Multiboxer

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L’esordio di un multiarto può essere liquido. Depongono il neonato nel cesto, tra i cesti. Le sue tre braccia destre si agitano, le due gambe scalciano, le tre braccia sinistre si rivolgono in segno di lotta, il braccio centrale stringe il piccolo pugno e si prepara al colpo, superiore e inferiore fanno già scudo al torso. L’addestrano all’equilibrio e alla corsa, al passo e alla guardia. Nella palestra una voce diffusa gli insegna le mosse, ad esempio i doppi ganci a sinistra mentre il primo destro cerca l’uppercut, il secondo destro va verso il fegato e l’inferiore mira allo stomaco dello sparring partner-bot che un giorno sarà sostituito dall’avversario di carne, anche lui multiarto. È solo, educato allo spirito boxe. Non raggiunge gli altri nel dormitorio. Non gioca né mangia con loro. Però è fortunato. Non è destinato alle aree di produzione. Non raccoglierà cespi. Non competerà con le macchine per la produzione di macchine. Non porgerà cibo o vino in un’area di consumo eurasiatica. Forse. Chiede: «Quanto vivrò? Morirò presto?». Ma nessuno risponde.

Prosegue su Per rabbia o per amore. Lo sport in 12 racconti, 66thand2nd.

Foto di eloneo da Pixabay

Aldo Schiavone, «Progresso»

Aldo Schiavone, Progresso, il Mulino 2020, pp. 152.

Se la “freccia” del progresso esiste ancora, se l’umanità si muove tuttora in una direzione che ne migliora le condizioni e ne aumenta il benessere tecnico, biologico e (forse) sociale, spiegarlo a chi (e sono in molti) non ne è più convinto o non lo è mai stato, e ha perso fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive” del genere umano, non può che essere compito di uno storico. Aldo Schiavone, uno dei nostri studiosi maggiori, lo ha assunto in un saggio che esce nel pieno di una delle stagioni più folli, incerte e demoralizzanti degli ultimi decenni, segnata da una pandemia e da una crisi economica e sociale che coinvolgono, guarda caso, l’intera umanità.

Progresso appare dunque con un tempismo perfetto e impressionante, e mira a dimostrare, con forza e sentimento di argomentazione, che una linea di “perfettibilità”, per usare il lessico di Condorcet – pensatore illuminista che molto credeva nell’idea di progresso -, non solo esiste ma è forte, è insomma positiva e rischiara il nostro futuro, nonostante tutti i “rischi” e i possibili deragliamenti. Libro a tesi netta, quindi, condivisibile o no. Libro ‘giustamente’ (non trovo altro termine) proposto da uno storico, il cui magistero si costituisce non solo nella ricerca, nello studio e nella nozione dei fatti, ma proprio nella consapevolezza teorica e pragmatica del tempo umano e delle sue dimensioni, quelle comprovate, il passato e il presente, e quella che ancora non si vede, il futuro.

Schiavone conosce la storia che abbiamo alle spalle e si interroga sul presente ricorrendo, in fondo, a una griglia d’interpretazione koselleckiana: ossia individua una crisi profonda di orientamento nella società odierna e cerca con le proprie medicine di curarla. Si potrebbe dire che noi, i disorientati, siamo i suoi pazienti, e che Progresso è la terapia che Schiavone ci prescrive. La malattia è presto detta: “Al posto di una rinnovata fiducia nel progresso – scrive l’autore -, è una vera e propria sindrome da futuro quella che sta riempiendo il nostro tempo”. E ancora: “Il pensiero del progresso (…) appare sempre più stabilmente e desolatamente inattuale, fin quasi a renderne impronunciabile persino il nome. Come se il nostro senso e la nostra prospettiva del futuro, e lo stesso significato della storia, fossero stati definitivamente inghiottiti da un grumo di pessimismo, di smarrimento e di incertezza che non si riesce più a sciogliere”.

