
Categoria: Vedere/Sentire
Sul film «L’amministratore»
Nel documentario L’amministratore di Vincenzo Marra (Italia, 2013, 84 minuti) sono tutti vecchi. Si va dai 60 anni in su. [ Salvo rare eccezioni. Un immigrato che balla. La figlia. Un muratore. ] Le case mostrano crepe, infiltrazioni d’acqua. Gli attici crollano sui piani inferiori. Il massetto dei bassi non tiene, tra il fango e l’asfalto cresce un binario per topi. La città cade a pezzi. L’amministratore prova a rammendarla. Ammaccato e cinico anche lui.
Donne sessantenni vivono con madri ottuagenarie. Ci si opera agli occhi e del cancro all’intestino. I fratelli si odiano e impoveriscono e decompongono sui divani borghesi di Posillipo. Il guappo ormai ha 80 anni, non è più guappo. I condòmini pagano quello che possono. «I condòmini fetenti non muoiono mai, muoiono sempre quelli buoni», si lamenta l’amministratore nella battaglia per la manutenzione di Napoli e dell’Italia sfibrata che non può andare a buon fine del tutto. Un poco ci va. Senza l’amministratore e il suo daffare tra gli stabili il crollo sarebbe già presente; invece resta un’ombra imminente, una caduta prossima.
Questo film, che mette in scena per la prima volta un amministratore, racconta la tecnica e l’arte di arrangiare la manutenzione. E mostra il confine tra la manutenzione e la decadenza. E ci avverte che la manutenzione sta scomparendo (affiorano dappertutto i segni della decadenza).
Che tristezza. Eppure si ride guardando il film. L’ironia consente il racconto, lo rende possibile? La grammatica e la sintassi di una storia altrimenti indigesta: è questa ironia che ti permette di guardare senza ascoltare o distogliere l’attenzione? L’ironia è forse l’abito che veste una realtà oscena; è il pudore.
In un brano sono evocati due giovani. Un soffitto è crollato e loro «stavano qui, studiavano, per un pelo non sono morti», racconta all’amministratore l’anziana donna delle pulizie. «Adesso se ne sono andati. Hanno paura. Non vogliono più vivere qui». Infatti la stanza è vuota. C’è anche una terrazza sul Golfo, deserta, con le maioliche inumidite dalla pioggia.
I giovani sono diventati parole, ricordo della donna anziana. Non è possibile neppure mostrarli, vederli.
Fear of Falling. Roma applaude Wallace Shawn e Jonathan Demme (video)
Jonathan Demme e Wallace Shawn ringraziano il pubblico al termine della proiezione di Fear of Falling, al Festival del Film di Roma. Il film è un adattamento (a cura di Shawn e André Gregory) de Il costruttore Solness di Ibsen. Cinema al servizio del teatro. Non a caso con dedica a Louis Malle, nel cui Vanya sulla 42a strada (che Fear of Falling ricorda per intensità e prova collettiva, sebbene avanzando verso il finale qualcosa se ne perda e l’ipnosi stupita dello spettatore si dissipi un poco, ma solo un poco) sia Shawn, sia André Gregory e Larry Pine (anche qui interpreti) recitarono. Shawn compie gli anni questa notte, ne fa 70 e festeggia in sala e «che peccato che Ibsen sia morto e non possa festeggiare qui con noi» (dice suppergiù, non letteralmente). Nel film dona a Solness grazia, ironia, straniamento. Ma tutti gli attori sono in stato di grazia: oltre a Shawn e Gregory e Pine, Lisa Joyce (anche lei in sala ad augurare buon compleanno), Julie Hagerty, Jeff Biehl (seduto accanto al regista, vedi foto sotto), Emily Cass McDonnell. Shawn e Gregory stanno portando in scena Il costruttore Solness da quasi 15 anni. In questo video amatoriale do un senso alla posizione privilegiata che l’acquisto di un biglietto per Fear of Falling mi ha casualmente offerto. Ho infatti assistito al film a un metro o due dal suo regista, The Amazing Jonathan Demme (il che, per uno della mia generazione, che Il silenzio degli innocenti lo vide nel buio della sala cinematografica, non è evento da poco; anzi è un’emozione). Infine, in un profluvio di «thank you! Thank you! Happy birthday to you!», si rincasa felici e contenti.
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La domenica come volontà e rappresentazione

