Lasciatemi solo leggere e parlare

«(Ride.) Quando ero in decima ho avuto una storia d’amore. Lui viveva a Mosca. Ci sono andata, per fermarmi non più di tre giorni. La mattina, alla stazione abbiamo estorto a certi suoi amici un’edizione artigianale delle Memorie di Nadežda Mandelštam, un’opera che a quel tempo tutti leggevamo avidamente. E bisognava restituirla già il giorno dopo alle quattro del mattino. Abbiamo passato ventiquattro ore immersi nella lettura, senza interruzioni, tranne un salto in negozio per comprare del pane e del latte. Ci siamo perfino dimenticati di abbracciarci, tanto eravamo stregati dalla lettura di quei foglietti che ci passavamo man mano. Come in preda alla febbre, al delirio … per quel libro che potevi tenere in mano … che potevi leggere. L’indomani, scadute le ventiquattro ore abbiamo anche dovuto attraversare tutta la città a passo sostenuto, i mezzi di trasporto erano ancora fermi. Ricordo bene quella traversata nella Mosca notturna col libro nella mia tracolla. Lo stavamo trasportando come un’arma segreta … Credevamo davvero che le parole potessero scuotere il mondo.

Gli anni gorbacioviani … Libertà e tessere di razionamento. (…) Te ne stai in piedi a far la coda anche cinque o sei ore, ma almeno sei in compagnia di un libro che prima non potevi acquistare. (…) A me in realtà, scema com’ero, sarebbe bastato anche questo, la libertà di parola perché, come non ho tardato a rendermene conto, ero una piccola sovietica, impregnata in profondità di sovietismo. (…)

Mi sarei accontentata che mi lasciassero leggere senza problemi. (…) Non mi occorreva altro. Non sognavo neppure di andare a Parigi. Di passeggiare per Montmartre. (…) Lasciatemi solo leggere e parlare. Leggere!».

(da Svetlana Aleksievič, Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del Comunismo (2013) trad. dal russo di Nadia Cicognini e Sergio Rapetti, Bompiani, Milano 2018, pp. 223-225)

Il sincronismo

Ho visitato una mostra su William Blake.

Prima di entrare, sono andato alla libreria del museo e ho preso in mano una copia di Lanark, di Alasdair Gray. 

Ho sfogliato il libro.

Ho riposto la copia di Lanark nello scaffale e sono entrato nella mostra su William Blake.

Quando sono uscito dalla mostra, ho aperto Twitter e la prima notizia che mi è apparsa è stata una brutta notizia: Alasdair Gray era morto. Era uno scrittore importante (l’avevo scoperto da pochi anni, grazie a Safarà e a Vanni Santoni). Avevo appena toccato l’edizione in inglese del suo libro più famoso. Era come se avessi toccato lui stesso, che però non c’era più.

Sono tornato nella libreria del museo e ho ripreso a sfogliare Lanark. Un omaggio, come accendere una candela o depositare un fiore.

Poi ho aperto di nuovo Twitter e nella timeline mi è apparso un articolo del Guardian su Alasdair Gray, firmato da Ali Smith. Il titolo dell’articolo era questo: Alasdair Gray: a modern-day William Blake who revitalised Scottish writing.

Ho immaginato che questo sincronismo, sebbene nel lutto, o nel passaggio a un altrove, sarebbe piaciuto a due artisti legati.

Alcuni sostengono che William Blake ami apparire nei momenti più impensati, in un sogno, durante un girovagare urbano, per dare consigli ai viventi.

Forse da oggi inizierà a farlo anche Alasdair Gray, lo scrittore scozzese che non è più nella nostra dimensione.

Poi sono uscito dal sincronismo, dal museo, dalla mostra su William Blake, dalla morte di Alasdair Gray. E l’anno è finito.

La nudità (Milan Kundera)

«La nudità. Conservo un ritaglio del Nouvel Observateur dell’ottobre 1993; è un sondaggio: hanno inviato a milleduecento persone che si dichiaravano di sinistra un elenco di duecentodieci parole, e loro dovevano sottolineare quelle di cui subivano il fascino, quelle a cui erano sensibili, che trovavano attraenti e simpatiche; qualche anno prima era stato fatto lo stesso sondaggio: a quell’epoca, fra le stesse duecentodieci parole, ce n’erano diciotto sulle quali le persone di sinistra si erano trovate d’accordo, confermando così l’esistenza di un comune sentire. Oggi le parole amate si sono ridotte a tre. Solo tre parole su cui la sinistra può trovarsi d’accordo? Che tracollo! Che declino! E quali sono queste tre parole? Sentite qua: ribellione, rosso, nudità. Ribellione e rosso sono un’ovvietà. Ma che al di là di queste due parole l’unica a far battere il cuore della gente di sinistra sia la nudità, che l’unico patrimonio simbolico comune sia ormai la nudità, è stupefacente. È questo dunque il solo retaggio di duecento magnifici anni di storia, solennemente inaugurati dalla Rivoluzione francese, è questo retaggio di Robespierre, di Danton, di Jaurès, di Rosa Luxemburg, di Lenin, di Gramsci, di Aragon, di Che Guevara? La nudità? Il ventre nudo, i coglioni nudi, le chiappe nude? È questo l’ultimo vessillo all’ombra del quale gli estremi drappelli della sinistra simulano ancora la loro grande marcia attraverso i secoli?».

Milan Kundera, La lentezza, Adelphi, Milano 1995, pp. 115-116 (trad. Ena Marchi).

Per approfondire.

Lula

Molti anni fa mi presentai all’esame da giornalista e scelsi la traccia su “Luiz Inácio Lula da Silva, un sindacalista alla guida del Brasile”. Si usavano ancora le macchine da scrivere. La sala romana dell’Ergife rimbombava di ticchettii anacronistici e maldestri, procurati da gente abituata al computer. Comunque Lula l’avevo studiato bene e me la cavai, nonostante il frastuono. Poi Lula continuai a seguirlo. Poi smisi. Poi su di lui sono usciti i libri, altro che gli articoli. Nel pezzullo mi chiedevo se Lula avrebbe cambiato il Brasile. Passato il tempo, la risposta è sì, ovviamente. Ma la storia è andata avanti, è cresciuta, si è inabissata, si è rovesciata mille volte. Ieri è uscita un’importante notizia e mi sono ricordato del pezzo da praticante, così l’ho cercato nei cassetti e ho pensato di aggiornarlo con questa foto.