Come e perché siamo arrivati a questo punto? Parte del libro è dedicata a riepilogare il lungo cammino passato e presente del progresso e della sua stessa idea, dall’esaltazione ideologica ottocentesca, motivata da un’accelerazione tecnica che portò quel secolo ad aprirsi con “velieri e candele” e a chiudersi con “le automobili, il telefono, l’elettricità”, fino alla spinta novecentesca, secolo di una tecnologia ancora più rapida e potente, ma secolo anche connotato da un “procedere intermittente e spezzato”, da “un lato oscuro e tempestoso” destinato a travolgere il “clima mentale” dell’ottimismo, o meglio a ucciderlo in due guerre globali e nei genocidi. È in quel momento, e con una ripresa a partire dagli anni Settanta che arriva fino a oggi, che Schiavone individua le radici di una crisi, di una separazione tra l’oggettivo avanzamento tecnico e la nostra “incapacità” di adeguarci ad esso e condividerlo.

Qui l’autore ricorre a termini precisi: contrasto, scissione, divaricazione. Da un lato la potenza impetuosa della scienza e della tecnologia, dall’altro l’assenza di un progetto politico, culturale, umanistico che sappia generare coscienza del progresso e inclusione sociale. Si tratta, è evidente, dei nostri anni. I primi venti del secolo presente, scanditi da nuove esorbitanti innovazioni che stanno per portarci in una ulteriore dimensione di vita, ma al contempo da una crisi strutturale della redistribuzione economica, della centralità del lavoro, della democrazia e dell’uguaglianza. È qui e ora che l’idea di progresso va in coma, e Schiavone lo sa benissimo quando descrive uno “scompenso strutturale, sistemico, fra potenza e ragione”.

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Lettera agli affetti

[7 maggio 2020, Facebook]

Miei cari,

da quando siete partiti il mondo è cambiato. Riuscite a immaginare da dove vi scrivo? A quale mezzo affido il mio messaggio per voi? Non adopero una delle vostre Olivetti. Nelle vostre vite pestavate sui tasti. Col ricorso a tappeti di feltro pensavate di attutire i colpi sulle macchine calde, e di non disturbarmi. Ma esattamente così non andava. Vi sentivo.

Le Olivetti non si usano più, né i primordiali personal computer che avete fatto in tempo a vedere (e sgranavate gli occhi). Insomma da dove vi scrivo? Da una bacheca sociale. E digitale. È un luogo promiscuo nel quale altri possono leggere il mio messaggio per voi, che diventa lettera aperta agli affetti. Questi “altri”, dei quali io stesso faccio parte, sono nomi e personalità senza corpo, parole pure che si raccolgono nello spazio virtuale dove ora voi mi leggete. Questo è il mio luogo, seppure anche io debba usare una tastiera e l’alfabeto che già conoscete, e vi scriva dalla casa che molto tempo fa avete lasciato, da qui, proprio da qui, non sorprendetevi, dove resto sigillato ormai da due mesi, perché è scoppiata un’epidemia e mi è proibito di uscire.

Immagino il vostro stupore. Un’epidemia. Una pandemia. È arrivata morte collettiva nella mia vita. Pericolo di tutti. Fervore e solitudine. Potete comprendermi? Tu puoi comprendermi, che nascesti nel ‘15 e combattesti tre guerre? Anche tu puoi comprendermi, venuta al mondo nel ‘39, quando veniva al mondo l’ultima guerra?

Vi prego, nessuna preoccupazione per me, niente soprappensieri. Siccome vado scomparendo, io sto bene. Questo volevo farvi sapere in lettera aperta. Mi allontano e sto bene. Appassisco e sto bene. Non potreste immaginare il ragazzo che non sono più. Ricorderete forse il ragazzo chino sui libri di storia, e appassionato. Prima di partire, il vostro preoccupato pronostico fu per una vita di studio. Si avverò per un poco. La tua partenza era calda, quando andai a Milano per il dottorato, la tua partenza mi distraeva nella grande aula, chiamato a esporre progetti per la commissione professorale, e invece pensavo alla gonna e al cappotto nei quali eri partita, alle calze di nylon per sempre. Pensa che ora non si può andare a Milano, né in treno, né in macchina o aereo, e nemmeno a piedi.

Pensa che ora la mia vita non ha corrisposto al vostro pronostico. Ho scelto una vita diversa. Ho cercato il più a lungo possibile di non prendere ordini. Odio gli ordini. Odio i comandi. Dalla tua partenza, avevo 26 anni, bado a me stesso. Ho fatto la spesa, ho risolto questioni pratiche. Sono fiero di aver badato a me stesso. Ma ho iniziato troppo presto, e in quel modo, senza ultime istanze, senza gradi di appello, dovendo badare a me stesso o morire, mi sono trasformato in un maturo bambino, improvvisamente adulto, fragile durevolmente.

