Dappertutto si bruciava rosmarino per tener lontana l’epidemia

«Dappertutto si bruciava rosmarino per tener lontana l’epidemia, nelle strade, nelle entrate delle case, soprattutto nelle camere dei malati, l’aria era azzurrognola per il fumo e profumata, neanche sembrava la fetida città dei giorni di salute. C’era una gran ricerca di lingue di S. Paolo, che sono pietre in forma di lingua d’uccello e che si trovano sulle spiagge che da S. Paolo vanno fino a Santos, sarà per santità intrinseca dei luoghi o per santificazione che viene loro dai nomi, ciò che tutti sanno è che queste pietre, e altre, rotonde, della grandezza di un cece, sono di sovrana efficacia proprio contro le febbri maligne perché, composte come sono di polvere finissima, possono mitigare l’eccessivo calore, eliminare i calcoli e talvolta provocare sudore. La stessa polvere, che risulta dalla macina delle pietre, è decisiva contro il veleno, quale esso sia e quale sia stata la sua somministrazione, soprattutto in caso di morso di animali velenosi, basta mettere la lingua di S. Paolo o il cece sulla ferita e in un istante il veleno è risucchiato. In tali casi, queste pietre si chiamano occhio-di-vipera.

Con tutto ciò pare impossibile che ancora possa morire gente, con tanti rimedi e tanta protezione, qualche irreparabile colpa, agli occhi di Dio, avrà commesso Lisbona perché siano arrivate a morire in questa epidemia quattromila persone in tre mesi, il che significa più di quaranta cadaveri da sotterrare tutti i giorni. Le spiagge sono rimaste senza pietre, e zitte le lingue di quanti sono morti, impediti questi ultimi dallo spiegare che tali farmaci non li avrebbero potuti curare. Ma lo avessero pur detto, proprio questo avrebbe dimostrato la loro impenitenza, poiché non avrebbe dovuto causare meraviglia che delle pietre potessero curare febbri maligne solo perché ridotte in polvere e mescolate al cordiale o nel brodo…»

José Saramago, Memoriale del convento, Feltrinelli, traduzione di Rita Desti e Carmen M. Radulet

Foto di Matthias Böckel da Pixabay 

Le Altre

Due sindacati italiani, lo Spi Cgil (pensionati) e la Filcams (servizi) il 3 aprile 2020 hanno lanciato una campagna per badanti, colf, babysitter: chiedono che anche queste lavoratrici siano incluse nel perimetro delle tutele elaborate dal governo coi suoi decreti, e dalle Regioni e dai Comuni. Stiamo parlando del dovere di proteggere la salute e il reddito di centinaia di migliaia di persone, l’88% donne, danneggiate dal lockdown e dalla pandemia Covid-19. Quindi, per dirla semplice: servono mascherine, soldi, ed emersione dal nero. Da Rassegna, dove ho scritto un pezzo al riguardo, riprendo quello che mi hanno raccontato due di loro, Mayda e Munara.

Mayda è cubana. Da circa trent’anni vive in Italia, a Roma. Ha la cittadinanza italiana. Per anni si è occupata delle case degli italiani e dei loro nonni, accudendo gli spazi e gli oggetti, curando le persone. “Sono sempre stata precaria”. Ma coi contributi era in regola. Adesso la quarantena sua personale e collettiva dovuta al Covid-19 la sta privando del lavoro e del reddito.

“Ho perso il lavoro a febbraio – racconta -, lavoravo come badante per una signora di 93 anni. Dodici ore per circa 300 euro a settimana. Ho chiesto subito l’assegno di disoccupazione ma, secondo lei, quanto riceverò? Dai conti che mi sono fatta dovrei avere 150, 170 euro. Se va bene. Ho visto una cifra simile accreditata sul mio conto corrente a marzo. Forse è già il mio assegno. Non lo so. Ma come ci pago l’affitto? Come ci faccio la spesa? Ora che anche mio marito è disoccupato?”.

“Anche mio marito è disoccupato. Lavorava in servizi di facchinaggio. Pure lui precario, come me. Licenziato, come me. A febbraio, come me. Ci è accaduto tutto simultaneamente. Ci facciamo forza e compagnia. Siamo qui, chiusi in una casa di cui non sappiamo come pagheremo l’affitto. Secondo lei quanto possiamo andare avanti in queste condizioni?”.

Altre preoccupazioni si aggiungono dai paesi di origine, dalle madri che Mayda e il suo compagno hanno a Cuba e in Venezuela:

“Sono disperate, non possiamo più mandare loro quei cinquanta, cento euro al mese che erano indispensabili per vivere”. 

Munara, 32 anni, kirghisa. Vive in Italia da dieci anni. A Napoli. Ha una figlia di due anni e mezzo.

“Sono ragazza madre – racconta -. A causa del Coronavirus ho perso metà del mio lavoro. Mi hanno detto: ‘Ci sentiamo quando finisce tutto’. Mi è rimasta l’altra metà: il lavoro al mattino, di quattro ore, presso una signora anziana disabile, sulla sedia a rotelle. Mi occupo di lei e del marito, faccio la spesa, cucino. Questa signora è fortunata perché a gennaio mi ha fatto il contratto, prima della quarantena. Senza un contratto regolare di lavoro non potrei uscire di casa tutti i giorni, mi farebbero la multa. Cerco di non prendere l’autobus perché ho paura. Quindi, a piedi, andata e ritorno sono quasi due ore di viaggio. Certo sto rischiando di prendere il virus, ci penso ogni giorno che esco. Ma cosa devo fare? Indosso guanti e una mascherina che mi sono cucita da sola, e quando torno a casa la lavo. Le mascherine chirurgiche non le ho trovate. Un giorno ho detto alla signora che non potevo andare, perché temevo di contagiare mia figlia, e lei si è messa a piangere: ‘Se non vieni, io come faccio?, chi mi aiuta?’”.

