L’inverno pareva un’unica lunga notte

«L’inverno pareva un’unica lunga notte; e la città sentiva intorno a sé il vuoto aspro della campagna, si ripiegava su se stessa per non perdere il poco tepore del suo alito. La redazione del Politecnico era allora non lontana dalla cappella dell’antico lazzaretto manzoniano, in un quartiere ch’era diventato il porto di mare dei camionisti, allora re delle strade, e dei borsari neri; fitto di donne, di osterie, di sale da ballo. Dagli alberghi di piazza d’Annunzio, dove, con i loro carri armati al parcheggio, stavano acquartierati, calavano al crepuscolo i militari occupanti.

Delitti straordinari, seguiti da imponenti funerali, dividevano l’attenzione della folla

Delitti straordinari, seguiti da imponenti funerali, dividevano l’attenzione della folla con i cortei di disoccupati, e i comizi. Qualche volta il Politecnico veniva incollato ai muri cittadini; e ci dava un brivido d’orgoglio vedere i nomi e i pensieri della poesia e dell’arte, di un amore che si era sempre creduto votato all’ombra e al riserbo, tremare all’aria e alla nebbia, lettura dei passanti, dei reduci dagli occhi smorti, dei vagabondi. Talvolta si andava nei circoli operai, nelle fabbriche, a parlare del Politecnico. Ricordo una sera, verso piazzale Corvetto, una specie di hangar mal illuminato, pieno di operai, di donne con i bambini sulle ginocchia; e ascoltavano parlare del Politecnico come di una cosa loro, come si trattasse del loro lavoro e della loro salute, e interrogavano, volevano sapere».

Franco Fortini, Dieci inverni 1947-1957, Feltrinelli, Milano 1957, pp. 44-45.

Città distrutte cinque anni dopo

A quasi cinque anni dalla sua uscita, Città distrutte suscita ancora qualche riflessione. A cominciare da quelle di Riccardo Castellana che, in un saggio notevole su La biofiction. Teoria, storia, problemi, pubblicato su «Allegoria», 70-71, osserva: «Per Città distrutte, a rigore, non dovrei parlare di biofiction, perché nessuno dei personaggi di queste sei biografie infedeli porta il nome di una persona reale: è assente cioè il nome proprio come “designatore rigido”, direbbero i filosofi del linguaggio, capace di assicurare il legame tra la persona reale e la sua “controparte” finzionale. Eppure, credo che in questo caso l’eccezione possa essere giustificata dal modo in cui Orecchio costruisce i propri personaggi, rendendone trasparente l’origine e dichiarando nel paratesto i modelli di partenza».

[…]

«E procedimenti analoghi sono messi in atto quando i biografati sono uomini e donne realmente esistiti, a volte famosi come Tarkovskij, ma in altri casi oscuri e dimenticati, “vite minuscole” (per citare Pierre Michon) come quelle del sindacalista Nicola Crapsi, del giornalista Alfredo Orecchio, o della scrittrice Oretta Bongarzoni. Il palinsesto biografico è sempre scrupolosamente ricavato da autentici documenti d’archivio, come lettere e pagine di diario, sempre citati tra virgolette, e la sua natura autenticamente documentaria è dichiarata nel peritesto. La finzionalità formale di queste brevi narrazioni eterodiegetiche non sta nel privilegio dell’onniscienza (cui Orecchio non ricorre mai), ma nelle crepe della simulazione del discorso fattuale: negli inserti autofinzionali con cui il narratore commenta il disfacimento fisico e morale dei suoi personaggi o ne prende congedo, o negli appelli ad auctoritates inesistenti, come il Patrice Vuillarde citato in apertura di libro, fantastico nume tutelare che ritorna anche in altri lavori dell’autore».

«Ircocervi solo apparentemente postmoderni, le creature di Orecchio sono rappresentative di un’epoca, hanno caratteri realistici, talvolta addirittura tipici. Grazie a questo singolarissimo espediente (e grazie anche alla non comune qualità stilistica della prosa di Orecchio, in assoluto una delle migliori di questi anni), il Novecento, dal fascismo al colonialismo, fino alla guerra fredda e alle dittature sudamericane ci si mostra per il tramite di vite individuali il cui fallimento esistenziale (la “distruzione” cui allude il titolo) è indice della tragicità e dell’orrore della storia».

Marco Mongelli, su Le parole e le cose, (Osservare e dire le vite altrui: breve introduzione alla biofiction), proseguendo ragionamenti analoghi sulla letteratura biofinzionale scrive:

«Il contesto contemporaneo della biografia di finzione è costellato da una miriade di forme diverse, tanto che sembra che ogni testo faccia categoria in proprio. Sarebbe inutile stilare qui una lista e per questo mi limiterò a indicare i testi più noti di una pratica autoriale che vede una prima emergenza all’inizio degli anni ‘80, in seguito al successo di massa di opere, spesso mediocri, a carattere biografico, in Italia ma non solo. Nel 1983 escono L’enciclopedia dei morti di Danilo Kiš e Lo stadio di Wimbledon di Daniele Del Giudice; l’anno dopo le Vies minuscules di Pierre Michon. Negli ultimi dieci anni vanno segnalati almeno, in ambito francese, Ravel (2006), Courir (2008) e Des éclairs (2010) di Jean Echenoz e il celeberrimo Limonov (2011) di Emmanuel Carrère, e in ambito italiano, l’eccellente esordio di Davide Orecchio, Città Distrutte. Sei biografie infedeli (2012)».

