Non essere

Esattamente 10 anni fa, di questi tempi, concludevo la stesura di un manoscritto che s’intitolava Città distrutte, e iniziavo a mandarlo in giro. Senza immaginare che avrebbe atteso 4 anni la pubblicazione. In realtà senza immaginare nulla di nulla.

Fu un inverno da covo. Anche la mia compagna lavorava a una ricerca e quel gennaio, quel febbraio, uscimmo poco la sera. Ripresi a suonare la chitarra, imparai le accordature aperte, guardavo film di Hitchcock e concerti dei Radiohead. Ero abbastanza felice. Avevo messo il tempo in letargo: è un evento esistenziale rarissimo che si giova del non avere progetti né malattie, e del godimento di musica, cinema, letteratura. Necessita pure di un’inclinazione domestica, casalinga; o dell’esatto contrario: star sempre fuori di casa, vivere i giorni esternamente.

L’evento domestico non può che accadere a gennaio, a febbraio. Con buona pace dell’homo faber, il letargo del tempo è bellissimo. Il silenzio delle ambizioni. La sedazione dell’io. Ogni attesa indossava lo stesso abito: il golf coi buchi sul gomito, i calzoni sbiaditi; è il dress code per partecipare alla serata “uscire dal secolo”. Serve una persistenza nel non dare appuntamenti a sé stessi, prima che agli altri. L’unico obbligo è nutrirsi (e non solo del cibo), abbeverarsi (e non solo dell’acqua).

Non voler essere nessuno, e non esserlo.

Sotto casa, all’altezza dell’asfalto e delle zanelle, dei cerchioni, dei contatori del gas, delle radici dei pini, delle pigne scorticate, dei peli di gatto, delle monete perse, lì dove respirano i neonati nei passeggini, e dove si fermano a riposare le nonne quando si piegano, dormiva una creatura sfrattata e letargica: era il mio calendario, ma non era più mio, e io non ero più suo.

DeLillo, Antonioni

Ha una voce gutturale, liquida, roca. Racconta Deserto rosso di Antonioni. Dice i colori del film. Rosso, amaranto, rosa, viola, nero, grigio. Descrive persone, paesaggi. Le parole s’impastano nel catarro, sembrano fragili quando scorrono su per la fiala del collo. Nel crogiolo c’è un’ebollizione. I due antipodi sono il coagularsi e lo squagliarsi: delle parole. Ma riesce sempre. S’inceppa solo due volte. Prosegue. Il testo è una chimica. A volte dimentica la necessità del microfono. Ora siede, risponde alla domanda, scorda il microfono sulla coscia, tira su il microfono con un gesto geometrico, per parlare ti serve il microfono, lo tira su come una stampella o una protesi inutile dopo la guarigione del corpo, il corpo del più grande scrittore vivente pensa che non gli occorra un microfono, forse neppure una voce, la voce prova a nascondersi dentro l’acustica non amplificata, il corpo trascura il microfono, ma per parlare oggi ti serve un microfono, ma per scrivere no. «Antonioni, Antonioni, Antonioni…»

Roma, 22 ottobre 2016, Auditorium, tra pomeriggio e sera.

delillo

«Hai sentito il terremoto»

In Italia 25mila persone, attraverso un sito web, descrivono terremoti. Compilano questionari. Alcune di loro rendicontano la paura, le sensazioni che hanno provato, l’intensità delle oscillazioni sismiche, gli effetti sulle case che abitano. I racconti si sedimentano in un archivio digitale che va oltre la sismologia, si fa memoria e fonte dei sismi.

Pochi mesi fa, dopo una presentazione in una libreria, mi si accostò un signore e mi disse:

«Sa, io sono un geologo, e insieme ad altri ricercatori dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia mi occupo di un sito: Hai sentito il terremoto».

 

ingv

Gli chiesi di spiegarmi meglio. Cos’era questo sito, e cos’aveva di interessante?

«Raccogliamo testimonianze e informazioni sui terremoti che avvengono. Ci scrivono migliaia di persone. Da qualche tempo abbiamo aperto un’area di compilazione libera. E le persone si sono messe a raccontare».

Il geologo (che si chiama Valerio De Rubeis) mi invitò a leggere quei testi. Andai a trovarlo. Lui e i suoi colleghi mi spiegarono il lavoro, la ricerca. Appresi le storie e ora le racconto su pagina99 in edicola questa settimana (da sabato 16 a venerdì 22 gennaio).