Dappertutto si bruciava rosmarino per tener lontana l’epidemia

«Dappertutto si bruciava rosmarino per tener lontana l’epidemia, nelle strade, nelle entrate delle case, soprattutto nelle camere dei malati, l’aria era azzurrognola per il fumo e profumata, neanche sembrava la fetida città dei giorni di salute. C’era una gran ricerca di lingue di S. Paolo, che sono pietre in forma di lingua d’uccello e che si trovano sulle spiagge che da S. Paolo vanno fino a Santos, sarà per santità intrinseca dei luoghi o per santificazione che viene loro dai nomi, ciò che tutti sanno è che queste pietre, e altre, rotonde, della grandezza di un cece, sono di sovrana efficacia proprio contro le febbri maligne perché, composte come sono di polvere finissima, possono mitigare l’eccessivo calore, eliminare i calcoli e talvolta provocare sudore. La stessa polvere, che risulta dalla macina delle pietre, è decisiva contro il veleno, quale esso sia e quale sia stata la sua somministrazione, soprattutto in caso di morso di animali velenosi, basta mettere la lingua di S. Paolo o il cece sulla ferita e in un istante il veleno è risucchiato. In tali casi, queste pietre si chiamano occhio-di-vipera.

Con tutto ciò pare impossibile che ancora possa morire gente, con tanti rimedi e tanta protezione, qualche irreparabile colpa, agli occhi di Dio, avrà commesso Lisbona perché siano arrivate a morire in questa epidemia quattromila persone in tre mesi, il che significa più di quaranta cadaveri da sotterrare tutti i giorni. Le spiagge sono rimaste senza pietre, e zitte le lingue di quanti sono morti, impediti questi ultimi dallo spiegare che tali farmaci non li avrebbero potuti curare. Ma lo avessero pur detto, proprio questo avrebbe dimostrato la loro impenitenza, poiché non avrebbe dovuto causare meraviglia che delle pietre potessero curare febbri maligne solo perché ridotte in polvere e mescolate al cordiale o nel brodo…»

José Saramago, Memoriale del convento, Feltrinelli, traduzione di Rita Desti e Carmen M. Radulet

Foto di Matthias Böckel da Pixabay 

Il sincronismo

Ho visitato una mostra su William Blake.

Prima di entrare, sono andato alla libreria del museo e ho preso in mano una copia di Lanark, di Alasdair Gray. 

Ho sfogliato il libro.

Ho riposto la copia di Lanark nello scaffale e sono entrato nella mostra su William Blake.

Quando sono uscito dalla mostra, ho aperto Twitter e la prima notizia che mi è apparsa è stata una brutta notizia: Alasdair Gray era morto. Era uno scrittore importante (l’avevo scoperto da pochi anni, grazie a Safarà e a Vanni Santoni). Avevo appena toccato l’edizione in inglese del suo libro più famoso. Era come se avessi toccato lui stesso, che però non c’era più.

Sono tornato nella libreria del museo e ho ripreso a sfogliare Lanark. Un omaggio, come accendere una candela o depositare un fiore.

Poi ho aperto di nuovo Twitter e nella timeline mi è apparso un articolo del Guardian su Alasdair Gray, firmato da Ali Smith. Il titolo dell’articolo era questo: Alasdair Gray: a modern-day William Blake who revitalised Scottish writing.

Ho immaginato che questo sincronismo, sebbene nel lutto, o nel passaggio a un altrove, sarebbe piaciuto a due artisti legati.

Alcuni sostengono che William Blake ami apparire nei momenti più impensati, in un sogno, durante un girovagare urbano, per dare consigli ai viventi.

Forse da oggi inizierà a farlo anche Alasdair Gray, lo scrittore scozzese che non è più nella nostra dimensione.

Poi sono uscito dal sincronismo, dal museo, dalla mostra su William Blake, dalla morte di Alasdair Gray. E l’anno è finito.

Il futuro delle città è la sicura decadenza

«Abd al-Rahman I fece di Cordova la sede di un regno precario e minore, e non seppe di aver fondato la capitale dell’Occidente, di un mondo aspro e rurale in cui le strade erano insicure e le città tetri villaggi fortificati contro le invasioni. A Cordova Abd al-Rahman si salva e si purifica, si fa re e forse tiranno e fonda una dinastia ribelle che durerà circa trecento anni: grazie a lui e alla sua stirpe, Cordova, in contraccambio di ciò che gli ha dato, riceve una gloria che sarà ricordata ed esaltata in capo a un millennio. Il suo splendore e il suo nome sopravviveranno fino a questo stesso momento in cui scrivo, e le mie parole, questo libro, sono conseguenza di azioni non ancora estinte, braci di un fuoco che il tempo non ha potuto spegnere. L’eco di quei giorni non si è cancellata. Rimane nei libri, nella fantasia, nella memoria, nelle rovine. Viaggiatori morti mille anni or sono continuano a portare notizie di quella città che cerchiamo nella città di oggi, viva moneta che mai tornerà a ripetersi. Nella vita delle città, come in quella degli uomini, vi sono alcune ore di pienezza sepolte poi sotto la cenere. La Cordova degli omayyadi prosperò per poi perire, si fece grande e potente per essere poi desolata. Ma già Ibn Khaldun scrisse che il futuro delle città e delle dinastie è la sicura decadenza».

Antonio Muñoz Molina, La città dei califfi. Cordova tra favola e realtà, Feltrinelli, Milano 1996, pp. 48-49 (traduz. di Gianni Guadalupi).

Cosmonauti

Domenica 21 luglio 2019, ospite di Pantagruel Radio3 (condotto da Graziano Graziani), per ricordare lo sbarco dell’Apollo 11 sulla Luna nel 1969 ho parlato un po’ di… cosmonauti e programmi spaziali sovietici.

