Andreotti

Quando ero piccolo un’automobile mi investì sulla Flacca. Potevo lasciarci le penne ma così non fu e dopo 20 giorni mi dimisero. Ma avevo dolore all’addome, una trentina di punti e camminavo gobbo. Una zia che venne a trovarmi in un posto lì sul mare, disse: “Stai dritto, altrimenti sembri Andreotti!” E io: “Chi è Andreotti?” E lei: “Ma come, non sai chi è Andreotti? Guarda, d’estate vive laggiù”. E mi indicò un promontorio lontano, dov’era una villa in un bosco mediterraneo. “Lui è lì. Ora ti osserva. Lui sa tutto.” La zia rideva, ma io mica tanto. Avevo appena imparato Andreotti. Non un uomo – per me. Neppure un uomo politico – per me. Una creatura occhiuta, capace di guardarmi da lontano, vedere quanto soffrivo e approfittarne; e simile a me, curva e sopravvissuta come me. Poi gli anni sono passati, ma quell’impressione mi è rimasta: l’impressione di aver percepito un occhio che poteva vedermi e sapermi, invisibile. Uno sguardo dal quale mantenermi distante. Il potere.

Sapere aude

Dal digital divide dell’internet dei pochi siamo passati allo sputo in faccia digitale (se non al vero e proprio stupro digitale) dell’internet dei molti. E alla pretesa del governo diretto, alla disintermediazione web narcisistica. I problemi cambiano ma la soluzione resta sempre una: bisogna studiare almeno un po’, apprendere almeno un po’, essere umili almeno un po’ prima di accampare qualsivoglia pretesa di intervento sulla realtà. Il mondo è pieno di sapere a disposizione. Se uno ha i mezzi per stare su internet e blaterare immondizie, allora ha anche i mezzi per entrare in una biblioteca o scaricare un ebook che s’intitoli “Sapere aude”. Come ricorda Gino Roncaglia in questo pezzo, la cittadinanza senza conoscenza è il disastro della democrazia.