Il futuro delle città è la sicura decadenza

«Abd al-Rahman I fece di Cordova la sede di un regno precario e minore, e non seppe di aver fondato la capitale dell’Occidente, di un mondo aspro e rurale in cui le strade erano insicure e le città tetri villaggi fortificati contro le invasioni. A Cordova Abd al-Rahman si salva e si purifica, si fa re e forse tiranno e fonda una dinastia ribelle che durerà circa trecento anni: grazie a lui e alla sua stirpe, Cordova, in contraccambio di ciò che gli ha dato, riceve una gloria che sarà ricordata ed esaltata in capo a un millennio. Il suo splendore e il suo nome sopravviveranno fino a questo stesso momento in cui scrivo, e le mie parole, questo libro, sono conseguenza di azioni non ancora estinte, braci di un fuoco che il tempo non ha potuto spegnere. L’eco di quei giorni non si è cancellata. Rimane nei libri, nella fantasia, nella memoria, nelle rovine. Viaggiatori morti mille anni or sono continuano a portare notizie di quella città che cerchiamo nella città di oggi, viva moneta che mai tornerà a ripetersi. Nella vita delle città, come in quella degli uomini, vi sono alcune ore di pienezza sepolte poi sotto la cenere. La Cordova degli omayyadi prosperò per poi perire, si fece grande e potente per essere poi desolata. Ma già Ibn Khaldun scrisse che il futuro delle città e delle dinastie è la sicura decadenza».

Antonio Muñoz Molina, La città dei califfi. Cordova tra favola e realtà, Feltrinelli, Milano 1996, pp. 48-49 (traduz. di Gianni Guadalupi).

Cronache dalla polvere

E’ in libreria Cronache dalla polvere (Bompiani), un mosaic novel, romanzo a racconti intrecciati  opera di un collettivo di autori riuniti nel nome di Zoya Barontini. Ho partecipato molto volentieri al progetto, che si rivolge a un pubblico giovane e racconta la fin troppo rimossa “avventura” italiana in Etiopia, in questo caso non tanto l’invasione e la guerra per l’impero fascista (1935-1936), quanto la repressione dei mesi successivi.

Dall’aletta

«Nel 1936 l’esercito italiano conquista la capitale dell’impero etiope, Addis Abeba. Per quelle popolazioni un nuovo inizio: la pace romana, come la definì Benito Mussolini. Cronache dalla polvere racconta questa pagina di storia dell’Italia dimenticata e troppo a lungo taciuta: l’occupazione dei territori dell’Abissinia da parte delle truppe fasciste. Il regime ambiva a farne il fiore all’occhiello dell’Impero italiano ma si trovò a reprimere con atroce violenza la resistenza dei fieri guerriglieri arbegnuoc. Le truppe italiane insieme alle camicie nere si resero protagoniste di rastrellamenti, distruzioni e massacri di uomini, donne e bambini, abbandonando umanità e pietà. Perdute per sempre in quelle terre lontane da Roma. Le popolazioni locali non hanno mai dimenticato quel passato di inaudita violenza.
Cronache dalla polvere è un’occasione per ricordare l’orrore della guerra e delle ideologie di superiorità della razza. Questa storia batte al tempo inesorabile dei tamburi di guerra, respira polvere e vento e ha gli occhi dei suoi protagonisti: soldati italiani, guerriglieri etiopi e alcune misteriose presenze. Fantasmi. Il paesaggio africano del secolo scorso rivive con una vena fantastica grazie al racconto corale del collettivo di scrittrici, scrittori e illustratori in tutta la sua spettacolare intensità e drammaticità».

Zoya Barontini è il nome scelto dal collettivo di autori per il progetto di mosaic novel curato da Jadel Andreetto e illustrato da Alberto Merlin. Gli autori che hanno partecipato: Massimo Gardella, Lorenza Ghinelli , Sirio Lubreto, Gaia Manzini, Michela Monferrini, Davide Morosinotto, Davide Orecchio, Guglielmo Pispisa , Igiaba Scego, Aldo Soliani, Nicoletta Vallorani.

Il Booktrailer

Buona lettura, spero!

Roma 4 giugno 1944

«Intanto la guerra per Roma si avviava al suo esito. Il passaggio più crudele – quando ormai anche la serratura di Cassino era saltata – avvenne a Cisterna: città che fu rasa al suolo, e divenne come un enorme sbrego. Ora le truppe angloamericane erano alle soglie di Roma. Non so spiegare (e non ne parlai allora) perché lo schieramento antifascista non seppe costruire un atto di insorgenza dalla città, quando già i tedeschi erano in ritirata, e forse si sarebbe potuta salvare la vita di tanti: di quel sindacalista sfortunato, Bruno Buozzi, e di altri. Sull’antifascismo romano pesò un freno del Vaticano o fu altro? La notte in cui le truppe alleate erano alle porte della città un gruppo di noi più giovani si raccolse in quella casa di via Ruffini, ad attendere l’alba di quel giorno di liberazione. C’era un grande silenzio fra di noi, come se dubitassimo di quella rinuncia a una rivolta, né ce ne demmo ragione. Solo restammo insieme quasi tutta la notte, in attesa. Il 4 giugno 1944 i soldati angloamericani entravano a Roma.»

