«Mi hai dato due incarichi. 1) Non telefonarti. 2) Non vederti. Adesso sono un uomo occupato. C’è anche un terzo incarico: non pensare a te. Ma tu non me l’hai affidato. Tu stessa talvolta mi chiedi: – Mi ami? Allora so che è il momento del controllo dei posti. Rispondo con la diligenza del soldato del genio, che conosce male il regolamento della guarnigione:
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– Posto numero tre, ma non lo so di preciso, il posto di guardia è vicino al telefono e sulle vie dalla Gedächtniskirche fino ai ponti sulla Yorckstrasse, non oltre. Consegne: amare, non incontrarsi, non scrivere lettere. E ricordare com’è fatto il Don Chisciotte.
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Il Don Chisciotte è stato fatto in prigione per errore….. »

Viktor Šklovskij, Zoo o Lettere non d’amore, Einaudi 1966, p. 39, traduzione di Sergio Leone e Sergio Pescatori.
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1984-2014: l’abbiamo sfangata?

Sono passati trent’anni e l’abbiamo sfangata, per ora, al prezzo di diventare tutti un solo, piccolo, grande fratello.
Massimo Onofri su Stati di grazia
Su Avvenire del 13 giugno 2014, Massimo Onofri recensisce Stati di grazia.

«Quello di Davide Orecchio, con Città distrutte. Sei biografie infedeli (Gaffi 2012), fu uno degli esordi più belli e sorprendenti degli ultimi anni. (…) Potete capire, allora, con quale curiosità aspettavo il secondo libro, questo Stati di grazia. Ecco: che soluzioni avrebbe escogitato Orecchio per dare nuova forma al suo singolare, spurio, modo di raccontare? Che cosa ci avrebbe riservato la sua furiosa immaginazione epistemologica?»
«Orecchio è la dimostrazione che la nostra narrativa più carica di futuro non vive della invecchiatissima dialettica, tutta linguistica, tra infrazione e tradizione, ma è decisamente emigrata su un campo che è, soprattutto, gnoseologico. In altre parole: non è la sperimentazione linguistica che si porta dietro una nuova concezione del mondo, ma un problema rigorosamente conoscitivo che, coerentemente, si appronta la lingua solum sua per esprimersi e risolversi. Come questa di Orecchio, appunto: che è polifonica, piena di escursioni lessicali verso il basso degli idiotismi (ma anche l’alto d’una curiosa prosopopea), con quella sintassi da fabbro che forgia il suo nuovo, avida di misurarsi con tutte le sue possibilità, dalla prima persona del diario alla terza dell’avventuroso incognito, non senza la scrittura testimoniale, quella di chi chiama a giudizio»
Hanno mangiato Stati di grazia…

… e pare sia commestibile. Su Mangialibri Simone Visentini recensisce con belle parole «Stati di grazia»:
«Ci sono ancora altri personaggi e storie, trame da scoprire che nascondono un grande lavoro di documentazione ma lasciano alla luce del sole il valore di questa grande letteratura. Incalcolabile. Questo romanzo marchia a fuoco. Un simbolo che scende nella carne e brucia la pelle, lascia l’odore acre delle cose arse vive. Forse è il figlio impossibile di Puttane assassine e Un amore, ma è la parola dell’entusiasmo che ti coglie impreparato dopo una lettura nuova e a lungo attesa contro quella di chi è accorto nel giudizio».
La recensione integrale (lievemente spoiler) si può leggere qui; ringrazio molto il suo autore.
