Due appuntamenti: Jan Peter Bremer a Roma e WATT a Bookcity

Il 21 e il 22 novembre ecco due appuntamenti che mi coinvolgono. Il 21, alle 18, a Roma presso la libreria Feltrinelli International con Andrea Di Consoli presento lo scrittore tedesco Jan Peter Bremer, autore de L’investitore americano (premio Döblin 2011, L’Orma Editore 2013). Il 22 invece sono a Bookcity per parlare della rivista WATT (che ha ospitato anche un mio racconto, vedi sotto.)  Continua a leggere “Due appuntamenti: Jan Peter Bremer a Roma e WATT a Bookcity”

Sul film «L’amministratore»

Nel documentario L’amministratore di Vincenzo Marra (Italia, 2013, 84 minuti) sono tutti vecchi. Si va dai 60 anni in su. [ Salvo rare eccezioni. Un immigrato che balla. La figlia. Un muratore. ] Le case mostrano crepe, infiltrazioni d’acqua. Gli attici crollano sui piani inferiori. Il massetto dei bassi non tiene, tra il fango e l’asfalto cresce un binario per topi. La città cade a pezzi. L’amministratore prova a rammendarla. Ammaccato e cinico anche lui.

Donne sessantenni vivono con madri ottuagenarie. Ci si opera agli occhi e del cancro all’intestino. I fratelli si odiano e impoveriscono e decompongono sui divani borghesi di Posillipo. Il guappo ormai ha 80 anni, non è più guappo. I condòmini pagano quello che possono. «I condòmini fetenti non muoiono mai, muoiono sempre quelli buoni», si lamenta l’amministratore nella battaglia per la manutenzione di Napoli e dell’Italia sfibrata che non può andare a buon fine del tutto. Un poco ci va. Senza l’amministratore e il suo daffare tra gli stabili il crollo sarebbe già presente; invece resta un’ombra imminente, una caduta prossima.

Questo film, che mette in scena per la prima volta un amministratore, racconta la tecnica e l’arte di arrangiare la manutenzione. E mostra il confine tra la manutenzione e la decadenza. E ci avverte che la manutenzione sta scomparendo (affiorano dappertutto i segni della decadenza).

Che tristezza. Eppure si ride guardando il film. L’ironia consente il racconto, lo rende possibile? La grammatica e la sintassi di una storia altrimenti indigesta: è questa ironia che ti permette di guardare senza ascoltare o distogliere l’attenzione? L’ironia è forse l’abito che veste una realtà oscena; è il pudore.

In un brano sono evocati due giovani. Un soffitto è crollato e loro «stavano qui, studiavano, per un pelo non sono morti», racconta all’amministratore l’anziana donna delle pulizie. «Adesso se ne sono andati. Hanno paura. Non vogliono più vivere qui». Infatti la stanza è vuota. C’è anche una terrazza sul Golfo, deserta, con le maioliche inumidite dalla pioggia.

I giovani sono diventati parole, ricordo della donna anziana. Non è possibile neppure mostrarli, vederli.