In Italia sono due milioni le persone impiegate in lavori di cura, e solo 860mila di loro sono in regola, iscritte agli elenchi dell’Inps. Il decreto Cura Italia di marzo non le include negli aiuti economici. Il prossimo decreto, atteso intorno a Pasqua, dovrebbe farlo. Ma nel governo e nella maggioranza ancora si discute il come. L’ipotesi più forte è quella di istituire un Reddito di emergenza che copra anche le categorie escluse, e quindi le badanti.

Scrive Valentina Conte su Repubblica:

Un pacchetto lavoro da 15 miliardi, incluso il Reddito di emergenza da 3 miliardi per 3 milioni di persone, poco più di 1 milione di famiglie, senza alcuna fonte di sostentamento. Il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo (M5S) punta a rafforzare i sussidi ai lavoratori senza lavoro nel prossimo decreto Aprile, previsto per Pasqua o subito dopo, non oltre la metà del mese. E a parametrarli con il quoziente famigliare. Diversi i punti allo studio. Allungare la Cassa integrazione che ora copre solo 9 settimane. Prorogare l’indennità da 600 euro di marzo per gli autonomi anche in aprile e maggio, alzando l’importo a 800 euro. Istituire il Rem, un Reddito di emergenza o di ultima istanza per chi è senza lavoro e senza protezione: badanti, colf, babysitter, intermittenti, a termine, precari, ex disoccupati al termine della Naspi.

Spero che facciano in fretta. Queste persone, abituate loro ad aiutare gli anziani, devono essere aiutate subito.

Lasciatemi solo leggere e parlare

«(Ride.) Quando ero in decima ho avuto una storia d’amore. Lui viveva a Mosca. Ci sono andata, per fermarmi non più di tre giorni. La mattina, alla stazione abbiamo estorto a certi suoi amici un’edizione artigianale delle Memorie di Nadežda Mandelštam, un’opera che a quel tempo tutti leggevamo avidamente. E bisognava restituirla già il giorno dopo alle quattro del mattino. Abbiamo passato ventiquattro ore immersi nella lettura, senza interruzioni, tranne un salto in negozio per comprare del pane e del latte. Ci siamo perfino dimenticati di abbracciarci, tanto eravamo stregati dalla lettura di quei foglietti che ci passavamo man mano. Come in preda alla febbre, al delirio … per quel libro che potevi tenere in mano … che potevi leggere. L’indomani, scadute le ventiquattro ore abbiamo anche dovuto attraversare tutta la città a passo sostenuto, i mezzi di trasporto erano ancora fermi. Ricordo bene quella traversata nella Mosca notturna col libro nella mia tracolla. Lo stavamo trasportando come un’arma segreta … Credevamo davvero che le parole potessero scuotere il mondo.

Gli anni gorbacioviani … Libertà e tessere di razionamento. (…) Te ne stai in piedi a far la coda anche cinque o sei ore, ma almeno sei in compagnia di un libro che prima non potevi acquistare. (…) A me in realtà, scema com’ero, sarebbe bastato anche questo, la libertà di parola perché, come non ho tardato a rendermene conto, ero una piccola sovietica, impregnata in profondità di sovietismo. (…)

Mi sarei accontentata che mi lasciassero leggere senza problemi. (…) Non mi occorreva altro. Non sognavo neppure di andare a Parigi. Di passeggiare per Montmartre. (…) Lasciatemi solo leggere e parlare. Leggere!».

(da Svetlana Aleksievič, Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del Comunismo (2013) trad. dal russo di Nadia Cicognini e Sergio Rapetti, Bompiani, Milano 2018, pp. 223-225)

Il sincronismo

Ho visitato una mostra su William Blake.

Prima di entrare, sono andato alla libreria del museo e ho preso in mano una copia di Lanark, di Alasdair Gray. 

Ho sfogliato il libro.

Ho riposto la copia di Lanark nello scaffale e sono entrato nella mostra su William Blake.

Quando sono uscito dalla mostra, ho aperto Twitter e la prima notizia che mi è apparsa è stata una brutta notizia: Alasdair Gray era morto. Era uno scrittore importante (l’avevo scoperto da pochi anni, grazie a Safarà e a Vanni Santoni). Avevo appena toccato l’edizione in inglese del suo libro più famoso. Era come se avessi toccato lui stesso, che però non c’era più.

Sono tornato nella libreria del museo e ho ripreso a sfogliare Lanark. Un omaggio, come accendere una candela o depositare un fiore.

Poi ho aperto di nuovo Twitter e nella timeline mi è apparso un articolo del Guardian su Alasdair Gray, firmato da Ali Smith. Il titolo dell’articolo era questo: Alasdair Gray: a modern-day William Blake who revitalised Scottish writing.

Ho immaginato che questo sincronismo, sebbene nel lutto, o nel passaggio a un altrove, sarebbe piaciuto a due artisti legati.

Alcuni sostengono che William Blake ami apparire nei momenti più impensati, in un sogno, durante un girovagare urbano, per dare consigli ai viventi.

Forse da oggi inizierà a farlo anche Alasdair Gray, lo scrittore scozzese che non è più nella nostra dimensione.

Poi sono uscito dal sincronismo, dal museo, dalla mostra su William Blake, dalla morte di Alasdair Gray. E l’anno è finito.