Archivstrasse

Bisogna prendere la metro in direzione Dahlem, linea U3, e scendere a Podbielski Allee. All’uscita c’è uno spaccio dove si possono comprare un panino e un giornale. Anni fa lo gestivano due anziane signore che, immagino, saranno morte.

A dispetto del suo nome, dell’Archivio di Stato che ospita e del quartiere universitario nel quale si trova, Archivstrasse è una via residenziale. Percorrendola s’incontrano villini monofamiliari le cui pareti esterne, interrotte da ampie finestre o canoe appese a un gancio (siamo vicino ai laghi), sono pure ricoperte da rami d’edera.

Il canto degli uccelli si avverte più spesso del passaggio di un’automobile. Dirimpetto alle abitazioni, edifici civici – la scuola, l’ufficio delle poste – sbucano tra quello che resta di un bosco.

Dieci minuti e si arriva all’Archivio: palazzo enorme e di fattura neoclassica, dall’ampio cortile e dal portone maestoso . Sembra atterrato da un viaggio lontano, un estraneo. La sua apparizione zittisce l’edilizia che lo precede. Ma tornando verso casa ritroveremo edere e uccelli.

Rudi K., padrone di casa a Berlino

Agosto 1990, Berlino.

Rudi K. è il mio padrone di casa, mi ha affittato una stanza e io quando posso converso con lui.

Rudi K. è alto, biondo, ha circa 40 anni ed è scappato dall’Est prima che buttassero giù il Muro. È scappato quando a scappare rischiavi la vita. È scappato dalla dittatura, da Honecker, dai cosmonauti, dallo studio del russo, dal socialismo reale e da una moglie ancor più reale.

Rudi K. vive a Neukölln, quartiere di operai e immigrati.

Rudi K. ha un figlio che adesso sta in vacanza. E nel letto del figlio ci dormo io.

Rudi K. non ha più una moglie, ma ha un fidanzato. Un ragazzo greco che vive con lui, e col figlio e quest’agosto con me. Un ragazzo magro, basso e dai riccioli neri. Il ragazzo di Rudi K., profugo dell’Est, uomo in fuga da Honecker.

Rudi K. ama la cucina macrobiotica, coltiva una pianta di marijuana in soggiorno, il venerdì sera va al pub a bere, tiene in bagno un mucchio di riviste gay e parla poco.

A parte le birre del venerdì sera e i capelli biondi, Rudi K. non corrisponde alla mia idea di “uomo germanico”.

Dove sono i salsicciotti e la senape nel frigo di Rudi? Dove sono i crauti e il muessli?

Rudi K. ha messo il mondo alla rovescia. Non ha più il comunismo. Non ha più una donna ma un uomo. Mangia cibo esotico. Rudi K. è libero.

Rudi K. mi fa paura: assomiglia a Rutger Hauer, parla poco e ha uno sguardo di ghiaccio. Lo so, è un luogo comune, ma lo sguardo di Rudi è davvero di ghiaccio.

Un giorno torno da una passeggiata nell’Est e dico a Rudi che i palazzoni di Karl-Marx-Allee non sono mica male. Mica male quest’edilizia realsocialista! E Rudi mi fa uno dei suoi sguardi laser e dice: Continua a leggere “Rudi K., padrone di casa a Berlino”

Matteo Marchesini recensisce Città distrutte sul Foglio

Matteo Marchesini recensisce il mio Città distrutte su Il Foglio:

«In tempi in cui si convive con un forte senso d`irrealtà, la letteratura si traveste da documento, e la storia s`interroga sul suo sostrato letterario. Dall’osmosi tra i due campi nascono reportage romanzati, montaggi di vecchie cronache, o magari parodie della storiografia classica, il cui stile secco e solenne viene impiegato, come in un libro di Giuseppe Pontiggia, per descrivere “vite di uomini non illustri”. A Pontiggia si pensa sfogliando Città distrutte. Sei biografie infedeli, i racconti dell’esordiente Davide Orecchio usciti ora per Gaffi. Ma qui il legame tra i personaggi e la Storia con la maiuscola è molto più stretto. Il suo stile somiglia a una frana, al gesto bulimico di chi divora il tempo perché ne è ossessionato, e a ogni nuova pagina fa scorrere la bobina sempre più in fretta, mimando l`inadeguatezza della scrittura davanti alla vita. Continua a leggere “Matteo Marchesini recensisce Città distrutte sul Foglio”

Dialogo sui figli d’arte

Alfa e Karma siedono al tavolo, nella stanza. Sulla parete alle spalle di Alfa è appesa una cartina dell’Italia. Sulla parete opposta, alle spalle di Karma, è appesa una bandiera dell’Italia. Sul tavolo c’è un paio di forbici. In un angolo della stanza c’è una stufa di ghisa spenta.

Karma – H. è un avvocato. Suo figlio, anche lui un avvocato, dice di sentirsi felice solo quando gioca a tennis.

Alfa – Così come M., anche suo figlio è un giornalista. Scrive di cronaca ma la sua passione sono gli esteri, ed è contento solo quando viaggia.

Karma – Il figlio di G. è metalmeccanico, non diversamente dal padre. Ma lavora per un’azienda che lavora per un’azienda che lavora per un’altra azienda, e ha uno strano contratto. Inoltre avrebbe preferito studiare. Non credo che sia felice.

Alfa – L. è professore universitario. C., la moglie di L., è professoressa universitaria. Hanno due figli, professori universitari. Nessuno di loro ama la vita di facoltà, dove “ogni giorno – dice L. – tutti fanno la guerra a tutti”.

Karma – Ma per L., sua moglie e i suoi figli un mestiere fuori dell’università sarebbe disonorevole.

Alfa – Esatto. Disonorevole e disprezzabile.

Karma – B. è disoccupata e non ha mai cercato lavoro. Anche la madre di B., da sempre disoccupata, non ha mai cercato lavoro. B. e la madre guardano molta televisione.

Alfa – Lo so, per ore e ore.

Karma – E qualche volta la notte piangono, ognuna nella sua stanza.

Alfa – Io le ho sentite ridere. F. invece sta con la camorra, e suo padre stava con la camorra, e suo nonno pure. F., però, è più contento se va su internet e pubblica video e foto di alberi, ed è meno contento di sparare e mettere paura.

Karma – N. è figlio di K., che quarant’anni fa stava nelle Br. Si dice che anche N. sia accusato di stare nelle Br, e l’hanno arrestato. Continua a leggere “Dialogo sui figli d’arte”