Ma questo volevo dirvi: non importa e me la sono cavata. Scomparendo sento di rilassarmi, come se bevessi whisky in faccia alla storia. Svuoto il mio calice e non sopravvaluto il dovere di vivere. In stato di ebbrezza, sottovalutare si può. Peccato solo che non abbiate letto i miei libri. Qualche racconto, un paio di romanzi. Mi avrebbe fatto piacere mostrarveli. Ma se voi non foste partiti così presto, io non avrei scritto quei libri e non avrei potuto mostrarveli. Insomma che complicazione le cause e gli effetti.

Mi accorgo che voi siete per me la preistoria, e che io sono per voi fantascienza. Tranquilli: eccettuate epidemia e tecnologia, conservo fattezze umane, mi copro con vestiti pesanti nell’inverno più rapido e adopero le stoffe leggere di sempre nelle lunghe stagioni del caldo.

Mi sognate? Io vi ho sognati. È ovvio che ci siamo sognati. Tengo per me il racconto onirico vostro, preferisco non spogliarmi, restare negli abiti davanti a voi. Venite a trovarmi nei sogni, io vi raggiungo nei vostri. Il racconto è superfluo.

Per la festa del partigiano ho messo alla serranda una bandiera tricolore. Perdonami: tu mettevi bandiere rosse. Ma ho aggiunto un fazzoletto rosso, ricordo molecolare di te. Poi, ogni sera, cucino in casa con la mia compagna, un’estranea per voi mi dispiace. I ristoranti sono ancora chiusi. Teatri e cinema anche. Ma noi abbiamo due ore di serenità, mentre si prepara e apparecchia la tavola, e poi quando si cena. Beviamo vino e parliamo.

Ecco, questo volevo farvi sapere, laggiù dove siete finiti: che beviamo vino e parliamo ogni sera, che beviamo vino e ridiamo. Quindi va tutto bene, per un poco ancora.

Spero che anche voi condividiate la mia serenità. Ricordatevi di me come io vi ricordo, e ogni tanto mandate notizie.

Con affetto, d.

Dedicato a Frederika Randall

Dappertutto si bruciava rosmarino per tener lontana l’epidemia

«Dappertutto si bruciava rosmarino per tener lontana l’epidemia, nelle strade, nelle entrate delle case, soprattutto nelle camere dei malati, l’aria era azzurrognola per il fumo e profumata, neanche sembrava la fetida città dei giorni di salute. C’era una gran ricerca di lingue di S. Paolo, che sono pietre in forma di lingua d’uccello e che si trovano sulle spiagge che da S. Paolo vanno fino a Santos, sarà per santità intrinseca dei luoghi o per santificazione che viene loro dai nomi, ciò che tutti sanno è che queste pietre, e altre, rotonde, della grandezza di un cece, sono di sovrana efficacia proprio contro le febbri maligne perché, composte come sono di polvere finissima, possono mitigare l’eccessivo calore, eliminare i calcoli e talvolta provocare sudore. La stessa polvere, che risulta dalla macina delle pietre, è decisiva contro il veleno, quale esso sia e quale sia stata la sua somministrazione, soprattutto in caso di morso di animali velenosi, basta mettere la lingua di S. Paolo o il cece sulla ferita e in un istante il veleno è risucchiato. In tali casi, queste pietre si chiamano occhio-di-vipera.

Con tutto ciò pare impossibile che ancora possa morire gente, con tanti rimedi e tanta protezione, qualche irreparabile colpa, agli occhi di Dio, avrà commesso Lisbona perché siano arrivate a morire in questa epidemia quattromila persone in tre mesi, il che significa più di quaranta cadaveri da sotterrare tutti i giorni. Le spiagge sono rimaste senza pietre, e zitte le lingue di quanti sono morti, impediti questi ultimi dallo spiegare che tali farmaci non li avrebbero potuti curare. Ma lo avessero pur detto, proprio questo avrebbe dimostrato la loro impenitenza, poiché non avrebbe dovuto causare meraviglia che delle pietre potessero curare febbri maligne solo perché ridotte in polvere e mescolate al cordiale o nel brodo…»

José Saramago, Memoriale del convento, Feltrinelli, traduzione di Rita Desti e Carmen M. Radulet

Foto di Matthias Böckel da Pixabay