Pietro Ingrao, Volevo la luna, Torino, Einaudi, 2007, p. 149

***

«Attraversando piazza del Popolo vedo dei camion tedeschi, attorno ai quali si assiepava una quantità di gente. I militari tedeschi scaricavano viveri forse per far posto ad altri soldati in fuga. Vidi volare in aria e ricadere pesantemente sul selciato un’intera forma di parmigiano. […] Passammo tutti insieme la notte, ascoltando con gioia il rumore dei cingoli dei carri armati alleati che penetravano nel centro della città. […] Nonostante ci sentissimo finalmente liberi, ci scottava la mancata insurrezione e lo stato di impotenza in cui avevamo passato quella giornata. […] Nei giorni successivi ci toccò consegnare le armi. Mi dispiacque disfarmi della mia Beretta 7.65, che avrei voluto conservare.»

Maria Teresa Regard, Autobiografia 1924-2000. Testimonianze e ricordi, Milano, F. Angeli, 2010, p. 57.

***

«Sentiamo d’un tratto venire da via Veneto un batter di mani, gridi di evviva. Scappo fuori, scappiamo fuori, corriamo verso il clamore. Davanti all’Excelsior c’è un piccolo gruppo eccitato di persone, dicono che sono passati tre o quattro carri armati inglesi o americani, non sanno bene. […] Un enorme carro armato è fermo all’angolo delle Quattro Fontane. […] Quando ci arriviamo, vediamo una fila di altri carri su per la salita, fermi. C’è attorno un brusio, una piccola folla curiosa, alacre, che non grida, che non acclama. Un soldato altissimo, magro, in piedi a terra davanti al primo carro, mastica qualcosa. La gente lo guarda e non dice niente. Chiedo Where are you from? From Texas, risponde.»

Paolo Monelli, Roma 1943, Torino, Einaudi, 2012, pp. 354 sgg.

***

«Giugno 1944: la città appena liberata è in preda a una strana frenesia. […] La gente invade le strade per il semplice piacere di camminare senza paura. Per festeggiare la liberazione vengono distribuiti 60 grammi di legumi, 40 grammi di zuppa in scatola, 70 grammi di carne macinata in scatola, 70 grammi di meat and vegetables. Tornano a circolare le biciclette ma resta in vigore il coprifuoco, dalle 11 di sera alle 5 del mattino. A fine mese la razione di pane sale a 150 gr a testa. Si moltiplicano le mense, mense aziendali o cucine dell’Ente assistenza comunale. […] Si mangia minestra di piselli: è una polvere verdastra da sciogliere con attenzione in acqua fredda e poi portare a ebollizione. Un’ordinanza ufficiale assicura che si tratta di un piatto dall’alto valore nutritivo. Ancora non è stato riattivato in tutta la città il servizio del gas. […] Ci sono centinaia di appartamenti abbandonati da funzionari, fascisti ecc. andati al nord: bisogna requisirli e assegnarli agli sfollati.»

Miriam Mafai, Pane nero: donne e vita quotidiana nella seconda guerra mondiale, Roma, Ediesse, 2008, pp. 200 sgg.

Lubiana

Il 22 ottobre scorso sono stato ospite delle attività organizzate in Slovenia per la XVIII Settimana della Lingua Italiana nel Mondo. È stata l’occasione per tenere un intervento intitolato Storie infedeli. Tradire il passato per raccontarlo. L’incontro è stato co-organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura e dal Dipartimento di Lingue Romanze (sezione di Italianistica) della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Lubiana.

Per circa un’ora ho parlato di un tema che mi sta a cuore, e mi pare pure sintomatico. Il rapporto, sempre più urgente, tra scrittori e storia. E il rapporto tra scrittori e storici. Le nostre infedeltà consapevoli e inconsapevoli, la nostra acribia comunque imperfetta – perché uno scrittore non sarà mai uno storico -, insomma i nostri metodi autodidatti quali rischi comportano? In altre parole, siamo all’altezza della storia con la quale ci misuriamo? Stiamo dando un contributo utile, al di là del nostro manifestarci, per dirla con le parole di Daniele Giglioli, in quanto sintomi?

Qui, su Radio Capodistria, un’intervista al riguardo.