Ci sono cascato anch’io. Spero mi perdonerete la presunzione. Segnalo i volumi qui sotto, in ordine casuale e non classificatorio.
Uno scrittore
Ci sono cascato anch’io. Spero mi perdonerete la presunzione. Segnalo i volumi qui sotto, in ordine casuale e non classificatorio.
«La storia è solo una sequela di pagamenti, quanto più esorbitanti tanto meglio. L’unica cosa che è cambiata è la forma del credito» (p. 69).
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«Il vuoto è la natura.
Ma come riempire eccessivamente il mondo? Il “pieno”, per definizione, non lo è mai “troppo”.
La risposta di Espina era il denaro e le sue quantità. Infatti, nulla può essere eccessivamente occupato, se non quando si tratta di oggetti concreti. L’eccesso è un epifenomeno del denaro, ed è dubbio che possa esserci eccesso se non ci sono immense e incommensurabili quantità di denaro» (p. 73).
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«Il denaro è sempre stato un elemento dissolvente. Ma la quantità stessa è dissolvente. La quantità di specie nel mondo dissolve la natura. La quantità della natura dissolve l’essere umano. Come potrebbe non essere un cataclisma la carta moneta, in cui la quantità è tutto ed è sempre sul punto di moltiplicarsi?» (pp. 156-157).
César Aira, Ema, la prigioniera, Bollati Borighieri, Torino 1991, traduzione di Angelo Morino.

«Di’ sempre la verità. Non parlare mai di te. Sii breve. Tralascia ciò che va tralasciato. Non puntare mai sulla forza del qui pro quo. Non rivoltare verso l’esterno ciò che è all’interno. Non guardare allo specchio. Non temere. Nel caso in cui inventi qualcosa, inventala con onestà.»
– Felicitas Hoppe, Johanna (traduz. Anna Maria Curci).
«Il fatto è che a me interessano più i colpi di scena delle parole che non i colpi di scena dei fatti.»
– Gesualdo Bufalino.

“Mio padre la rivoluzione” (minimum fax) è nella cinquina del prestigioso Premio letterario Campiello. Assieme a Ermanno Cavazzoni, “La galassia dei dementi” (La Nave di Teseo); Helena Janeczek, “La ragazza con la Leica” (Guanda); Rosella Postorino, “Le assaggiatrici” (Feltrinelli); Francesco Targhetta, “Le vite potenziali” (Mondadori).
Spero che questo dia una nuova occasione a una delle storie del libro, il «Partigiano Kim».
Fu capo partigiano in Liguria, a 20 anni. Abitò le pagine di un romanzo, “Il sentiero dei nidi di ragno”, che il suo amico Italo Calvino dedicò proprio a lui: «A Kim, e a tutti gli altri». Quando smise d’essere Kim e tornò negli abiti civili di Ivar Oddone, maturò in un medico del lavoro e, a Torino negli anni ’60 e ’70, con l’appoggio della Camera del Lavoro rivoluzionò la gestione della salute e della sicurezza nelle grandi fabbriche insieme a operai, studenti, sociologi, psicologi, medici, economisti, sindacalisti, magistrati, legislatori: lui li definiva «esperti grezzi», «uomini nodali» della «comunità scientifica allargata». La sua opera di medicina preventiva è conosciuta e tradotta in tutto il mondo.

Oggi in Italia infortuni e morti sul lavoro sono in aumento. Cito da rassegna.it:
«Nel periodo gennaio-marzo 2018 (ultimo dato disponibile) sono state 212 le morti sul lavoro denunciate all’Inail, l’11,58% in più rispetto allo stesso periodo del 2017. Un’altra fonte, l’Osservatorio indipendente di Bologna, conta invece oltre 450 vittime dall’inizio dell’anno ad oggi, 18 maggio. Ma anche allargando l’analisi ad un periodo più ampio, il fenomeno non esce ridimensionato, come pure alcuni osservatori tendono a suggerire. Se, infatti, il numero assoluto di morti e infortuni sul lavoro degli ultimi anni è più basso rispetto a quello di un decennio fa, va tenuto certamente conto degli effetti dirompenti che la crisi economica ha prodotto, non tanto sul numero di occupati, quanto sulle ore effettivamente lavorate».
Sono molte e urgenti le cose da fare per fermare questa strage. Servono soldi, risorse, intenzioni serie e dialogo tra lavoratori, politica, istituzioni, datori di lavoro e sindacati. Ma l’Italia non parte da zero. L’Italia ha una storia e una cultura del lavoro che la vita e le opere in titoli maiuscoli di Ivar Oddone illustrano bene.
Quella del partigiano Kim è una vita della quale andare fieri.
Per questo l’ho raccontata.