Voto disgiunto

Voto disgiunto

– La storia è su quanto accade visto da fuori, la memoria è su quanto accade visto da dentro.
Ágnes Heller

– Il problema dei racconti trockisti è che vengono più lunghi del previsto. L’altro mese ho scritto un racconto trockista, doveva essere di 20mila battute, ed è venuto di 60mila. Ieri ho finito un altro racconto trockista, doveva essere uno scherzo di 10mila battute, ed è venuto di 61mila. Credo dipenda dalla presunzione di permanenza, di essere permanenti e ininterrotte, che hanno direi ontologicamente un po’ tutte le cose trockiste (spazi inclusi). Nella ragione pratica o pragmatica questo consegue in racconti più lunghi del previsto, ma certo non permanenti; l’ennesima sconfitta del trockismo. Spero che nella Roma di Virginia Raggi la vita di un estensore negletto (non trockista) di racconti negletti trockisti possa proseguire. Non vorrei passare da una potenziale permanenza a una dissolvenza concreta.

– Fosse vivo, DFW scriverebbe un racconto sul marito wag di Virginia Raggi, abbandonato, separato da lei, col cuore infranto domestico, eppure fiero e tifoso, che domani si autocancellerà su Snapchat.

– A Stromboli la chiamano l’ora del vero sentire, dopo l’ultimo bagno calpestano una sabbia non più incandescente, sassi docili finalmente, salgono verso la stanza sulla spiaggia di Ficogrande tra le barche dei pescatori, fra le reti coi sugheri e l’odore di granchio essiccato, salutano i ragazzini che giocano a calcio sulla sabbia non infuocata, vanno alla stanza, alla doccia, alla camicia bianca di lino, all’abito di lino vermiglio che mostra i piccoli segni sulle spalle dove il sole non le ha abbronzate, aprono le sedie di paglia sul terrazzo sul mare, versano l’aranciata rossa e il Campari nelle coppe, tra i cubi di ghiaccio, si volgono al tramonto su Strombolicchio, al crepuscolo sulle barche, sui flutti, sulla nave cisterna, sull’ultimo aliscafo del giorno che viene forse da Napoli, forse dalla Calabria, vedono anche i gatti che passano, e i cani, e i gabbiani sopra di loro, e il calabrone, tra poco lasceranno le sedie e il terrazzo, andranno alla scala di pietre più lunga, più alta, che le porterà in alto a un sentiero tra i fichi, tra i capperi, e questi creano il loro profumo, non indossano profumi, avranno in prestito l’odore dei fichi e dei capperi, avranno la torcia per il ritorno, e le maglie di cotone a nido d’ape per la frescura, superato un canneto, un boschetto di ulivi, una chiesa, una piazza mangeranno pesce spada con l’olio e il prezzemolo, se avranno fortuna mangeranno calamari ripieni, scenderà la notte tra poco col suo nero di seppia, ma non ancora, ma non ora che chiamano l’ora del vero sentire, anche a Stromboli, anche loro.

– Lui vota a sinistra, ma tratta male i camerieri al ristorante. #votodisgiunto

– «Ragazzi, sono fiera di annunciarvi che i miei contadini hanno votato tutti per Rifondazione comunista» (un liceo di Roma centro, anni ’90).

Nascerà un altro Bob Dylan?

dylan

L’anno cinque del novecento nel porto sul Mar Nero di Odessa nacque un papavero nero, i suoi treti col sapore di odio, quando si scatena un’isteria di pogrom antisemiti e Zigman Zimmerman decise che non ne può più, l’impero russo l’impoverisce e lo lincia, Zigman pensò primum vivere, s’imbarca su una nave, cerca rifugio in un nuovo paese, incontrò muri?, fili spinati?, forse, ma non così irresistibili, non così invalicabili da impedirgli di scendere negli Stati Uniti d’America, e Zimmerman emigra nella città di Duluth, e prese a lavorare come ambulante nel Minnesota, e riparava le scarpe, e creò una famiglia, e fu libero di vivere e di non morire linciato.

