Il peggior mal di testa dell’ultimo secolo.
1) Colpa del Sagrantino.
2) In piena era glaciale romana, ho capito che la profezia Maya si sta avverando (la mia cefalea è solo un epifenomeno).

Uno scrittore
Il peggior mal di testa dell’ultimo secolo.
1) Colpa del Sagrantino.
2) In piena era glaciale romana, ho capito che la profezia Maya si sta avverando (la mia cefalea è solo un epifenomeno).

Bisogna prendere la metro in direzione Dahlem, linea U3, e scendere a Podbielski Allee. All’uscita c’è uno spaccio dove si possono comprare un panino e un giornale. Anni fa lo gestivano due anziane signore che, immagino, saranno morte.

A dispetto del suo nome, dell’Archivio di Stato che ospita e del quartiere universitario nel quale si trova, Archivstrasse è una via residenziale. Percorrendola s’incontrano villini monofamiliari le cui pareti esterne, interrotte da ampie finestre o canoe appese a un gancio (siamo vicino ai laghi), sono pure ricoperte da rami d’edera.
Il canto degli uccelli si avverte più spesso del passaggio di un’automobile. Dirimpetto alle abitazioni, edifici civici – la scuola, l’ufficio delle poste – sbucano tra quello che resta di un bosco.
Dieci minuti e si arriva all’Archivio: palazzo enorme e di fattura neoclassica, dall’ampio cortile e dal portone maestoso . Sembra atterrato da un viaggio lontano, un estraneo. La sua apparizione zittisce l’edilizia che lo precede. Ma tornando verso casa ritroveremo edere e uccelli.
Ho sognato di organizzare Woodstock a Stromboli. Una folla di giovani occupa la spiaggia di Ficogrande. Il palco dà le spalle a Piscità e sulla sinistra ha il mare. Sebbene abbia organizzato il concerto, mi tengo in disparte, ai limiti della spiaggia, già quasi sulla strada. Per intenderci: vicino ai locali della vecchia Proloco. Una ragazza tira una canoa da irochese in mezzo ai corpi sdraiati sulla sabbia nera.
A questa visione ne alterno una dall’alto, consentita dalla diretta video di RadioArticolo1: un’onda di ragazzi si tuffa in acqua e poi risale sulla spiaggia, tornando ad ascoltare il concerto. Ha il movimento di uno stormo sincronizzato.
Tutti sembrano felici. I gabbiani volano in aria.
La pietra pomice galleggia nell’acqua. Il vecchio molo riposa nelle sue ruggini tra i flutti e il fondale: solo io so che ne sopravvive qualche trave ormai mucida.
Nell’orizzonte: barche a vela e un peschereccio ancorato.
Il vulcano rispetta la festa e la musica, e non batte il proprio ritmo; almeno per oggi.
Grazie a Open Culture ecco a voi Vladimir Nabokov che declama l’incipit di Lolita. Prima in inglese, poi in russo. La clip è tratta da un documentario francese del 1950:
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