Infine su Alias (e poi Le parole e le coseGiovanni Pellini cita Città distrutte nella sua recensione delle Vite minuscole di Pierre Michon.

DeLillo, Antonioni

Ha una voce gutturale, liquida, roca. Racconta Deserto rosso di Antonioni. Dice i colori del film. Rosso, amaranto, rosa, viola, nero, grigio. Descrive persone, paesaggi. Le parole s’impastano nel catarro, sembrano fragili quando scorrono su per la fiala del collo. Nel crogiolo c’è un’ebollizione. I due antipodi sono il coagularsi e lo squagliarsi: delle parole. Ma riesce sempre. S’inceppa solo due volte. Prosegue. Il testo è una chimica. A volte dimentica la necessità del microfono. Ora siede, risponde alla domanda, scorda il microfono sulla coscia, tira su il microfono con un gesto geometrico, per parlare ti serve il microfono, lo tira su come una stampella o una protesi inutile dopo la guarigione del corpo, il corpo del più grande scrittore vivente pensa che non gli occorra un microfono, forse neppure una voce, la voce prova a nascondersi dentro l’acustica non amplificata, il corpo trascura il microfono, ma per parlare oggi ti serve un microfono, ma per scrivere no. «Antonioni, Antonioni, Antonioni…»

Roma, 22 ottobre 2016, Auditorium, tra pomeriggio e sera.

delillo

Ermanno Rea e il nome esatto delle cose

Per Ermanno Rea (Napoli 1927 – Roma 2016) nutrivo un’ammirazione priva di esitazioni o dubbi. Il che – immagino – è una rarità, quando si ha a che fare con uomini e donne che lavorano con le parole, e ne possono sempre dire o scrivere una di troppo o che non ti piace.

Mi capitò di scoprirlo vent’anni fa, con Mistero napoletano, un libro fondamentale per me che ero abituato a tutt’altre memorie comuniste (Una scelta di vita e dintorni, per intenderci).

Quando «l’Unità» e la Cgil ripubblicarono il suo La dismissione in una collana di narrativa sul lavoro, ebbi l’occasione di intervistarlo. La dismissione è la storia di una fabbrica smantellata pezzo a pezzo: l’Ilva di Bagnoli, la cattedrale siderurgica del meridione. Ed è la storia di Vincenzo Buonocore, un operaio qualificato che smonta la fabbrica per i suoi acquirenti cinesi. Un operaio talmente bravo e competente da essere più bravo e competente dei suoi stessi capi.

A volte provo a immaginare cosa e chi sarebbe stato Buonocore in un’altra epoca della storia italiana, magari al Nord, nel 1969, durante l’occupazione e l’autogestione delle fabbriche: sarebbe stato senza dubbio un operaio in grado di gestire e dirigere uno stabilimento; e allora ce ne furono molti. Grazie a Ermanno Rea mi è rimasto impresso, indelebile, questo personaggio di lavoratore raccontato senza retorica, trovando sempre le parole giuste.

Di quell’intervista a Ermanno Rea c’è il video di «Rassegna.it» su YouTube. Qui Rea parla di Bagnoli, dell’industrializzazione fallita di Napoli, delle speranze e delle delusioni. Verso la fine dice una cosa importante…

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“Avevo l’obbligo di capire di cosa parlavo: i termini esatti, il nome esatto delle cose”.

Compito che si concretò nelle tante pagine esatte del romanzo. Ne ho aperta una caso e la cito qui:

«Il mio progetto era semplice, in un certo senso banale, ma anche stimolante per una persona non priva di passione creativa. Avevo deciso di ripulire i bulloni di tutti i detriti che vi si erano accumulati sopra, riportandoli alla loro forma originaria. E se l’acciaio liquido avesse “mangiato” del tutto i bulloni? Si trattava di un’ipotesi estrema ma non impossibile. In tal caso il problema sarebbe stato quello di ricrearlo di sana pianta. Non ero forse il figlio di un intagliatore, di un artista? Tutto sommato non avrei dovuto dar forma ad alcun angelo, ma soltanto a un semplice bullone

[…]

Ce l’avrei fatta: non avevo dubbi. Qualche incertezza ce l’avevo semmai su quello che sarebbe successo dopo, quando avessi tentato di svitare i bulloni pazientemente ricostruiti ricorrendo a tutti i mezzi a mia disposizione. A cominciare dal più potente di tutti: le chiavi a battere.

Facevano parte della mia attrezzatura, come le chiavi pneumatiche ad aria compressa e lo stesso cannello ossidrico, da usare nel caso avessi fallito l’impresa.

[…]

Tirai il fiato e mi misi a lavorare. Con una matita grassa a punta sottile tracciai delle linee sui fianchi del grumo, dopo aver preso con un metro metallico a scatto alcune misure per individuare il centro esatto del bullone sommerso. Subito dopo cominciai a lavorare di scalpello, in modo da creare lungo le linee tracciate a matita un solco diritto e profondo utile a delimitare quella che sarebbe stata la mia prima area di intervento, la più periferica. Prevedevo infatti di procedere verso il bersaglio per successive tappe di avvicinamento a carattere rotatorio.

Tracciai il solco con grande rapidità e cominciai subito l’opera di pulitura vera e propria, usando alternativamente uno scalpello a lingua larga e uno con la punta a chiodo».

[ Ermanno Rea, La dismissione, Rizzoli 2002, pp. 296-297 ]

Siamo stati fortunati ad avere uno scrittore come Rea. Spero che non smetteremo mai di leggerlo e rileggerlo.