Frammento

– E conosciamo le madri diacroniche; sono eterne, per paradosso, nei nostri server e storage, nelle nostre cartelle azzurre e gialle; abbiamo le immagini delle madri in molti formati, furono recuperate e scansite, interpretate, datate, attribuite, abbiamo il contesto di ogni sorriso, di ogni abito, delle ghirlande, dei calici, di nozze e battesimi; nella tinta seppia o noir le madri s’appoggiano ai tavoli, posano accanto ai vasi di margherite e gladioli, i loro gomiti chiari lambiti da mantili di bisso; le madri sono nelle abitazioni, sui monti, nei campi, sulle spiagge, nelle chiese, nei municipi; per paradosso, eterne in centinaia di stagioni e di luoghi, indimenticabili; per paradosso non le possiamo scalfire, loro inossidabili, ma al richiamarne il backup s’apre un sanguinamento, si ravviva la morte, non solo la vita, delle madri diacroniche; ma noi, che le conosciamo, accettiamo le emorragie che le madri procurano, subiamo l’amore del ricordarle; poi ci estingueremo e dai nostri depositi, dai nostri computer, le madri dovranno trovare nuove vie per emergere, senza il nostro aiuto, orfane del nostro ricordo; infine capita a tutti, infine anche alle madri, di restare soli. –

[Un frammento dal nuovo libro. Non il prossimo, non quello dopo, ma quello dopo ancora (sempre che qualcuno me lo pubblichi).]

Considerazioni sulla paura

«AVEVO PAURA, COME TUTTI. Ma cercai di rendermi conto di che natura fosse questo sentimento così istintivo, di dove esso scaturisse, come agiva, che cosa lo portava a scomparire d’un tratto così come d’un tratto era entrato in me. La guerra mi diede tutte le risposte che io cercavo. Mi insegnò che la paura è, a suo modo, una dottrina dell’esistenza, una disciplina da imparare.

[…]

Poi occorre saper convivere con la paura per evitare di esserne dominati. Convivere significa vivere insieme senza darsi troppo impaccio reciproco, anzi con un certo grado di disinvoltura. Sarebbe disastroso lasciarsi signoreggiare dalla paura. Si resterebbe schiacciati, le membra e la mente avvinte come nella stretta di un serpente, inerti e disarmati. Ma altrettanto da evitare è il contrario, la spavalderia, la baldanza, lo spregio del pericolo. La paura non si può sfidare.

[…]

Questa è l’impotenza dell’attesa

Questa è la paura, qualcosa che prende corpo quando scaturisce una sorgente imprevista di inquietudine che non sei subito in grado di controllare, di definire nei suoi contorni precisi. È la totale assenza di modelli di riferimento che ti sconcerta. La paura entra in te anche nel caso in cui, di fronte a fatti improvvisi, non sei in grado di fare nulla per contrastarli. Questa è l’impotenza dell’attesa».

Gianni Granzotto, Vojussa, mia cara: diario di guerra, Milano, 1987, pp. 119-122

«CONOSCO DUE SPECIE DI PAURA. La prima nasce dalla fantasia. Si verifica se uno pensa in anticipo a tutto quello che potrebbe accadergli e si vede morto, ferito, ecc. A volte può verificarsi anche senza pensare niente di preciso. […] Questa paura che nasce dalla fantasia può essere vinta dalla volontà. […] La volontà per vincere questa paura nasce generalmente da convinzioni o riflessioni anche sbagliate.

[…]

C’è poi un altro tipo di paura che non nasce dalla fantasia e che anzi sembrerebbe lo sfogo di nature in cui la fantasia non sa dare espressione alle sue immagini. Si manifesta subito in modo fisico: con tremiti, con pianti, convulsioni, con paralisi della volontà e totale incapacità di agire. […] Di questo secondo tipo di paura credo che in gran parte sia causato dal forte urto di sensazioni fisiche, in certi casi estremamente violente (esplosioni, picchiata degli aerei)…»

Giorgio Chiesura, Sicilia 1943, Palermo, 1993, pp. 92-94.

(Immagine tratta da Pixabay, rhulk)

Carlo Levi e il cielo di Roma

«Il cielo di Roma non è così alto come quello delle città del Nord, come quello grigio-azzurro di Parigi, che pare stendersi per infinite migliaia di leghe visibili in prospettiva sulle nostre teste, o come quello stranamente colorato di Londra, o quelli esotici e tempestosi d’America; ma è ricco, denso, popoloso, gremito di nubi barocche, pieno di curve mutevoli, appoggiato sulle case, sulle chiese e sui palazzi come una cupola fantastica che il vento fa girare e avvolgere, spaziando qua e là, seguendo bizzarro, come un cane che segue una pista, una sua aerea geometria, un suo mobile ritmo.

[…]

Tutta la città si apriva davanti a me, in una successione infinita di tetti, di terrazze, di finestre, di cupole, in una distesa chiara di grigi aerei, di gialli leggeri, di rosa dorati, di intonaci trasparenti di vecchiaia, appena un po’ viola nelle ombre. Ogni cosa era nitida e lontana, immersa in un’area visibile e colorata, dove pareva circolassero miriadi di impalpabili corpuscoli d’oro».

Carlo Levi, L’Orologio (1950), Einaudi 1989, pp. 24, 133.

Pasolini: nessuno di noi ha radici

1 luglio 1959
«Ho cenato con Pier Paolo Pasolini, per discutere sul romanzo Una vita violenta. […] Mi ha colpito come Pasolini fosse riuscito a raccontare le borgate romane dopo essere stato tanto intriso del Friuli. Dal dialetto romano al gergo romanesco. “Come hai potuto immedesimarti in due realtà tanto diverse? Quali sono le tue vere radici?”. La mia domanda prima lo diverte poi lo intristisce. Mi spiega con dialettica convincente tra paradosso e ragione che nessuno di noi ha radici. Quello delle radici è un luogo comune. “Nessuno di noi ha radici: chissà da dove veniamo. Le radici le germiniamo di giorno in giorno. Chi vive e non vegeta le getta rigogliose, chi non ama la vita le dissecca sul nascere. Io non mi sento radicato in nessun luogo, né a Bologna dove sono nato, né in Friuli dove ho conosciuto giorni chiari e altri scuri, né a Roma dove ora vivo. Mi affianco alle persone sapendo già che non sono legami eterni: cerco di serbare fedeltà all’intelligenza, questo conta per capire, per giudicare, per non essere sconfitto dalle illusioni. So bene che ritenere di avere il monopolio dell’intelligenza è deleterio. Nessuno è meno grande di chi si convince di esserlo. Partendo dalla realtà talvolta mi sbizzarrisco nell’utopia, ma so che devo tornare a terra e camminare tra cemento, fango e polvere”».

da Davide Lajolo, Ventiquattro anni, Rizzoli 1981, p. 288.