Noi siamo racconto

Anche senza scrivere noi siamo racconto. I nostri corpi sono racconto. I nostri sguardi sono racconto. Camminando noi raccontiamo. Le nostre risate sono racconto e quando non ridiamo e restiamo in silenzio, oppure piangiamo, noi raccontiamo.

Accoccolati nel sedile del treno, noi raccontiamo la stanchezza e l’attesa.

Fradici del mare Mediterraneo, coperti da lana in prestito, riscaldati da una tazza di caffè porta dall’uomo nell’uniforme, noi raccontiamo la morte, lo scampato pericolo, la speranza della disperazione; senza scrivere un rigo, senza aprire la bocca.

Abbiamo visto una lacrima perenne sulle guance dell’orfano, quello è il racconto dei genitori che ha perso. Abbiamo visto la vedova perdere il respiro, ansimare, massaggiarsi il ventre che la pugnala, l’abbiamo vista piegarsi – quello è il racconto dell’uomo che ha perso.

Abbiamo visto l’albero scortecciato: racconta il passaggio, un tempo, di formiche divoratrici. Le foglie del rampicante che diluiscono dal verde nella vinaccia raccontano l’alluvione indigesta alla terra. Senza un rigo, senza parole.

Vediamo la striatura curva degli pneumatici sulla statale: racconta la distrazione, l’ostacolo, i freni, ma non dice l’esito. Abbiamo visto impronte di zoccoli sull’erba calpestata, è stato come ascoltare il viaggio del mulo, la stanchezza e il suo raglio.

Abbiamo visto il cranio glabro di un uomo: racconta la cura. Abbiamo visto la sposa coi fiori, racconta l’amore.

Miliardi di gesti che sono segni raccontano, raccontano, raccontano. Senza pagine, senza parole. Senza parole. Senza parole. Quando verranno, e se verranno, le parole saranno la traduzione di questi racconti, che sono la vita.

Dedicato ad Alessandro Leogrande

Andrea Cortellessa (Tuttolibri) su Mio padre la rivoluzione

Tuttolibri/La Stampa del 9 dicembre 2017 ha pubblicato una recensione di Andrea Cortellessa a Mio padre la rivoluzione.

[Una versione più lunga dell’articolo è uscita su Le parole e le cose il 19 gennaio 2018].

A impressionarmi non è solo l’apprezzamento critico, il cui valore lascio immaginare a chi legge questo post, ma anche la capacità di comprendere, del testo, le forze dalle quali è scaturito, ossia la mia, oserei dire le nostre vite in questo tempo storico.

«I percorsi alternativi della storia, questi futuri mai passati (è di Orecchio un conio irresistibile, “disavvenire”) sono (…) in chi è “prigioniero del tempo presente”, il segno, o il sogno, di una storia che davvero poteva essere diversa (come dice lo splendido racconto su Abraham Plotkin, o quello commovente su Rosa Luxemburg). C’è una volontà di sapere ostinata e struggente in chi, da “ritardatario in anticipo”, riconosce la propria “estraneità” alla storia del secolo più sanguinario e fiero e terribile della storia ma sa di essere, pure, in tutti i sensi suo “figlio”. È una fedeltà, accorata quanto severa, a quella storia che parrebbe sovvertita: città distrutta ma anche ricostruita, una magnifica pagina dopo l’altra. Con pietà pari alla spietatezza, con speranza figlia della disperazione».

*

Tutte le lettere al padre

Ieri (8 dicembre 2017) alla presentazione di Mio padre la rivoluzione a Più libri più liberi (che mi pare sia stata ok) con l’Amazing, splendido scrittore e relatore Giordano Meacci, non ho avuto la prontezza di spirito di alzarmi e fotografare chi era venuto a sentirci, nella sala piena, io chiedendo il permesso, così da immortalare e ringraziare tutti, da A. agli amici, dai compagni di minimum fax, che hanno fatto questo libro con me, alle compagne e ai compagni di strada, infine agli aristocratici: lettrici e lettori. Il fatto è che ero teso per le parole da pronunciare, quelle che avrei detto di lì a poco, perché bisogna dire le parole esatte, oltre che scriverle. Il nome della sala era Sirio, le pareti tutte gialle senape. Non so se questo abbia un significato. Ho immaginato che un bolscevico potesse unirsi a noi per testimoniare sulla rivoluzione dietro a schermi anonimizzanti che riparassero la sua identità, in posa da aula bunker, e col microfono filtro a falsificargli la voce.

QUI LA REGISTRAZIONE VIDEO DI RADIO RADICALE

Credo sia venuto il momento di ringraziare pure quanti hanno letto, recensito, commentato «Mio padre la rivoluzione»; chi l’ha apprezzato e chi, pur non apprezzandolo, vi ha dedicato il suo tempo.

Questa mattina ho trovato poi il giudizio commovente di Andrea Cortellessa su «Tuttolibri», ma su questo tornerò in un altro post.

Sempre oggi «Alfabeta2» pubblica una splendida recensione di Filippo Polenchi.

Qualche estratto:

Palpitazioni del pensiero: è da questa insolita polla sorgiva che si origina il sisma emotivo dei racconti di Davide Orecchio, che raggiunge vette di altissimo melodramma, attraversando le linee astratte della storia.

Tutte le lettere al padre, tutte le lasse narrative di questo poema in prosa, testimoniano anzitutto una visione della Storia che è Fisica. Giacché, dunque, il grappolo di racconti costruiti intorno alle ipotesi borgesiane («le ceneri di Trockij erano in questa terra, il suo sepolcro teneva sveglio il what if») – si veda anche quello su Bob Dylan, lo «Zimmer Man», che scrive un album mai scritto – sono frutto di una mente che considera la Storia come un nugolo di «quanti», più che di una successione di «immagini-movimento.

E adesso, come diceva il mostruoso Stalin a un suo qualche nemico, proseguo nella vita che mi guarda coi suoi occhi «così sfuggenti», che si «agita tanto ed evita di guardarmi direttamente negli occhi».

«Tra la meditazione e l’acido lisergico» (Giuseppe Genna su Mio padre la rivoluzione)

Ecco un post di Giuseppe Genna su Mio padre la rivoluzione. Da Facebook. Ne riporto qui alcuni brani e poi l’embed. Ringrazio questo autore che è per me punto di riferimento e tensione con la sua lingua seminale e struggente: un maestro coetaneo.

«Il romanzo storico è stato disossato o, meglio, slogato, piegato alle esigenze di poetica».

«La struttura, labirinticamente coerente, del libro di Orecchio restituisce certo la vita pulsante del tempo che viene narrato (e che coincide con il tempo stesso della narrazione, a rete e a incroci), vive essa stessa nell’oggetto del racconto».

«La maestria e la perizia in termini di ricostruzione storica, di tempi che dissonano rispetto a ciò che furono, è impressionante, per la mania del particolare, il quale è un grande propulsore della narrazione di questo magnifico scrittore.

E tuttavia non basta – la lingua abbatte l’oggetto storico, lo annulla: la lingua sovrasta la vita. Per questo, qui come negli altri due libri (“Città distrutte” e “Stati di grazia”), Davide Orecchio compie uno sforzo dagli esiti paradossali: è un utopista che non prende in considerazione la realizzabilità dell’utopia, poiché esercita non una fede, ma un’attualità, devastando le nevrosi storiche attraverso una prassi utopica che si autorealizza sotto i suoi polpastrelli, digitanti la storia da un punto in cui la storia non è più».

«E’ qualcosa che sta tra la meditazione e l’acido lisergico: lo spiritualismo che trasfigura uno dei più acuti processi storici di imposizione del dispositivo materialista».