Non che io abbia una particolare predilezione per i cosmonauti rispetto agli astronauti. Ma non si può parlare degli uni senza raccontare anche gli altri.

Qui il link alla puntata con relativo podcast.

Si è discusso di cosmismo russo e sovietico, Sputnik, addestramento dei cosmonauti, Jurji Gagarin e il suo Vostok 1…

«La Terra si vede benissimo. La sua superficie, le catene montuose, i fiumi più larghi e le foreste, le coste e le isole si possono distinguere nitidamente. Anche le nuvole che avvolgono la superficie terrestre potevo vederle perfettamente, e così le ombre che gettavano sulla terra. Il cielo invece era nero. Le stelle nel cielo apparivano più brillanti in questa oscurità. La Terra mostrava un alone di luce blu molto bello e caratteristico. L’alone si fa più nitido nell’orizzonte, dove avviene una transizione cromatica graduale: un blu soffice si fonde in un blu prima leggero, poi sempre più scuro, fino a risultare in un cielo violetto e poi nero. Sulla superficie terrestre, esattamente sulla linea dell’orizzonte, si scorge un colore arancione acceso, che poi esplode in tutti i colori dell’arcobaleno».

Questa è la prima descrizione del nostro pianeta visto dallo spazio. Parole pronunciate da Gagarin nella conferenza stampa successiva alla missione Vostok 1 del 12 aprile 1961. Mi sembrano perfette, ancora suggestive anche per chi, come noi, è ormai abituato a figurarsi lo spazio per immagini e non con lessico o concetti astratti.

Particolare da Jurji Korolev, Fratelli cosmici (1981)

La puntata è stata anche l’occasione per parlare di un pioniere misconosciuto della scienza aerospaziale, Ary Sternfeld, il primo ad adottare il termine “cosmonautica” contrapponendolo ad “astronautica”, così come raccontato da Mike Gruntman in From Astronautics to Cosmonautics (2007).

«L’autore ritiene che la parola “cosmonautica” sia più corretta di “astronautica” perché la definizione di una scienza che studia il moto nello spazio interplanetario dovrebbe fornire la nozione del mezzo dove si presume che il moto avvenga (cosmos) e non uno dei suoi obiettivi» (A. Sternfeld, Introduzione alla cosmonautica).

L’immagine dello spazio convoca inevitabilmente il rapporto di uno Stato, di una comunità con la propria storia. E’ un piano controverso, scivoloso, soggetto a un pesante intervento da parte delle autorità e delle istituzioni che elaborano l’uso pubblico della storia. La Russia di Putin, su questo piano, è davvero un caso da manuale. Si vuole comunicare come erede del meglio dell’impero degli zar e del meglio dell’Unione Sovietica. Solo del meglio. E tra queste virtù ovviamente rientrano le imprese dei cosmonauti.

L’impostazione si percepisce nel Museo di storia contemporanea di Mosca, luogo pieno di cimeli delle avventure spaziali ma anche molto concentrato nella celebrazione del presente e del futuro della Russia costruita e guidata da Putin. Il messaggio, come dicevo, è estremamente chiaro: noi siamo gli eredi del meglio del passato. Dagli zar abbiamo preso la costruzione dello Stato. Dall’Urss abbiamo preso la prosecuzione e industrializzazione dell’impero, i progressi tecnologici e l’esplorazione dello spazio.

Di questioni come assetto costituzionale, gulag, terrore, repressione dei diritti civili e politici non vale la pena di parlare. O meglio, lo si fa ma spiegando che appartengono al passato in forma di parentesi, di interruzione di una linea di perfettibilità che conduce al presente: questo il sottotesto comunicato. Ma se la Russia di Putin sostiene di avere preso solo il meglio, non il peggio, dalla storia che la precede, ovviamente noi sappiamo che non è così.

L’uso pubblico della storia si coglie chiaramente se ci concentriamo sul discorso sullo spazio, sulla cosmonautica. E per capirlo bisogna spostarsi in un altro luogo significativo di Mosca, il Vdnkh, che sta per Parco di esposizione delle conquiste dell’economia nazionale. E’ un fossile dell’epoca staliniana. Ma è stato riportato in vita. E’ un luogo davvero stupefacente. Costruito nel 1934, doveva celebrare la collettivizzazione dell’agricoltura e dell’industria. Ma negli anni successivi si ammodernò con le conquiste tecnologiche e industriali dell’economia sovietica. Dopo il crollo dell’Urss (1991) cadde in fatiscenza. Negli ultimi anni è stato recuperato e aperto al pubblico.

Il suo monumento (non uso a caso questo termine) più interessante è probabilmente il padiglione Cosmos, riaperto nella primavera del 2018. Come scrive Juliette Faure (Le cosmisme, une vieille idée russe pour le XXIe siècle, Le Monde diplomatique, dicembre 2018):

«Il padiglione Cosmos ha riaperto le sue porte a testimonianza della ripresa di un vasto programma spaziale che, tra il 2016 e il 2025, comprende la costruzione di complessi spaziali, la creazione di una nuova generazione di navi da trasporto umano e il lancio di cinque navette spaziali automatiche per il lancio della prima fase del programma di alloggi lunari».

Insomma visitando il padiglione si comprende come il sogno della cosmonautica sovietica e poi russa sia tutt’altro che finito, al contrario.

Il Cosmos all’ingresso propone subito la navicella Vostok di Gagarin. E molti altri cimeli aerospaziali, tra cui una stazione orbitante Mir visitabile. E’ un luogo straordinario e controverso, come tutti i monumenti tramite i quali lo Stato, il potere politico, mitizza la storia per legittimarsi.

L’importante, quando si visitano questi posti, è mantenere un briciolo di spirito critico.