Non è che allora il mondo fosse gentile (noi lo sappiamo, perché sappiamo tutto, perché sfogliamo la vita del mondo passata), ma a volte consentiva la fuga, non sempre era governato da uno spirito di muri e fili spinati, e, se allora il mondo fosse stato governato da uno spirito di muri e fili spinati, Zigman Zimmerman non sarebbe mai arrivato a Duluth, e sua moglie Anna non l’avrebbe raggiunto mai dall’Ucraina, e Zigman e Anna non avrebbero avuto mai il figlio Abe Zimmerman che nacque nell’undici, e Abe (neppure nato) non avrebbe sposato mai Beatrice Stone il dieci giugno del trentaquattro, e Beatrice Stone neppure sarebbe mai nata se la madre Florence Edelstein non fosse sbarcata coi genitori Benjamin e Lybba dalla Lituania, e così Florence (neppure sbarcata) non avrebbe mai sposato a Hibbing nel Minnesota Ben Stone né avrebbe messo al mondo la figlia Beatrice nel quindici (l’anno dell’aloe per l’igiene del mondo, per le sue cicatrici), e così Abe (neppure nato) e Beatrice (neppure nata) non avrebbero avuto mai il figlio Robert Allen Zimmerman che nacque nel maggio del quarantuno, e così, se allora il mondo fosse stato governato dallo spirito di muri e fili spinati, il mondo non avrebbe mai avuto Bob Dylan, figlio di Beatrice e Abe, figlio del viaggio di Zigman Zimmerman.

E se non puoi viaggiare o il viaggio ti uccide, tu sei il padre o la madre di non sapremo mai chi, e da questo spirito odierno del mondo fatto di muri e fili spinati tuo figlio non nascerà, i tuoi nipoti non nasceranno, non nasceranno altri Bob Dylan figli del viaggio, nasceranno invece cloni perfetti e mediocri al di qua del muro, e l’uomo nuovo ripeterà il vecchio, vivrà poco più a lungo ma sarà come il vecchio al di qua del muro, e l’uomo nuovo vivrà sempre più a lungo ma sarà come morto al di qua del muro, a meno che lo spirito del mondo non cambi, ma cambiare lo spirito del mondo al di qua del muro, al di là del muro, è prerogativa dell’uomo.

[ Sulla famiglia di Bob Dylan e le sue origini cfr. Howard Sounes, Down the Highway: The Life of Bob Dylan ]

