Il lungo viaggio del partigiano Kim

Kim pagina99

Su pagina99 (Anno I, n. 71, 6-12 dicembre 2014), provo a raccontare la storia di quel ragazzo col fucile in spalla e le gambette magre che si vede nella foto.

[  27.04.2015: Una versione estesa del pezzo è uscita su Nazione Indiana il 25 aprile 2015. ]

Fu capo partigiano in Liguria, a 20 anni. Abitò le pagine di un romanzo, “Il sentiero dei nidi di ragno”, che il suo amico Italo Calvino dedicò proprio a lui: «A Kim, e a tutti gli altri». Quando smise d’essere Kim e tornò negli abiti civili di Ivar Oddone, maturò in un medico del lavoro e, a Torino negli anni ’60 e ’70, rivoluzionò la gestione della salute e della sicurezza nelle grandi fabbriche. La sua opera di medicina preventiva è conosciuta e tradotta in tutto il mondo. Teorizzò la non-delega della salute da parte degli operai, che dovevano essere i primi a difendere il proprio ambiente di lavoro. Mi rendo conto solo ora, con sconcerto, che questo articolo esce nell’anniversario della strage alla Thyssen Krupp (Torino, 6 dicembre 2007). Nulla è casuale, tutto coincide?

Per me studiare la storia di Kim è stato un prendere ossigeno: per respirare un altro po’ in questi tempi di apnea personale e collettiva nei quali mi pare di vivere. Spero che quest’ossigeno possa essere utile anche ad altri.

Non è nemmeno una vera malattia, la mia

«Dolori non ne ho, neppure febbre. Non è nemmeno una vera malattia la mia. Quasi me ne vergogno di parlarne, e mi è difficile spiegare quello che sento. È stanchezza e irritazione muscolare insieme. Non ho più appetito. Quel poco che mangio lo digerisco male. Stento ad addormentarmi; il mio sonno è breve, inquieto e interrotto. Dentro di me sento una continua ansia. Un nonnulla mi produce o paura o collera. Sono diventato scontroso, attaccabrighe, intollerante, l’orco della famiglia. Non ho più voglia di vedere amici né di uscire. Non c’è più nulla che m’ispiri gioia o interesse».
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Intervista a un operaio Fiat, Fabrizio Onofri. La condizione operaia in Italia. Roma, Edizioni Cultura Sociale, 1956.

Salame di spinaci (Elias Canetti, «La lingua salvata»)

È nella prima parte dell’autobiografia, quella dedicata all’infanzia trascorsa in Bulgaria, sulle rive del Danubio, che Elias Canetti ricorda le festività ebraiche, soprattutto Purim e Pessach, con i loro riti, la loro allegria, la loro austerità e i loro cibi stabiliti. Purim «era una festa che commemorava gioiosamente la liberazione degli ebrei da Hamàn, il malvagio persecutore […] I grandi si travestivano e uscivano, e dalla strada si udiva un gran vociare; in casa comparivano le maschere, io non sapevo chi fossero, era proprio come nelle fiabe».

La festa di Pessach (la Pasqua) è preceduta da giorni e giorni di grandi pulizie e preparativi. «Si veniva continuamente messi in disparte o mandati via, e anche in cucina, dove si preparavano cose interessantissime, si poteva tutt’al più gettare una rapida occhiata. La cosa che mi piaceva erano le uova scure, fatte bollire per intere giornate nel caffè». Poi la cena con le preghiere, il racconto dell’esodo dall’Egitto, le domande rivolte da più giovane della famiglia sul significato dei preparativi, «il pane non lievitato, le erbe amare e tutte le altre cose inconsuete che si trovano sulla tavola».
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SALAME DI SPINACI, Bulgaria 1910.

Ingredienti
Pasta:
2 uova
200 grammi di farina
Ripieno:
un chilo di spinaci
150 grammi di burro
300 grammi di ricotta
100 grammi di formaggio grattugiato
mezzo cucchiaino di noce moscata grattugiata
sale, pepe

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