Il difetto dei racconti trockisti

Il difetto dei racconti trockisti è che vengono più lunghi del previsto. Il primo racconto trockista doveva essere di 20mila battute, ma arrivò a 60mila. Il secondo racconto trockista doveva essere uno scherzo da 10mila battute, ma arrivò a 61mila. Credo dipenda dalla presunzione di permanenza, di essere continue e ininterrotte, che hanno direi un po’ tutte le iniziative trockiste (spazi inclusi). Nella ragione pragmatica questo consegue in racconti lunghi ma forse non permanenti, l’ennesima sconfitta del trockismo.

Spero che nella Roma di Virginia Raggi la vita di un estensore negletto (NON TROCKISTA) di racconti negletti trockisti possa proseguire. Non vorrei passare da una potenziale permanenza a una dissolvenza concreta.

Ora, il trockismo non interessa più a nessuno. Nessun -ismo interessa più a nessuno fra gli uomini, che si dedicano oggi a culti più antichi, riscoperti, o al Pantheon della tecnologia. Forse il trockismo potrebbe avere speranza fra i topi. Questi roditori del resto sono entristi da sempre. Una moltitudine trockista di topi resusciterebbe forse la IV internazionale, allargando alleanze e utopie e speranze oltre le fogne urbane e statuali, nel più vasto recinto del mondo globale. Ma dovrebbe poi fare i conti con un’armata e Lega invincibile, quella tra gli uomini (signori dello sterminio), i gatti (anarchici, apolitici, feroci coi topi) e i cani (da sempre destra sociale, obbedire e combattere, se avanzo seguitemi).

Quindi la morale è che il trockismo, che riguardi gli uomini o i topi, è sempre sconfitto. E questo un estensore di racconti trockisti deve tenerlo presente, anzi permanente.

Nelle foto, la presentazione di Mio padre la rivoluzione alla libreria Mondadori di Campobasso, con Adelchi Battista. Ospiti di un giovane libraio coltissimo, bravissimo e gentile: Donato Porcarelli.

Cristina Taglietti (Corriere della Sera) su Mio padre la rivoluzione

Sulla Lettura/Corriere della Sera del 28 ottobre Cristina Taglietti racconta Mio padre la rivoluzione con queste parole:

«Orecchio lavora sulla lingua e sulle immagini per strappare i protagonisti dal piano strettamente cronologico e proiettarli in un eterno presente che non ha nulla di nostalgico. Il senso della complessità della storia è reso proprio dalla coesistenza di fatti e di invenzioni, di verità e di menzogna. Crea una sorta di vertigine precipitare in queste dodici storie».

(foto minimum fax – LINK ALL’IMMAGINE)

Goffredo Fofi su Mio padre la rivoluzione

Internazionale (27 ottobre 2017) pubblica una splendida recensione di Goffredo Fofi a Mio padre la rivoluzione. La riporto qui di seguito:

«A cent’anni dalla rivoluzione d’ottobre, ecco un libro che scava nella sua storia, nella sua necessità e nelle sue aberrazioni. Orecchio (autore di Città distrutte e Stati di grazia) applica il suo talento e la sua ostinazione di letterato esigente a una storia che oggi ci sembra lontanissima, dopo la nuova mutazione del mondo, ma che ha tragicamente segnato il novecento.

La racconta in dodici capitoli autonomi, attraverso le sue figure centrali, Lenin, Trockij, Stalin, i loro oppositori, le loro ascese e cadute, le loro vittime. La rivoluzione ha divorato se stessa e nonostante le conquiste materiali non ha lasciato un mondo migliore, ma Orecchio immagina che le cose siano andate diversamente. È un nipotino di Borges, che ricostruisce il vero e il veritiero e intreccia mirabilmente (straordinario per perizia il racconto in cui Hitler e Stalin sono uno e due, personaggio bifronte). E arriva al giudizio meglio di uno storico, accorto e accorato, affascinato e disgustato dal gioco del potere, dalla storia. È Rosa Luxemburg a tirare le fila come se la rivoluzione avesse vinto e il sogno dell’uomo nuovo, del mondo nuovo si fosse realizzato.

C’è molto da riflettere da questo eccellente risultato, un “romanzo storico” che colloca Orecchio tra i pochi grandi scrittori di oggi, quelli che oltre a saper scrivere (a fare letteratura) sanno anche studiare, ragionare, capire, confrontarsi, inventare».

(foto di minimum fax, Rossella Innocentini)

Un sogno

Durante un riposo indotto da melatonina artificialmente ho sognato che presentavo il libro nella mia stanza da letto. Il materasso era invaso da giovani. Mi chiedevo: dove sono le ragazze?, qui sono tutti maschi. Qualcuno interveniva per dire che un racconto era su Mussolini che scrive una lettera a due zitelle (mix di più interferenze: melatonina e Tommaso Landolfi). Provavo a spiegare che questo racconto non l’ho mai scritto ma nessuno mi dava ascolto.

Ci si spostava in giardino. Un ragazzo m’innaffiava col tubo e lo redarguivo:

Spiritoso, spiritoso...

Poi mi sono svegliato e ho pensato:

Mi hanno fatto un gavettone alla presentazione del libro!

Poi sono partito per Genova.

Poi il sogno non si è avverato.