: ha un appuntamento.

Pomeriggio malinconico di parole e gesti mancati, di buone maniere, di piccoli addii e piccoli errori, forse nemmeno irreparabili.


AGGIORNAMENTO, 18/12/2022

Torna in libreria Pranzi d’autore, grazie a minimum fax. Una nuova edizione delle ricette letterarie di Oretta Bongarzoni. Di Pranzi d’autore ho scritto così tanto, su questo sito, che non riesco ad aggiungere altro. Sono felice di avere trovato un editore che lo riproponesse. Voglio solo festeggiare.


***

SOUFFLÉ AL RUM


Ingredienti
100 grammi di zucchero
un cucchiaio abbondante di farina
burro
3 tuorli d’uovo
4 chiare d’uovo
poco meno di un quarto di latte
6 savoiardi
un bicchierino di rum
zucchero al velo

→ Mettere in casseruola sul fuoco un bicchiere e mezzo di latte e 50 grammi di zucchero; a parte, sciogliere in una tazza una bella cucchiaiata di farina con mezzo bicchiere di latte freddo, ottenendo una pastella colante. Quando il latte nella casseruola bolle, unire la pastella, mescolando bene. Far cuocere per due minuti sempre mescolando, fino a ottenere una colla densa. Spegnere il fuoco, aggiungere 15 grammi di burro, lasciare freddare un po’ e poi aggiungere uno alla volta i tuorli d’uovo.
→ Montare le chiare a neve e unirle al composto (completamente freddo), cominciando con mezza cucchiaiata e poi via via versando tutto il resto. Imburrare uno stampo da soufflé (capienza un litro e mezzo) e versarvi due cucchiaiate di zucchero, facendolo aderire dappertutto.
→ Tagliare i savoiardi a dadini e spruzzarli di rum. Mettere nello stampo una strato di composto, poi sopra i dadini, poi, ancora, il composto; e così via, terminando con il composto e badando che il tutto non superi la metà dello stampo. Infornare a calore medio e far cuocere per mezz’ora. Nel forno, il soufflé cresce e raggiunge il bordo dello stampo. Cinque minuti prima di estrarre il soufflé dal forno, spolverizzare con zucchero a velo che formerà una strato caramellato.

(Da: Oretta BongarzoniPranzi d’autore, Ed. Riuniti 1994, pp. 136-137. Da un po’ di tempo pubblico sul blog le ricette tratte da un vecchio libro di mia madre. Chi vuol sapere perché lo sto facendopuò leggere qui.)

***

il Venerdì su Pranzi d'autore

P.S. Oggi, bellissima sorpresa, Marco Filoni scrive dei Pranzi d’autore sulla sua rubrica BARWEB, a pagina 7 del Venerdì di Repubblica.

Dialogo della spiaggia

La spiaggia

Adesso, però, chiudi gli occhi.

Scusa?

Hai capito bene. Chiudi gli occhi.

E perché?

Abbiamo un privilegio. Possiamo scartare il tempo inutile dei raccordi. Eliminare tragitti. Andare da un punto a un altro senza curarci della durata, senza pensare ai piccoli anelli della catena. Cos’è la durata, se non un ripostiglio dove accumuliamo l’inservibile, le scorie? Ci opprime. Quindi, ora che si presenta l’occasione per liberarcene, cerchiamo di non mancarla. Il nostro è un lusso, non ti credere. Una rarità. Quanto lo è imbattersi in una frase pulita da particelle sozze, preposizioni e congiunzioni, interiezioni; una frase trasparente e leggera sulle ali del suo significato, libera dalla zavorra di circonlocuzioni e incisi. Allora chiudi gli occhi. Fa’ il bravo. Ecco, così. Adesso cosa vedi?

Nulla! Ho gli occhi chiusi!
Non scorgi le immagini dei tuoi pensieri, le fattezze dei tuoi sogni? Non vedi le persone della tua vita?

Se mi concentro…

No! Lasciati andare, al contrario. Lascia che le immagini si associno disordinatamente. E dimentica il tempo.

Va bene, ci provo. Ecco. Vedo già qualcosa. Sembra una spiaggia. Direi che è la spiaggia della mia infanzia. È da tanto che non ci vado ma quando ho un momento di pace, o poco prima di addormentarmi, spesso la penso. Era un posto incantato. La sabbia nera e ardente, in prossimità del mare, lasciava spazio a ciottoli scuri e grigi. L’acqua era profonda decine di metri al di sopra di un fondale inabissato e vulcanico, eppure non avevo paura di tuffarmi. M’immergevo in cerca di polpi e conchiglie, e pontili affondati. Ero felice. Ma ora sono tornato! Laggiù c’è la barca di un pescatore. Di legno, verniciata di verde e azzurro. Lunga e pesante. L’hanno tirata a riva da poco. La rete arancione è arruffata su un fianco e gronda ancora acqua dai sugheri, e odora di granchio. Una donna è accovacciata accanto alla barca. Ha poggiato il suo pareo sullo scafo e guarda il mare: dev’esserne uscita da poco, perché le gocce le colano sulla schiena e ha i capelli raggomitolati in una sola, pigra ciocca. È mia madre. Accanto a lei, in piedi, vedo anche un uomo alto e dalla nuca brizzolata. Le accarezza il collo. Indossa pantaloncini bianchi e una polo azzurra. Guarda il mare con lei. Quello è mio padre. Poco più sotto, sul bagnasciuga, due bambine si rincorrono fuori e dentro l’acqua. Giocano e gridano. Però non so chi siano. Tu le conosci?

No e non vedo perché dovrei. È un tuo ricordo. Adesso, comunque, puoi riaprire gli occhi. Abbiamo ingannato a sufficienza la durata. L’abbiamo disinnescata. Aprili e dimmi cosa vedi.

E cosa ci sarà mai da vedere? Non posso restare ancora un po’ sulla mia spiaggia? D’accordo, ti obbedisco. Li apro e ti dico cosa vedo… Oh, santo cielo!

Impressionante, vero?

È incredibile!