Bauhaus

Ha quasi un secolo, il nonno materno mai conosciuto alla fine degli anni Venti la comprò sul modello Bauhaus per le sue natiche giovani, sode, per studiare, studiare, studiare ingegneria e laurearsi, fu ingegnere ferroviario trasmise la sedia alle due figlie per le natiche giovani loro, sode, per studiare, studiare, studiare una lettere e filosofia l’altra biologia e laurearsi, il nonno materno mai conosciuto morì su una via consolare in auto contro un pino, Barbalbero fermò la vita del nonno materno, la velocità dell’homo faber ingegnere uomo del treno volse all’epicedio, il legno del tergale è spesso un centimetro e mezzo, la seduta ha due centimetri e mezzo, la sedia la costruì a Roma la ditta Cova che aveva uno studio pure a Milano, nello studio e camera da letto della casa paterna, materna, le figlie crebbero, poi se ne andarono, la nonna materna rimase sola non usava la sedia non studiava aveva una consolle di mogano per il trucco e cento cassetti dove riponeva gli anni passati e scatole di cucito e fotografie, un ripostiglio dove stendeva i panni issandoli in alto su per un’architettura di spago e plastica come bandiere, la nonna materna viveva da sola, vedova temeva i furfanti senza immaginare la visita del ladro singolare che le entrò in casa un giorno non per rubarle i soldi e neppure un oggetto ma tutti i significati, i valori, ogni storia che animava gli oggetti, il ladro singolare portò via tutte le anime alla nonna materna, in seguito identificato nelle generalità del signor Alzheimer il ladro non è mai stato preso, la refurtiva mai recuperata, la nonna materna nel suo ultimo anno di vita siede con me al tavolo da pranzo e offrì la mano: Piacere, mi chiamo B., ho un nipote della sua età, a diciott’anni rincontro la nonna materna versata nella bara candida circondata da fiori, il suo naso limpido sale dal bordo, supera le ghirlande, quasi la punta di una freccia incoccata e tesa e pensai: morire non le ha cambiato la vita, ma non sempre è così, mi fu trasmessa la sedia in stile Bauhaus e negli anni dell’università la usai per studiare, studiare, studiare come morì Trockij, per dire, e i suoi figli e come morì il figlio di Wilhelm von Humboldt di malaria a Roma, per dire, come morivano i nobili in Francia quando la rivoluzione dilania i corpi, squartano il corpo del nobile, sradicano gli organi al nobile, presero il cuore e lo sollevano per una processione nel recinto del feudo, come morivano i commissari bolscevichi nei primi anni della rivoluzione, per dire, nella carestia, affamati, requisitori del comunismo di guerra, spediti dalle città a prendere l’eccedenza di grano dai contadini, il commissario bolscevico ritrovato ai piedi dell’albero col ventre aperto, le viscere esposte, strangolato nel suo intestino, studiai anche quello, per dire, mi laureai in storia della morte, la sedia in stile Bauhaus serve tutt’ora in questa postazione dove sono le grammatiche del tempo, della storia, un po’ della carta che serve per trattenere la storia, memorie e conoscere, conoscere, conoscere, connettere, imparare, ricordare, capire, questi sono i libri e c’è la sedia per leggerli, lo studio è l’arma contro il signor Alzheimer che si aggira qua intorno nel suo potere osceno di istupidirti, derubarti del significato, della historia, l’unica anima è connettere, conoscere, ricordare, conoscere connettere ricordare sono i tesori che ruba il signor Alzheimer, degno patologico figlio del secolo fascista del secolo nazista, la sedia ha quasi cent’anni, è ancora comoda, nidi di tarlo, orme di ruggine, impronte di natiche di nonni, figlie, nipoti, sullo schienale una targa di latta e un messaggio inciso: “Si accomodi, signor Alzheimer. Siamo pronti a sfidarla, noialtri istoriatori di fossili”.

bauhaus

Beckett 1906-2016

beckett

«Non so più quando sono morto. Ho sempre pensato di essere morto da vecchio, verso i novant’anni, e che anni, e che il mio corpo stesse a provarlo, dalla testa ai piedi. Ma questa sera, solo nel mio letto gelato, sento che diventerò ancora più vecchio di quel giorno, quella notte, che il cielo con tutte le sue luci mi cadde addosso, lo stesso cielo che avevo guardato tanto, da quando erravo sulla terra lontana. Perché questa sera ho troppo paura per ascoltarmi imputridire, per aspettare le grandi cascate rosse del cuore, le torsioni dell’intestino cieco senza sbocco, per aspettare che si adempiano nella mia testa i lunghi assassini, l’assalto ai pilastri incrollabili, l’amore con i cadaveri. Mi racconterò dunque una storia, per cercare di calmarmi, e in questa storia sento che sarò vecchio, vecchio, più vecchio ancora del giorno che caddi, gridando aiuto, e che l’aiuto venne».

Samuel Beckett, da “Il calmante”, in Primo amore, trad. it. F. Quadri e C. Cignetti, Einaudi, Torino 1979. Citato in Cees Nooteboom, Tumbas, Iperborea, Milano 2015, p. 65.

Foto: particolare da Roger Pic – Bibliothèque nationale de France, Samuel Beckett 1977.