In un articolo pubblicato dal Fatto il 31 luglio 2014, Paolo Di Paolo intervista Giulio Ferroni, Filippo La Porta e Massimo Onofri su letteratura, anti-letteratura, scrittori italiani. Sono grato a Onofri che fa il mio nome (assieme a Vittorio Orsenigo) nel menzionare scrittori “in controtendenza” o, se ho capito bene, che non cedono al desiderio d’essere come tutti. #Biodiversità. «Se la letteratura non sperimenta, non sfida se stessa, non sogna l’impossibile – conclude Onofri – non ha ragione d’essere».
Sto contro il non scritto
Ne capisco poco e più che altro associo impressioni del mondo, ma sto contro il non scritto: dove tutto sbiadisce. Il non scritto odia l’altro da sé. C’è solo il non scritto, che è la vestaglia del mondo. Senile inclina al dimenticare i fatti vecchi e i recenti e, con lo sdraiarsi distratto sul mondo come su un divano che è un ippopotamo invece, il non/scritto sequestra la storia degli uomini che si fa occulta. È il tono dell’amnesia, quando le gesta diventano un coma. L’ambizione ora vegeta. Le fidanzate scolorano; le madri stingono. Il nonscritto, che è esangue, è il contrario del rosso e nei suoi barlumi sviene la vita, manca memoria, difetta l’essere. Non si può dire «io sono», nel bianco. Persino i nomi s’ammosciano. Le tasche si bucano. I biglietti si perdono. Restano pochi biglietti, e il loro inchiostro è divorato dal bianco. Se su quei biglietti abbiamo annotato numeri di amici, concetti, vedute, programmi, ora li perdiamo per sacrificio al nutrimento del bianco, e ci scapitiamo e smarriamo nel coricato sul foglio, come su un trono, colore non scritto.
Oggi il meteo dà una perturbazione di nichilismo sull’intera Penisola da qui al Duemilaventuno; dal Ventidue subentra un anticiclone di qualunquismo. Capita quando le cose vecchie muoiono e le cose nuove abortiscono. Ma è normale che accada nel dominio nonscritto.
Compagnia dei miei sogni

Si dorme. Entri in scena la compagnia che rappresenta i miei sogni. In un teatro di provincia della psiche, ed è notte. Palco e sedili sono di sughero. Il sipario è di carta di riso. Il primattore è il suggeritore. Il regista vende i biglietti. I personaggi appariranno stonati, sfocati. Non loro. Loro. Non il mio gatto. Il mio gatto. Non l’amica, la madre, il padre. L’amica, la madre, il padre. La piccola compagnia non s’immedesima né strania, piuttosto usa il metodo dell’impaludarsi. Gli attori anche sono di sughero. Gli abiti di scena son sugherati. Gli attori in realtà sono di soia. È noto che la soia è doppiogiochista. La soia è capace di sembrare un hamburger (non è un hamburger). Nella periferia dei teatri dei sogni, dov’è in scena il mio sogno, la soia è il gatto, l’amica, il padre, la madre. Ma la soia non è il gatto e non è il padre. Materna non sarà mai, la soia. Sospetto che il primattore, il suggeritore, sia di sushi; il più falso dei cibi. Non puoi impersonare mio padre col riso, le alghe, il mirin, il salmone. Mio padre era crudo, ma non così crudo. Così la compagnia si condanna indigeribile alla periferia dei teatri dei sogni. Continua a leggere “Compagnia dei miei sogni”
Kafka il soccombente, e il digiunatore
Vale sempre la pena di leggere libri sulla morte e il morire. Ma se hanno a che fare con la morte e il morire di Franz Kafka, la pena e il suo valore aumentano. Su pagina99 in edicola scrivo di Raoul Precht, Kafka e il digiunatore, Nutrimenti 2014

