Fear of Falling. Roma applaude Wallace Shawn e Jonathan Demme (video)

Jonathan Demme e Wallace Shawn ringraziano il pubblico al termine della proiezione di Fear of Falling, al Festival del Film di Roma. Il film è un adattamento (a cura di Shawn e André Gregory) de Il costruttore Solness di Ibsen. Cinema al servizio del teatro. Non a caso con dedica a Louis Malle, nel cui Vanya sulla 42a strada (che Fear of Falling ricorda per intensità e prova collettiva, sebbene avanzando verso il finale qualcosa se ne perda e l’ipnosi stupita dello spettatore si dissipi un poco, ma solo un poco) sia Shawn, sia André Gregory e Larry Pine (anche qui interpreti) recitarono. Shawn compie gli anni questa notte, ne fa 70 e festeggia in sala e «che peccato che Ibsen sia morto e non possa festeggiare qui con noi» (dice suppergiù, non letteralmente). Nel film dona a Solness grazia, ironia, straniamento. Ma tutti gli attori sono in stato di grazia: oltre a Shawn e Gregory e Pine, Lisa Joyce (anche lei in sala ad augurare buon compleanno), Julie Hagerty, Jeff Biehl (seduto accanto al regista, vedi foto sotto), Emily Cass McDonnell. Shawn e Gregory stanno portando in scena Il costruttore Solness da quasi 15 anni. In questo video amatoriale do un senso alla posizione privilegiata che l’acquisto di un biglietto per Fear of Falling mi ha casualmente offerto. Ho infatti assistito al film a un metro o due dal suo regista, The Amazing Jonathan Demme (il che, per uno della mia generazione, che Il silenzio degli innocenti lo vide nel buio della sala cinematografica, non è evento da poco; anzi è un’emozione). Infine, in un profluvio di «thank you! Thank you! Happy birthday to you!», si rincasa felici e contenti.

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Qualche volta ho incontrato Lou Reed

In una balera di Stromboli che si chiamava la Nassa e chiudeva sulle note di Take a walk on the wild side. Quello era un lento. Le luci-scintilla. Le stelle. Il vulcano. Lou era una voce fraterna. Che entra in casa, ha la chiave, e ti mostra la vita selvaggia. Il fratello maggiore spesso ha in tasca una canna e l’accende per te.

In un disco ruggente di chitarre fracasso e poi chitarre arpeggio e riff di cotone, dove Lou rinasceva mentre il Muro cadeva e lui cantava New York.

In un teatro romano che si chiamava Brancaccio, dove Lou gettò scompiglio, perdita, magia e qualcuno ballò e l’io palpitò.

In un film di Wim Wenders, un albergo a Berlino, Lou nella stanza e sul letto, suona la chitarra astronave, la chitarra fucile, anoressica, nera e di smalto. Questa chitarra. Eietta un suono. Che è un esorcismo.

Ciascun cittadino. Di questo tempo. Ha incontrato Lou Reed. E io l’ho incontrato ogni volta che – ho suonato – il satellite dell’amore – sulla mia dodici corde – con un sol – aumentato.