
Racconti che incantano e turbano, tradotti da Camilla Diez e pubblicati da L’Orma Editore. L’autrice è stata ospite del Festival Letterature 2022 a Roma. Nella clip, il suo racconto Il volantino:

Racconti che incantano e turbano, tradotti da Camilla Diez e pubblicati da L’Orma Editore. L’autrice è stata ospite del Festival Letterature 2022 a Roma. Nella clip, il suo racconto Il volantino:
«… si rende conto che, se nessuno ricorda, allora tutto è possibile. Se nessuno ricorda diventa equivalente a Se Dio non esiste. Se Dio non esiste, dice Dostoevskij, allora tutto è possibile. Dio si rivelerà nient’altro che una grande memoria immagazzinata. Memoria dei peccati. Una nuvola con infiniti megabyte. Un Dio che dimentica, un Dio con l’Alzheimer ci esonererebbe da tutti i nostri obblighi. Senza memoria, nessun crimine».
Georgi Gospodinov, Cronorifugio, Voland 2021, pp. 71-72, traduzione di Giuseppe Dell’Agata.

Storia aperta è stato selezionato nella cinquina del Premio Bergamo. Queste le motivazioni del comitato scientifico, composto da Andrea Cortellessa, Silvia De Laude, Angelo Guglielmi e Michele Mari:
Continua a leggere ““Storia aperta” finalista al Premio Bergamo” →Davide Orecchio fa i conti con la storia collettiva e con quella personale in Storia aperta (Bompiani 2021), un romanzo che chiude una parabola aperta dieci anni prima con il libro d’esordio, Città distrutte (2011), e proseguita con la raccolta Mio padre la rivoluzione (2017), già finalista al Premio Bergamo 2018. A segnare la continuità di questo percorso è la tecnica narrativa, che attinge ad archivi reali e fittizi per comporre un racconto che si muove in un terreno sospeso tra storia e fantasia; ma anche lo stile, estremamente figurato, ritmato, a tratti addirittura lirico; e soprattutto il soggetto, la vita di Pietro Migliorisi, alter ego del padre dell’autore, affacciatosi già nelle raccolte precedenti e ora raccontato con l’ampiezza di un grande romanzo storico e biografico. Seguendo le traiettorie impossibili di una biografia che talvolta si biforca, procedendo simultaneamente in direzioni contrapposte, questo romanzo racconta la storia di un’intera nazione, quella di un’Italia che è stata fascista e comunista, bellicista e pacifista, morale e immorale, pudica e sfacciata. Una storia che, per essere fedele fino in fondo, non può fare a meno di lasciare aperte le più aspre contraddizioni.
Studiavo per Storia aperta e iniziai a leggere la monografia di Nello Ajello su “Intellettuali e PCI”, un testo classico, importante e ancora attuale. Presi nota delle fonti che citava – soprattutto la memorialistica – per poi trovare e leggere anche quelle. Il tipico percorso di deduzione di una bibliografia. Quindi andai in biblioteca. Richiesi i primi volumi. Iniziai a leggerli. Erano sottolineati, annotati e commentati. I testi erano versati in un Fondo Ajello. Nello Ajello era morto da pochi anni. I libri che stavo leggendo erano appartenuti a lui, ed erano stati donati alla biblioteca. La stessa biblioteca che avevo scelto per leggere quei libri.
Mi convinsi che i tratti di matita, e i commenti, fossero di Nello Ajello. Non ne avevo la prova provata, ma mi pareva evidente.
Mentre leggevo “Intellettuali e PCI” mi ero detto (ad esempio): questo “Esame di coscienza di un comunista” di Fabrizio Onofri, citato da Ajello, me lo devo assolutamente procurare. E adesso lo avevo sul tavolo nella copia posseduta e studiata dall’autore in persona durante le sue ricerche in preparazione di “Intellettuali e PCI”. Fu come ritrovarsi dentro un’indagine involontaria sulla costituzione di un saggio. Ajello mi aveva fatto scoprire dei libri e ora li guardavo con i suoi occhi, e toccavo la stessa carta toccata da lui: la prima lettura, i primi passaggi sottolineati quando forse non sapeva neanche lui che libro avrebbe scritto, quando studiava e basta, assorbiva e rifletteva, esattamente come me, che non sapevo che libro avrei scritto, e leggevo, leggevo, leggevo. Ma ero intrappolato nella storia. A generazioni di distanza. Ancora lì, su quei testi, su quelle vite. Senza sapermene liberare. Le pagine d’inchiostro di Onofri (1949) e i commenti su lapis di Ajello (anni ’70?) entravano nei pixel delle mie foto su smartphone (2016).
Io poi ero in ritardo sul tempo, ero in ritardo su tutto. Quando, alle sette di sera, la biblioteca chiudeva e tornavo a casa, mi sembrava di avere sulle spalle un naufrago.
Mi correggo: questo poteva capitarmi “solo” in una biblioteca, non su Google Books.
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