Nasce dov’è il Mississippi, dov’è sgorgato tanto blues e c’è Clarksdale. Ha in William Moore un patrigno che non si domestica alla terra specchio del contadino Moore William cui non basta la mano realtà, il seme realtà, la stagione, il pendere delle gambe e la schiena verso lo specchio terra lavoro. Riconosciuto dagli occhi degli altri e famoso, William il patrigno di John Lee Hooker Moore è musicista, non suona che il blues sulla chitarra nelle friggitorie, nelle serate danzanti.
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Poi alla casa chitarra cassa ponte sei corde di William e John vengono in visita Blind Lemon Jefferson, Blind Blake e Charlie Patton: e quelli basta che parlino e John Lee Hooker impara il blues; e cantano anche e suonano anche. John Lee, che pure canta nella chiesa di Clarksdale, non ama l’agricoltura futuro sudore mentre la musica che l’attornia, le canzoni che respira: questo sì che gli piace e nell’amore si radica l’Io. Chiede al patrigno: «Insegna la chitarra al tuo figliastro» e Moore William acconsente e gli trasmette il battito.
Tag: scrittura
Love
Ecco gennaio con la pioggia sui vetri e la ghisa che s’intiepidisce nella dimora. L’inverno è il ripostiglio di piccole cose, gesti minuscoli. A. sostiene un esame. S. compra un vestito e un computer. A Maccarese mangiano frittura di pesce. L’inverno è la teoria della vita, l’ansia e il progetto; è scrittura.
Ma lo sguardo tasto matita esita per via della dubitazione. Lo scrivere tiremmolla nella circospezione della navigazione cerca i fari, scansa gli scogli; lo scrivere pronostico della vita che verrà: s’interroga, interpella, avvista. Creare il teatro futuro per poi spaventarsene, descrivere e pronunciare la realtà che sarà nella speranza che sia un altro l’avveramento, è la pratica dell’inverno dove il mondo delle azioni s’abbuia.
Dopo aver concepito da sé le mosse o i prossimi fatti, la mente grafia si ferma e contempla e nel luminio diagnostica e prescrive cosa figliare, cos’abortire. Il presente e il futuro sono tane di talpa, forse pedane verso le stelle allacciate da connessioni cunicoli che si deve scavare. La mente ingegnere considera la trivella, misura il traforo ma il più delle volte s’arrende alle circostanze del mondo dove gli spiragli si divaricano nella naturalezza e gli orifizi s’aprono per geologia non volontaria e inumana. Nell’inverno c’è lo studio sottovoce di modelli, il calcolo sussurro di eventi probabili, il bisbiglio dell’asserzione: “Io credo – voglio dire – ipotizzo”. C’è quindi un diario che splende, che vive.
Dialogo tra la ragazza antitesi e il gabbiano permutante
… e’ un processo di sguardi, di gesti, senza parole. Forse una nota. Una melodia. Il ruscello lo senti anche tu? Scalpiccia sul cuoio del mondo, fa i dispetti della creatura vitale ed è entrato qua dentro nel sogno di me che: sono morta, e vivo. L’acqua. Due pecore si dissetano. Due pecore dormono sull’erba e le feci. Una roccia. Un campo di torba. Il mare, il faro, gli scogli. Il gabbiano s’accosta e mi chiede:
«Tu voli? Ti piacciono i granchi? A me piace cavarli di sotto le rocce, spolparli. Li assedio dove finisce la terra, dove il mare inizia. Li pinzo e stano col becco. Quando mi sazio li baratto al villaggio con acciughe e code di rospo. Io sono un gabbiano permutante. Io sono libero, e tu?»
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Caro fratello, da alcune settimane sono arrivato a Città del Messico
E’ trascorso qualche mese e inizia l’inverno quando Kauder già convinto di non interessare più a nessuno e potersi ferire nel suo solipsismo riceve una lettera per mano di un viaggiatore di passaggio.
Viene da Georg e le preferirebbe rogne o torture ma deve leggerla e lo fa con nausea:
Ho ritrovato l’eleganza e l’unicità dei palazzi di Torino e Milano insieme alla raffinatezza dei quartieri parigini e berlinesi
«Caro fratello, da alcune settimane sono arrivato a Città del Messico e già posso affermare che nessuna capitale europea è tanto bella. Se vedessi questi luoghi te ne innamoreresti quanto me; c’è in loro qualcosa di esotico e domestico insieme. Ho ritrovato l’eleganza e l’unicità dei palazzi di Torino e Milano insieme alla raffinatezza dei quartieri parigini e berlinesi. Le strade sono rettilinee e ampie, e ciascuna procede o da est verso ovest oppure da nord verso sud. Su ogni lato gradevoli marciapiedi di pietra da costruzione, opera del conte di Revillagigedo, autore di numerosi restauri a México dei quali la cittadinanza gli è ancora grata. Fu lui, ad esempio, a ordinare il rinnovamento della Piazza Grande da cui sono appena tornato ora che mi accingo a scriverti.
Immagina che un tempo questa piazza era gremita di capanne di indigeni e banchi dove la gente comprava frutta e verdure. Non c’è descrizione che possa far rivivere lo sporco e il subbuglio di un luogo che adesso, invece, si mostra perfettamente in ordine. Sulla piazza affacciano la cattedrale, costruita con pietre rettangolari e munita di due belle torri ornate di statue, e il palazzo del viceré. Alcuni anni fa il conte di Revillagigedo ordinò la ricostruzione del lastrico così da ottenere spazio per una delle scale che salgono alla cattedrale: fu in quell’occasione che vennero alla luce due enormi sculture di pietra indigene.
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